Salmo 30

Salmo 30

Mar, 26 Dic 17 Lectio Divina - Salmos

Il salmo è un inno di ringraziamento per la salute recuperata dopo grave malattia. Il salmista, guarito prodigiosamente da una malattia che l’aveva portato sull’orlo della tomba, esprime a Dio la sua gratitudine e nello stesso tempo vuol partecipare ai suoi fratelli di fede il salutare ammaestramento che egli ha tratto dalla sua esperienza: l’ingannevole sicurezza dell’uomo provoca il disgusto divino, ed egli è gettato nel baratro; la divina misericordia, implorata con fede ed umiltà, lo trae fuori, mutando il lutto in festa, il dolore in gioia. Il salmo, a cui va riconosciuta una notevole antichità, fu utilizzato al tempo della rinascita maccabaica per la liturgia della dedicazione del tempio, secondo l’esplicita indicazione nel titolo (aggiunta in secondo tempo). Il salmo è una lirica originale per la simbologia e le emozioni che riesce a suscitare.

Strutturalmente si fonda su delle antitesi, come per esempio: “risalire e scendere” (v. 4), “collera per un istante e bontà per tutta la vita” (v. 6), “sera - mattino”, “pianto - gioia” (v. 6), “lamento - danza” e “veste di sacco – abito di gioia” (v. 12). Il salmo al tempo di Cristo veniva cantato nella festa della Dedicazione del Tempio.

Genere letterario: ringraziamento individuale con motivi innici.

Divisione: lode a Jahwèh per la guarigione ottenuta (vv. 2-4); invito alla lode rivolto ai pii devoti (vv. 5-6); narrazione (vv.7-13); conclusione (v. 13).

v.2: “Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato”: il salmo ha inizio con un’affermazione che è la caratteristica iniziale del genere innico (cf. Es 15,2; Is 25,1; Sal 145,1). Probabilmente il salmista è nel tempio per il suo ringraziamento dopo la guarigione. “Perché mi hai liberato”: letteralmente “mi hai tratto in alto” (come si tira su il secchio dal pozzo =cf. Es 2,16; Pv 20,5). Il salmista, come riferirà poco dopo, nel v. 4, per la sua grave malattia sentiva la sua anima (=vita) già sepolta nello Sheòl (Inferi), da dove Dio l’aveva fatto risalire.

v.4: “Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi”: la guarigione ottenuta (cf. “mi hai guarito” del v. precedente) equivale per il salmista ad una resurrezione, come appare più chiaramente nel secondo emistichio: “Mi hai dato vita”. Per tale linguaggio di resurrezione si veda anche il Sal 16,10, dove viene affermato con sicurezza, riguardo al Signore: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro”.

v.6: “Perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita”: con termini “temporali” di particolare efficacia (“un istante” e “tutta la vita”) viene rievocata qui l’immagine tipicamente biblica del Dio “paziente e largo di misericordia” (cf. Es 34,6; Nm 14,18). La stessa cosa vuol dire Dio in Isaia quando afferma di avere abbandonato Israele solo per “un breve momento”, ma di volerlo radunare con grande misericordia (Is 54,7). La stessa visione ottimistica della “temporaneità” delle sofferenze presenti e delle durata senza fine della gloria futura è messa bene in risalto da S. Paolo in Rom 8,18. Sulla “momentanea” ira divina ravvisata nella malattia, che si abbatte sull’uomo devoto, c’è un interessante parallelo in una preghiera egiziana del sec. XIII che dice: “Il Signore di Tebe non passa un giorno intero adirato. Quanto alla sua ira, basta solo un momento e non c’è più alcuna traccia. Il vento si muta in favore per noi”. “Alla sera… e al mattino” (v. 6): come la sera, apportatrice di tenebre, è foriera di ansie e di afflizioni (cf. Is 17,14), così il mattino, portatore di luce, è simbolo di vita e di gioia.

