Salmo 131

Salmo 131

Lun, 07 Oct 19 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 131 appartiene al gruppo dei canti di fiducia. È tra i più brevi di tutto il salterio, essendo composto soltanto di tre strofe, l'ultima più di tutte; potrebbe persino sembrare troppo semplice, quasi un Salmo su cui non c'è niente da dire, perché è tutto chiaro già con le parole con le quali viene pronunciato.

Tuttavia dietro questa semplicità apparente il Salmo, secondo gli esperti, nasconde molti problemi e suscita interrogativi: “Questo salmo di fiducia, purtroppo poco conosciuto, meraviglioso, intimo, delicato poemetto di limpida religiosità, merita di essere considerato tra i più bei salmi” (Weiser, p. 536), “è il più bel salmo della Bibbia” (A. Gelin), “Gioiello d'ineguagliabile interiorità, discrezione, emozione” (Brillet), “Legato all'incantesimo di uno dei sentimenti più originali della pietà cristiana” (Steinmann), “Una piccola perla purissima” (G. Gamme), “Dall'andatura distesa" (Osty), “Dalla semplicità infantile ma di difficile traduzione” (Oesterley).

Il Salmista nella prima strofa afferma ciò che non vuole assolutamente fare con una serie di espressioni negative: “Non si inorgoglisce il mio cuore, non si leva con superbia il mio sguardo, non vado in cerca di cose grandi”. Quindi questa prima strofa definisce ciò che l'uomo di fronte a Dio non vuole essere, non deve essere; anche se purtroppo sente di essere così, vuole diventare diverso.

La seconda strofa invece esprime ciò che l'uomo in realtà è, ciò che vuole essere di fronte a Dio: “Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come bimbo svezzato è l'anima mia”. Qui tutto è detto con un paragone: quello del bambino nelle braccia della madre.

La terza strofa infine, inaspettatamente riporta il Salmo da quella scena che sembrava soltanto individuale, all'ambito comunitario; ciò che è stato detto nei primi due versi non vale solo per l'uomo singolo, ma per tutto il popolo di Dio.

v.1: "Non si inorgoglisce il mio cuore". L'ebraico dice: “Il mio cuore non monta in alto, non va sulle alture, i miei occhi non si tendono verso l'alto". Sono espressioni che richiamano il culto delle alture, cioè il culto degli idoli che si trovano sui monti e ai quali gli idolatri guardano per avere un'immediata sicurezza. Qui non si sta parlando dell'uomo che ha raggiunto una certa sicurezza nell’esistenza, ma di quello che cerca la sua grandezza non affidandosi agli idoli, alle opere delle sue mani, perché l'uomo biblico riconosce che non andare in cerca di cose grandi vuol dire riconoscere che “Dio solo è l’unico Grande”.
– "Non vado in cerca di cose superiori alle mie forze". L'ebraico dice: “Non cammino”, cioè non mi muovo, non vivo la mia espressione umana basandomi su cose strepitose; non cerco le apparenze, ma mi fisso alla verità assoluta di Dio. L'uomo che riconosce che Dio è tutto, che Dio solo è grande, che di Dio ci si può fidare, ha capito il valore più importante di tutta la vita. Nulla è superiore alle forze dell'uomo quando compie ogni cosa in Dio e secondo la verità che Egli, giorno per giorno, ci manifesta; quando il fedele non cammina più dietro ai suoi sogni, ma nella verità di Dio.

v.2: "Sono come un bimbo svezzato in braccio a sua madre". L'immagine più immediata che viene in mente è quella del bambino di pochi mesi che piange perché vuole il latte. Una volta che l'ha avuto, si addormenta tranquillo. Il testo però parla di un bambino svezzato, cioè di un bimbo che ha già superato il primo tempo di vita.

