Salmo 29

Salmo 29

Mar, 26 Dic 17 Lectio Divina - Salmos

Forse non abbiamo mai riflettuto molto su questo salmo. Non è tra quelli che vengono recitati o cantati molto nella liturgia, eppure è uno dei salmi maggiormente studiati, perché presenta caratteristiche particolari. Anzitutto è probabilmente il salmo più antico. Si tratta, forse, di un inno pagano delle popolazioni cananee che abitavano la Palestina prima degli ebrei; un inno in cui si trovano  paralleli negli antichi testi ugaritici e babilonesi. Era un’esaltazione della divinità: nello scoppio di una tempesta, soprattutto sulle alte montagne, come nel Libano (e capita anche oggi), questi uomini sentivano qualche cosa che li faceva tremare, che li portava all’esperienza dell’aldilà, ed esprimevano questi sentimenti nelle forme della poesia e nel quadro della loro cultura pagana. Il salmo è dunque un esempio significativo di una valorizzazione che il popolo di Dio ha fatto anche di poemi e di canti sacri di altre culture, di uomini che cercavano Dio senza conoscerne il vero nome, rileggendoli nel quadro della propria concezione dell’uomo e dell’esistenza.
È singolare anche nella sua struttura. Si potrebbe definire "il salmo dei sette tuoni", perché sette volte vi è menzionato il tuono. Ma lo si potrebbe chiamare anche "salmo delle sette voci", perché la parola ebraica "qòl" che nella nostra versione è tradotta con "tuono", significa anche "voce", ripetuta sette volte (vv 3. 4 (2 volte), 5, 7, 8, 9). Quindi è il salmo della "voce" di Dio; sotto il simbolo del tuono e delle emozioni che esso suscitava nell’uomo antico, celebra in realtà la voce di Dio, la forza della voce di Dio nella storia
Inoltre è un salmo singolare e interessante perché, partendo dall’origine cananea, è stato ripensato e arricchito nel quadro di tutta la storia di salvezza, e porta con sè le vestigia della preghiera millenaria di un popolo. Il nome di Dio è stato introdotto, nella versione ebraica, in tutta l’espansione della sua presenza: il salmo menziona 18 volte il nome di Jahweh, e usa in modo sistematico il parallelismo attraverso coppie sinonimiche ("gloria e potenza", "gloria e nome", "acque e acque immense", "potenza e maestà", "vitello e bufalo", "Libano e Sirjon"). È un salmo pieno del nome di Dio; fa risuonare nell’esistenza il nome di Dio come Jahweh, cioè come colui che "è" presente e che salva.

1. II salmo parla anzitutto del tempo atmosferico, dello scatenarsi della natura. È evidente che il salmo è un inno al Signore cosmico della tempesta. Invece di incitare se stesso o di rivolgersi ad una assemblea, il salmista interpella alcuni "esseri divini"; non si dice se in senso reale o come semplice ricorso poetico. L’epilogo identifica il Dio del cosmo con il Dio "del suo popolo", cioè Israele. È l’esperienza del numinosum o sacro, come è descritta da R. Otto nel libro "Sacro". È tipica di questa esperienza la polarità: prima della rivelazione di qualcosa che attrae e incute tremore, l’uomo si sente intimorito; scopre nel fenomeno naturale qualcosa che lo trascende, si sente superato, come ingoiato da una voragine che minaccia di annichilirlo e promette di liberarlo" (cf Schokel p. 524-525). "L’Uomo è giunto a creare, tra le grandi acque nere e fredde, una zona abitabile ove fa chiaro e caldo. Ma quanto è precaria questa dimora! In ogni istante la grande Cosa terribile fa irruzione, quella cosa di cui noi ci sforziamo di dimenticare la continua presenza: fuoco, peste, tempesta, terremoto, scatenarsi di forze oscure che trascinano in un istante, senza riguardi, ciò che noi avevamo faticosamente costruito e ornato con tutta la nostra intelligenza e il nostro cuore" (P. Teilhard de Chardin: Le milieu divin, p. 172, in Ravasi, p. 536-537).

