Salmo 28

Salmo 28

Mar, 26 Dic 17 Lectio Divina - Salmos

Anche questo salmo presenta una pluralità di situazioni e quindi di tempi. È una supplica individuale (forse di un malato). Il primo momento è quello della supplica: il salmista, oppresso probabilmente da una grave malattia, cerca rifugio nel santuario (tempio) e là, elevando a Dio le sue mani in preghiera, protesta la sua separazione dagli empi, i quali, secondo la nota concezione tradizionale della retribuzione, meritano di scendere nella “fossa”.
È un carme di attesa ansiosa della parola di Dio. Il salmo ha una certa affinità con il cantico di Ezechia ammalato (Is 38,9-20). Viene quindi il secondo momento, quello del ringraziamento per la grazia ricevuta. Ed infine il coro (dei Leviti?) invoca sul popolo eletto e sul “consacrato” di Jahwèh la divina benedizione. Il parallelismo di scena e di situazione fra questa composizione e l’inno del re Ezechia riportato in Is 38,9-20, come anche l’esplicita menzione del v. 8, hanno fatto pensare che il protagonista del salmo non sia una persona privata, ma un re della dinastia davidica.

Genere letterario: lamentazione individuale con rendimento di grazie.

Divisione: lamentazione (1-5); rendimento di grazie (6-7); aggiunta liturgica (8-9).

vv.1-5: La lamentazione, che inizia con le umili invocazioni introduttive (vv. 1-2), si riduce praticamente a una invettiva contro gli empi, operatori di male (v. 3), tessitori d’inganni (v. 3) e, soprattutto, dimentichi di Jahwèh e delle sue opere (v. 5). Manca qualunque accenno esplicito al danno personale subito dal salmista; ciò ha fatto pensare che sotto l’io di un individuo si nascondano gli interessi della collettività.
“A te grido, Signore, non restare in silenzio, mio Dio” (v. 1): con questa espressione si sollecita Dio a rispondere alla supplica dell’orante mediante l’oracolo trasmesso, dal tempio, con la mediazione di un sacerdote o di un profeta. Il salmista, pertanto, sollecita il Signore a rispondere con un oracolo, come di fatto avviene (vv. 6-7).
“…Io sono come chi scende nella fossa” (v. 1): il mutismo di Dio può significare il suo abbandono (cf. Sal 22,2-3) e, conseguentemente, la caduta dell’uomo nella sfera della morte. “Fossa” è, come spesso nei Salmi (cf. 30,4; 88,4-6) e negli altri libri poetici dell’A.T. (cf. Pv 1,12; Is 14,15), sinonimo di Sheòl, il regno dei morti.
“…Quando alzo le mie mani” (v. 2): è il gesto caratteristico e naturale della preghiera che è ricordato in quasi tutte le letterature religiose dell’antichità, sia orientali che occidentali. Nei Salmi è menzionato in 63,5; 134,2; 143, 6; e per gli altri libri della Bibbia cf. per es. Lm 2,19; Ne 8,6; 2Mc 3,20 ecc. In Mesopotamia un genere simile alle lamentazioni dei nostri Salmi andava sotto il nome numerico di “elevazione delle mani”. Infine è da ricordare la “elevazione delle mani” supplichevoli verso Baal di Zakir, un re siriano del sec. VIII, di fronte all’assalto dei vari re collegati contro di lui.
“Verso il tuo santo tempio” (v. 2): l’espressione designa soprattutto la parte più interna del tempio salomonico, detto anche “Santo dei santi” (cf. 1Re 6,5-21), dove veniva custodita l’Arca dell’alleanza che si riteneva sede della divina presenza. La preghiera israelitica era naturalmente orientata verso il tempio (cf. Sal 134,2).
“Non travolgermi con gli empi” (v. 3): letteralmente “non strapparmi dalla terra dei viventi”, cioè la morte che è per un veterotestamentario un vero strappo dalla terra ideale (che in fondo si identifica con il santuario) dove si usufruisce della presenza di Jahwèh e dell’abbondanza dei suoi beni (cf. Sal 27,4.13). In questa “terra” gli empi non hanno diritto di cittadinanza (cf. Sal 5,5.7) per cui il loro allontanamento da essa, soprattutto in senso spirituale, è chiesto con insistenza nella preghiera dei giusti (cf. Sal 59,6; 101,8).
“Ripagali secondo la loro opera” (v. 4): l’invocazione della divina “rimunerazione” del male è un motivo ricorrente della letteratura profetica (cf. Ger 50,29 e Ap 18,6-7). È una richiesta secondo la legge della retribuzione e del taglione (cf. Ger 50,29).
“Poiché non hanno compreso l’agire del Signore” (v.5): una constatazione simile è espressa in Is 5,12: “…ma non hanno badato all’azione del Signore”. Il salmista cerca di dare la motivazione dell’intervento giudiziale di Dio sugli empi: questi con il loro operato hanno rifiutato Dio, non comprendendo il suo agire. Il peccato, quindi, è segno di ateismo, in quanto incomprensione dell’azione di Dio nell’individuo e nella storia (cf. Sal 9/10, 25-26; 54,5, 73,10-12).
“…Egli li abbatta e non li rialzi” (v. 5): letteralmente “li distrugga e non li edifichi più”. “Distruggere ed edificare” sono termini caratteristici della fraseologia di Geremia (cf. Ger 1,10; 24,6 ecc).