Secondo quanto sappiamo del mondo antico anche ebraico e da qualche indicazione che ci viene dalla Bibbia, il termine del periodo di allattamento avveniva dopo tempi piuttosto lunghi; quindi la parola ebraica è un sostantivo che significa “un bimbo di tre anni”; un bambino che ha terminato il ciclo dell'allattamento e già si muove, cammina, sa parlare. (Card. Martini).

Questo bambino non è abbandonato a se stesso, ma procede nell'esistenza avendo un punto di riferimento assoluto di cui non può dubitare, nel quale sa che può rifugiarsi e da cui può ripartire per affrontare la vita con coraggio.

Cosa dice questo Salmo al popolo di Dio
II Salmo, che sembra essere individuale, con l'ultima strofa si manifesta come un Salmo di tutto il popolo; esprime la certezza che un popolo il quale ha come orizzonte della sua speranza il Dio Unico che si prende cura di lui, non ha più paura di niente, può sperare tutto. La sua speranza è senza limiti, perché riposa nella stessa infinità di Dio. Certamente è anche un popolo che si fa una cultura, una civiltà, ma non come idoli.

E alla Chiesa cosa dice questo Salmo? Sappiamo come Chiesa sperare nell'assoluto di Dio? Abbiamo fiducia non nelle opere delle nostre mani, ma in Dio da cui viene la forza?

Cosa dice questo salmo a me
Ciascuno di noi può interrogarsi: qual è la mia fiducia, qual è il mio abbandono in Dio? Sento la serenità di chi si abbandona in lui? Oppure c'è nel mio profondo molta inquietudine, molta angoscia, molta paura, perché ancora non ho accettato l'assoluto di Dio?

“Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Matteo 18,3).

Potremmo fare nostre le parole di Maria: “L'anima mia magnifica il Signore... perché ha guardato l'umiltà della sua serva” (Luca 1,46-55). Questo è il Salmo della Madonna la quale, non essendo mai andata al di là di sé con sogni fantasiosi o inutili, ha trovato la pienezza senza fine nella potenza di Dio che si è manifestata in Lei.

Che cosa dico io a Dio attraverso questo Salmo
Sono capace di recitarlo vivendo il rifiuto delle speranze vane o inutili, con la certezza che Dio è la mia speranza in ogni momento e che in lui mi posso abbandonare con fiducia totale?

Possiamo chiedere nella preghiera che questa certezza assoluta diventi il fondamento della nostra vita e che di conseguenza tutte le nostre azioni siano segnate da questa sicura speranza.

Il Salmo esprime una fiducia continua che abbraccia il passato, il presente (letteralmente “da ora”) e il futuro. Un'attesa d'amore, di gioia e di pace; un appuntamento da non mancare, come scriveva Simone Weil: “Dio e l'umanità sono come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull'ora fissata, ma in due luoghi diversi. E aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi, inchiodato sul posto per l'eternità dei tempi. L'altra è distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va” (in Ravasi, II libro dei Salmi, vol. II, p. 661).

“Egli ha messo nel mio cuore una sete infinita e un grandissimo bisogno d'amare che lui solo può saziare. Allora io vado a lui come il bambino va da sua madre perché egli colmi e invada tutto e mi prenda in braccio. Bisogna essere semplici così col buon Dio” (S. Elisabetta della Trinità).

“Santa Maria, Madre di Dio, conservatemi un cuore di fanciullo, puro e limpido come acqua di sorgente. Ottenetemi un cuore semplice che non si ripieghi ad assaporare le proprie tristezze; un cuore magnanimo nel donarsi, facile alla compassione; un cuore fedele e generoso, che non dimentichi alcun bene e non serbi rancore di alcun male. Formatemi un cuore dolce e umile, che ami senza esigere di essere riamato, contento di scomparire in altri cuori sacrificandosi davanti al Vostro Figlio Divino; un cuore grande e indomabile, così che nessuna ingratitudine lo possa chiudere e nessuna indifferenza lo possa stancare; un cuore tormentato della gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo amore con una piaga che non rimargini se non in cielo” (P. Leonzio de Grandmaison SJ).