2. Dietro a questa immagine sta tutta la forza, la potenza della natura, così come l’uomo riesce a coglierla in certi momenti privilegiati. Per noi essi sono ridotti; tuttavia esistono momenti di contemplazione del silenzio della montagna, di un’improvvisa bufera di vento e di tempesta, di un uragano, oppure momenti nei quali il tramonto sul mare o l’alba in montagna, ci richiamano a realtà più profonde che non riusciamo sempre a identificare. C’è dunque nel salmo la voce della natura, quella voce che l’uomo impara a riconoscere quando si coglie nella sua verità e si sottrae al tumulto. Ma questa voce del tempo naturale dell’uomo è letta, nella vicenda del popolo di Dio, come la voce della storia, la voce del tempo storico in cui l’esistenza dell’uomo si compie. Allora il salmo può essere riletto, con allusioni alle grandi vicende di Israele, ai grandi eventi dell’Esodo, ai momenti in cui la voce di Dio si è manifestata per liberare il popolo:
La tempesta sulle acque immense (vv 3-4). Le acque immense potrebbero essere le acque cosmiche, che attentano allo splendore dell’essere creato e che, perciò, sono simbolo del caos e del nulla. Nel v 10, infatti, si evoca esplicitamente il mabbùl, il "diluvio" primordiale.
La tempesta sulle montagne del nord (vv 5-6). Sono le montagne del Libano e dell’Hermon chiamato qui col nome fenicio Sirjon (Dt 3,9; Sal 89,13), uno dei monti tradizionali della Bibbia per segnare il confine settentrionale della terra promessa. Il primo effetto del temporale è grandioso, le chiome degli altissimi cedri sono sconvolte e fracassate, i tronchi scorticati e schiantati. Il Dio della tempesta e del cosmo liquida tutte le false immagini delle divinità pagane. "Egli spezza i cedri del Libano, come ha fatto a pezzi un vitello d’oro" (Es 32-34) (S. Basilio. PG 29, 296).
La tempesta sul deserto meridionale (vv 7-9b). Verosimilmente la tempesta ora si estende al deserto di Giuda ove affiorano soltanto cespugli d’erba e arbusti. Anzi arriva sino al deserto di Qades, l’estremo lembo meridionale della Palestina, terra di raccordo con l’Egitto. Qui, probabilmente, vengono evocate tutte le vicende descritte nell’Esodo, nei Numeri 13, 26, essendo Qades e il suo deserto un fondale notissimo per molti eventi della marcia d’Israele nel deserto. Si tratta sempre della grandiosa presenza di Jahweh, proprio come nel Sal 68. 8-9: "Dio, quando camminavi per il deserto, la terra tremò, stillarono i cieli davanti al Dio del Sinai ".
Jahweh sul trono cosmico (vv 9c-l 1). "Il versetto 9c è la chiave di lutto il salmo: esso ci conduce al di sopra del tumulto terrestre, nel santuario del cielo, dove il coro degli esseri celesti riconosce e celebra anche questo avvenimento sulla terra come una manifestazione della gloria di Jahweh" (’on Rad). In conclusione l’inno ha un unico tema: la Kabòd, la "gloria", la realtà stessa di Dio. Ai suoi piedi è posto il mabbùl, l’oceano primordiale, radice di ogni grandioso intervento demolitore dell’acqua impetuosa, dal diluvio di Noè (Gen 6-8), a tutte le tempeste (Sal 18, 12; 97,2; 104,3; Is 54, 9-11).

Trasposizione cristiana
Il salmo può venire letto in chiave cristiana pensando a quegli eventi evangelici in cui la voce di Dio o la voce di Cristo hanno segnato l’esistenza dell’uomo come esistenza chiamata alla salvezza. Pensiamo alla "voce dal cielo" durante il battesimo di Gesù (Mc 1,11; Lc 3, 22): "Ecco il mio Figlio prediletto"; alla voce di Gesù che comandava ai venti sul mare di Tiberiade: "Sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati" (Mc 4, 29); al suo forte grido prima di morire, quella grande voce che con forza e con potenza cambia il destino della storia: "Gesù gridò a gran voce..." (Mt 27,46). Pensiamo al fragore che accompagna la venuta dello Spirito Santo: "Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano "(At. 2,2).
Il salmo indica anche il mondo e la storia per ciascuno di noi e per la nostra esistenza, messa in moto, talora sconvolta e riportata alla piena coscienza di sé dalla voce di Dio. Può venire letto come una lode alla voce di Dio che, nella mia vita, schianta tutte le resistenze, colpisce tutto ciò che vorrebbe deprimermi, che vorrebbe tenermi schiavo, e mi apre le porte della libertà e dell’autenticità. Questa è la voce potente di Dio, che risuona ancora in mezzo a noi, che è proclamata nella Chiesa, che è viva nella forza dello Spirito che anima, e in tulle le esperienze autentiche di dono, di sacrificio, di rinuncia. Questa è la voce che noi siamo invitati a riconoscere come "voce che schianta i cedri", che fa fremere le montagne. È la voce della fede capace di trasportare le montagne, la voce di Dio divenuta nostra, interiorizzata, resa presente alla nostra esistenza e capace di esprimersi con coraggio e franchezza nel nostro ambiente; capace di opporsi coraggiosamente ad ogni voce diversa.
Dunque il salmo proclama la potenza della voce di Dio, che ha creato ogni cosa, nella natura, nella storia del popolo, nella storia di Cristo e nella vita di ciascuno di noi, e ci invita a vedere il mondo e l’esistenza umana come portati, sostenuti e vivificati da questa parola.

Il salmo è preceduto da un invitatorio: "Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome" (v 1). Siamo invitati a riconoscere che la realtà forte e decisiva è l’iniziativa d’amore di Dio. Siamo invitati a prostrarci, riconoscendo la forza di Cristo risorto e vivente che anima il mondo; a scoprire, noi deboli, fragili, paurosi, timidi, la potenza di Dio nella nostra esistenza. E allora ecco che "il Signore darà forza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace" (v 11). Questa è in realtà la fine del salmo. Forse per motivi liturgici, il salmo si chiude con il versetto che termina con "Gloria (v 9c), ma nell’ebraico il salmo si chiude con la parola "pace", shalom. Dal riconoscimento della potenza della voce di Dio nella storia e nella mia vita, la promessa della forza e della pace. Il riconoscere la parola di Dio nell’esistenza, come progetto, come stimolo, come appello, è pace per l’uomo.

Domande per la interiorizzazione e la preghiera personale:
Riconosco il primato della Parola di Dio nella mia vita?
Accetto la mia vita e la mia storia con la certezza che questa mia esistenza, così come si sta svolgendo, ha in sé un significato di vocazione e di missione?
Come accogliamo il dono della pace? Che cosa faccio per la pace nel mio ambiente, nella mia comunità, come gruppo, per creare un’atmosfera di riconciliazione nelle nostre relazioni quotidiane? (cf. Martini: "Che cosa è l’uomo perché te ne curi? Pregare con i salmi, pp. 67-73; Ravasi: Il libro dei Salmi).