Salmo 33

Salmo 33

Mié, 03 Ene 18 Lectio Divina - Salmos

Questo salmo è considerato un “inno alla Divina Provvidenza”. È un “canto nuovo” messo in bocca ai giusti e ai retti, che sono il popolo felice che Jahwèh si è scelto per sua eredità. In esso si celebra, insieme all’onnipotenza creatrice della parola di Jahwèh e al suo sovrano dominio sulle vicende del mondo, l’onniveggente provvidenza del suo “occhio” per il bene e la difesa di quanti confidano in lui.
Il salmo consta di 22 versetti, come le lettere dell’alfabeto ebraico. Tra gli elementi strutturanti ricordiamo che la voce “Signore” ricorre per ben 13 volte su 22 distici. La voce “grazia” ricorre nei vv. 5.18.22 e l’universo è richiamato dalla parola “terra” nei vv. 5.8.14, mentre la voce “cielo” ricorre nei vv. 6.13 e “mare” nel v. 7. Il panorama del salmo parte dall’universale (mondo e nazioni) e si restringe al particolare (popolo d’Israele).

Genere letterario: inno.

Divisione: appello introduttivo alla lode (vv. 1-3); il cantico nuovo (vv. 4-19); risposta del popolo fedele con l’augurio conclusivo (vv. 20-22).

Il salmo può essere diviso, per quanto riguarda il contenuto, in quattro parti, in cui si celebrano: a) l’opera della creazione eseguita con la forza onnipotente della “parola” di Jahwèh (vv. 4-9); b) la stabilità del suo “piano” salvifico, nonostante tutto e tutti (vv. 10-12); c) l’onniveggenza dell’occhio di Jahwèh, il cui sguardo indagatore non si ferma in superficie, ma penetra nella parte più recondita dell’essere umano, il cuore (vv. 13-15); d) infine l’amorosa sollecitudine di Dio per la “salvezza” dei suoi fedeli (vv. 16-19).

vv.1-3: Come d’uso nel genere innico, il salmo si apre con un molteplice invito a celebrare Jahwèh con il canto, accompagnato dal suono festoso degli strumenti musicali.
- “Esultate, giusti, … ai retti…” (v. 1): questo inizio del salmo ripete il motivo del salmo precedente (Sal 32,11).
- “…Un canto nuovo” (v. 3): è il canto di lode a Jahwèh “salvatore”, sia che si tratti di una salvezza individuale (cf. Sal 40,4), sia collettiva riguardante il popolo eletto (cf. Is 42,10), o anche, e soprattutto, della salvezza messianica ed escatologica (cf. Sal 96,1-2; 98,1; Ap 5,9). Una caratteristica del “cantico nuovo” è la partecipazione ad esso di tutta la terra. Questo spiega, nel nostro salmo, l’interesse universalistico che, anche se rimane in penombra, affiora qua e là (cf. vv. 5.8.13).
- “…Acclamate” (v. 3): questo termine designava nell’antichità il “grido” che i soldati lanciavano prima dell’attacco di guerra e serviva a salutare Jahwèh come capo, re e condottiero vero ed unico dell’esercito (cf. Nm 23,21; 1Sam 10,24). Dopo l’esilio, questo urrà prende un significato rituale, cultuale e liturgico: esalta Jahwèh come re di Israele e dei pagani, salvatore e giudice. È gridato nei giorni di festa, nei sacrifici di ringraziamento, nelle liturgie processionali (cf. Sal 27,6; 65,14; 100,1; Gb 33,26; Sal 95,1-3; Nm 10,5).

v.4: “Poiché retta è la parola del Signore”: l’avverbio “poiché” messo subito dopo l’invito iniziale, introduce, come d’uso nel genere innico, il “motivo della lode”, che costituisce in pratica l’argomento dell’inno. La parola “retta” qui è intesa come “fedele”, cioè efficace nella sua azione creatrice, ovvero in “ogni sua opera”.

v.5: “Egli ama il diritto e la giustizia”: i termini “diritto” e “giustizia” servono a fare comprendere la grandiosa e misteriosa opera della creazione, vista come riflesso dei divini attributi, mediante i quali Dio riempie la terra con la “sua grazia”.

v.6: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli”: chiara allusione al racconto sacerdotale della creazione, in cui è messo bene in evidenza il comando autoritativo del Signore nella creazione, seguito immediatamente dal relativo risultato. La creazione e le meraviglie del creato sono un tema usuale negli inni biblici.

v.7: “Come in un otre raccoglie le acque del mare”: secondo la cosmografia biblica e orientale, la parola “otre” indica i “serbatoi” celesti in cui sono raccolte le acque abissali, corrispondenti alle “acque superiori” da cui proviene la pioggia e dalle quali sono alimentate le sorgenti dei fiumi. In questo versetto si fa riferimento all’opera di “raccolta” delle acque marine, in modo da lasciare “apparire” la terra ferma, come descritto in Gn 2,1(cf. Is 34,4).

v.10: “Il Signore annulla i disegni delle nazioni”: la divina onnipotenza, che s’è manifestata nella creazione, è attiva anche nel governo degli uomini, i cui piani, se sono fuori dal disegno divino, sono destinati a fallire (cf. Is 8,10).

 v.11: “Ma il piano del Signore sussiste per sempre”: è la sua volontà salvifica che, nonostante le opposizioni umane, non viene mai meno lungo tutta la serie delle generazioni e non fallisce mai. Una particolare affermazione di tale piano salvifico ha avuto luogo (e come tale ne è una dimostrazione) nella scelta d’Israele quale sua peculiare “eredità”.

v.16: “Il re non si salva per un forte esercito”: i mezzi umani non sono efficaci per compiere le opere divine. “Non c’è sapienza né prudenza né consiglio di fronte a Jahwèh; il cavallo è pronto per il giorno della battaglia, ma la vittoria appartiene al Signore” (cf. Pv 21,30-31).

v.19: “…Per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”: la “salvezza”, come spesso nei Salmi, è vista in primo luogo sul piano concreto, come scampo dalla morte che è per l’uomo vetero testamentario il più grande dei mali (vedi Sal 16,10); così pure la sopravvivenza in tempo di fame è considerata la prova tangibile della sollecitudine salvifica del Signore per i suoi fedeli (cf. Sal 34,10; 37,19).

vv.20-22: La conclusione contiene la ripetuta protesta della fiducia, piena ed esclusiva, che il popolo eletto ha nel suo Dio e l’augurio che tale fiducia attiri su di esso l’abbondanza della divina misericordia. (v. 22).
v.22: “Signore, sia su di noi la tua grazia”: questa espressione è un’aggiunta finale, d’origine liturgica, ed è stata inserita nella conclusione del Te Deum, l’inno della “salvezza” cristiana per eccellenza.