v.7: “Nella mia prosperità io ho detto”: il salmista ora ritorna con il pensiero al passato e descrive la varie fasi attraverso le quali egli è passato: dall’eccessiva sicurezza di sé, anche se fondata sul divino favore, all’allontanamento di Dio da sé e quindi all’appassionata invocazione del suo intervento salvifico. “Nulla mi farà vacillare”: è la stessa convinzione dell’empio (cf. Sal 10,6), come anche dello stolto (cf. Pv 1,32).

v.8: “Hai nascosto il tuo volto”: l’espressione “nascondere il volto” è il contrario di “farlo risplendere” che significa favore e grazia di Dio (cf. Sal 4,7; 80,4-20).

v.10: “Quale vantaggio dalla mia morte”?: l’orante porta a Dio nella sua supplica un argomento “d’interesse” che dovrebbe avere una particolare forza persuasiva: con la scomparsa di uno che ha dedicato tutta la sua vita al servizio e alla lode divina, Dio non può avere alcun guadagno; al contrario ha una vera perdita, data la mancanza nell’A.T., della prospettiva ultraterrena. Ripensando alla sua malattia, con un ragionamento di tipo apologetico ed economico, il salmista tenta di persuadere il Signore che è stato meglio per lui guarirlo che lasciarlo morire, perché solo da un suo fedele vivo egli può ricevere la lode; i morti infatti non lo possono fare. Tale argomento suppone la concezione tradizionale del regno dei morti come regno delle ombre evanescenti, di silenzio e di assenza. Tale concezione viene superata nell’epoca maccabaica (cf. 2Mac 7). “Vantaggio” indica piuttosto “vantaggio” illecito (cf. Sal 119,36). “La polvere”: cioè l’uomo che con la morte è ritornato in polvere (cf. Gn 3,19).

 v.12: “…La mia veste di sacco…”: è l’indumento tradizionale del lutto e della penitenza (cf. Sal 35,13; 69,12), che si indossava nelle liturgie di dolore e di espiazione (cf. Sal 35,13; 69,12; Gn 37,34; Is 15,3; Lam 2,10).

v.13: “Perché io possa cantare senza posa”. Il salmo, che s’era iniziato con una affermazione celebrativa del genere innico (“ti esalterò, Signore” v. 1), si chiude con una analoga nota celebrativa di Jahwèh difensore e salvatore, non solo di un solo individuo (= “Signore Dio mio”, cf. v. 3), ma di tutti i suoi devoti e fedeli (v. 5). “Perché io…”: alla lettera “il mio fegato” (cf. Sal 15,9). Significa la parte intima della persona. Si tratta perciò di un canto di lode che nasce dall’intimo. Così l’orante esprime la ragione per cui ritiene che Dio lo abbia guarito: cantare dall’intimo “senza posa… per sempre” le lodi del Signore.

Riflessione per una revisione di vita:
Qual è il mio normale comportamento nella circostanza della prova, della malattia o altre difficoltà?
Dopo un’insistente implorazione per ottenere una grazia dal Signore, so lodare e ringraziare il Signore nell’eventualità della grazia ricevuta? Sono capace di rendere grazie al Signore? Ho veramente un senso di grande gratitudine verso il Signore?
Chiedo molto e ringrazio poco?
Ho la virtù della pazienza nel sapere aspettare con fiducia e speranza l’aiuto da parte del Signore, sapendo che “alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia”?
Ho la sicurezza che il mio Signore sa mutare” il mio lamento in danza”, affinché io “possa cantare senza posa”?
Come il salmista, sono capace di promettere e poi mantenere la promessa: “Signore, mio Dio, ti loderò sempre”?
La mia vita abitualmente è orientata più alla lode e al ringraziamento verso il Signore, piuttosto che alla petizione e richiesta di favori e doni di vario genere?
Considero la mia vita e tutta la mia esistenza come un grande dono concessomi da Dio al fine di dare gloria e lode a lui e proclamare la sua bontà e grazia?
Mi sento veramente “protetto” dalla bontà del Signore, come “posto su un monte sicuro”?
Mi sento amato da Dio?
La stessa sicurezza di se stessi quando si è nella “prosperità”, non è sempre la stessa anche nella difficoltà: come mai?
Pongo la fiducia in me stesso, oppure nel Signore?