Santi Pietro e Paolo Apostoli

Santi Pietro e Paolo Apostoli

Mar, 23 Jun 20 Lectio Divina - Año A

Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante».

Per riuscire a capire il brano, dobbiamo situare il luogo e il tempo in cui Gesù pone ai suoi la domanda cruciale: Cesarea di Filippo e la festa dell’Espiazione.

Il luogo
Cesarea di Filippo è situata ai piedi del monte Ermon, ricca di ruscelli, da cui scaturiscono le sorgenti del Giordano. La città fu costruita da Erode il Grande che, alla sua morte, la passò al figlio Filippo, il quale la ingrandì. In onore dell’imperatore e di se stesso la chiamò Cesarea di Filippo. Con questo nome la località è ricordata nel Nuovo Testamento. Fin dal III sec. a.C. la grotta che Erode aveva fatto costruire era venerata come la dimora di Pan, il Dio barbuto, con piedi caprini e corna, dio dei pastori e dei boschi, ma anche dio della sessualità sfrenata, che corre dietro alle ninfe e la cui apparizione provoca il "panico". Il nome significa "Tutto"; nella mitologia classica è l’incarnazione della presenza degli dei nella natura.

Occorre riflettere sul perché Gesù abbia scelto proprio la città sacra al dio Pan per affidare a Pietro e ai discepoli la missione apostolica.

Egli parla ai suoi in una piccola radura ricavata tra le rocce, luogo che ricorda e favorisce l’intimità. Questo momento è prezioso perché Gesù vuole sottolineare la profonda connessione che c'è tra la Sua persona e la Chiesa. Alle fonti del Giordano, che ci ricorda il Battesimo, come sorgente per la chiesa, Gesù rivela la sua identità.

Qui avviene un dialogo tra Gesù, il Figlio del Dio vivente e Simone, figlio di Giona. Gesù parla simbolicamente di un altro luogo duro e roccioso su cui edificherà un altro tempio: la sua Chiesa e di una forza superiore che le donerà; in un luogo dominato dal paganesimo, Gesù annuncia e proclama che le porte degli inferi non prevarranno su di essa. Circondato dai suoi discepoli, conferisce a Pietro la guida della Chiesa che sta formando, dandogli il potere di legare e di sciogliere, cioè l’autorità dell’insegnamento e il governo della Chiesa. Diviene lui stesso la pietra visibile che assicura ordine, unità e forza. Essa, nonostante sia tentata e mostri la sua debolezza, non potrà essere vinta né da Satana né dalla morte, perché lo Spirito vivificante del Risorto opera in essa.

 Il tempo “liturgico”

Matteo pone la domanda in bocca a Gesù sei giorni prima della Trasfigurazione, la festa delle tende che era celebrata prima di un’altra solenne festa, quella dell’Espiazione; e in questa festa Gesù interroga i suoi sulla propria identità ed ottiene la professione di fede da Pietro.

Con il duplice interrogativo: "Che cosa dice la gente – Che cosa dite voi di me?" Gesù invita i discepoli a prendere coscienza della diversa prospettiva di vederlo e conoscerlo. La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. E Gesù incalza: «Ma voi, chi dite che io sia?» Con quel ma Gesù distingue fortemente i discepoli dalla gente e da loro attende una risposta differente. Ed ecco la professione di fede di Pietro, che tentiamo di leggere alla luce della festa dell’Espiazione.

Durante tale festa, tra i riti che il Sommo Sacerdote doveva svolgere nel Santo dei Santi c’era la pronuncia del Nome divino (Sir 50,14-21). Scegliendo questo giorno, Gesù desidera che venga pronunciato il nome divino nella nuova prospettiva in cui la liturgia dell'Antica Alleanza troverà il suo compimento. Simone lo proclama Figlio del Dio vivente, pronuncia il nuovo nome divino, quello che Gesù ha ampiamente rivelato con il suo insegnamento e con le sue opere. Senza saperlo, Simone svolge il ruolo del Sommo Sacerdote che, nella festa dell'Espiazione, proclamava il nome di Dio; lo fa esprimendo la sua fede nel Figlio di Dio, un Figlio che è Dio.