vv.6-7: Come più volte nei Salmi di lamentazione (cf. Sal 22, 24-25), la supplica si trasforma in un inno di ringraziamento per l’avvenuto esaudimento da parte di Jahwèh.
“Sia benedetto il Signore” (v. 6): è la frase di benedizione (“rendimento di grazie”) con cui usualmente viene introdotto l’inno di ringraziamento (cf. Sal 144,1; LC \1,68). Dio ha rotto il silenzio e ha dato risposta alla supplica del salmista del v. 1-2.
“…Che ha dato ascolto…” (v. 6): l’esaudimento della supplica è stato comunicato all’orante con un divino oracolo trasmesso all’interessato tramite la mediazione sacerdotale o profetica.
“II Signore è la mia forza e il mio scudo” (v. 7). il salmista riprende il motivo iniziale di Jahwèh (v. 1). “Forza” e “scudo” sono titoli di Dio presi dal lessico militare. I LXX e la Vulgata traducono in modo diverso questo versetto: “È rifiorita la mia carne e con tutto il cuore lo celebrerò”. Ciò qualifica ancora di più il salmo come una supplica di un malato, che giunto alle soglie della morte (v. 1), per intervento del Signore guarisce. 

vv.8-9: Nei due versetti finali, probabilmente un’aggiunta liturgica posteriore, viene esaltata ed implorata la funzione salvifica del Signore a pro di tutto il popolo eletto e in particolar modo del re. Per analoghe estensioni alla collettività della salvezza, chiesta e celebrata da e per un individuo, vedi Sal 25,22; 1Sam 2,10 (Cantico di Anna).
“…Del suo consacrato” (v. 8): alla lettera “Unto”, “Messia”, che designa il re della discendenza davidica che risiede a Gerusalemme (cf. Sal 2,2; 18,51). Secondo, però, il parallelismo si può intendere qui il “Messia” (“Unto”) come il popolo di Dio, consacrato al suo servizio (cf. Es 19,3; Sal 105,15), piuttosto che il re o principe (Sal 20,7) o il sommo sacerdote (Sal 84,10).
“Salva il tuo popolo” (v.9): tutto il versetto è stato assunto dalla Liturgia romana a conclusione del suo inno di ringraziamento per eccellenza, il “Te Deum”. “Guidali e sostienili sempre” (v. 9): alla lettera “pascili e guidali”, è il tema caratteristico del Sal 23.