Tale proclamazione viene approvata da Gesù: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». Il Dio vivente di cui Simone ha parlato è il Padre, che Gesù chiama "Padre mio"; si tratta di una rivelazione unica, perché il Padre si esprime nel Figlio: è il Figlio come Figlio che il Padre ha rivelato a Simone.

Tale rivelazione viene ripetuta sei giorni dopo, durante la Trasfigurazione, quasi a voler sancire ciò che il Padre, per bocca di Pietro, ha rivelato (Mt 17,5). Questa volta però non è Pietro, ma il Padre stesso a pronunciare il nome divino di Gesù, il Figlio eletto, l’amato.

 Secondo il racconto di Matteo, Gesù, con la sua autorità conferisce un altro nome a Simone: «E io a te dico: tu sei Pietro (Kaifa)…», è lo stesso nome del Sommo Sacerdote in carica, come a dire che Simone è già il Sommo Sacerdote che nella Chiesa svolgerà il ruolo del Sommo Sacerdote giudaico, egli è il vero "Caifa". La parola di Gesù è creatrice: egli ha il potere di dare a Simone un nuovo essere, conferendogli un nuovo nome e una missione, comunicando ogni potere: «…Su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Gesù intende edificare la Chiesa rivolgendosi alla persona di Pietro e istituisce questa persona come fondamento della sua Chiesa. Imporre un nuovo nome significa creare una nuova personalità. Quando Gesù afferma, a proposito della pietra, che le porte dell’Ade non prevarranno contro di essa, allude alla forza spirituale superiore che permetterà a Pietro di resistere agli assalti delle potenze infernali, essendo sempre sostenuto dalla grazia nella sua azione personale, dal Cristo stesso che vive ed opera in essa.

Cristo dà a Pietro un potere esclusivo: Egli, pietra angolare, affida a Pietro, pietra di fondazione, un potere universale e completo. Pietro dispone di tutte le facoltà necessarie per dirigere la comunità cristiana, tra queste vi sono quella di manifestare la volontà divina sulla vita umana e quella di rimettere i peccati. Cristo intende esercitare la sua autorità sulla Chiesa con la mediazione del suo discepolo. Gli apostoli hanno ricevuto il potere d'insegnare la dottrina ammaestrando tutte le nazioni, il potere di rimettere i peccati, il potere di celebrare l'Eucaristia, di battezzare e sono stati associati al potere conferito a Pietro; ma Pietro occupa una posizione unica come pietra di fondazione e come titolare del potere supremo ed universale.
Cristo eserciterà la sua missione di pastore sui suoi agnelli e sulle sue pecore mediante l'incarico dato a Pietro (Gv 21), che diviene pastore universale della nuova comunità, per cui «Ubi Petrus, ibi ergo Ecclesia» (dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa); a lui è affidato il ministero dell’unità. «Il Vescovo di Roma è Successore di Pietro nel suo servizio primaziale nella Chiesa universale; questa successione spiega la preminenza della Chiesa di Roma, arricchita anche dalla predicazione e dal martirio di San Paolo. Il Romano Pontefice infatti, quale Successore di Pietro, è perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli, e perciò egli ha una grazia ministeriale specifica per servire quell'unità di fede e di comunione che è necessaria per il compimento della missione salvifica della Chiesa».

Oltre al nome, la seconda immagine che Gesù utilizza è quella delle chiavi, simbolo di potere e di autorità (Is 22,20-22). Chi possiede le chiavi della porta di una casa o di una città, non è un semplice portiere o sorvegliante, ma un fiduciario. Pietro ha la custodia, la responsabilità della Chiesa di Cristo. Questa funzione viene esercitata attraverso due azioni: “aprire-chiudere”, “sciogliere-legare”. Pietro cioè ha il compito di interpretare e proporre la dottrina e la legge e anche il compito di permettere o proibire. La sua è un’autorità vicaria. Pietro diviene l’immagine di Cristo, per pura grazia.

Per fede, i battezzati all’interno della Chiesa cattolica, manifestano venerazione e devozione nei confronti del Suo vicario in terra, perché Egli ci permette di cogliere la volontà di Dio per noi e per la Chiesa tutta, ci conferma nella fede, ci rafforza nella speranza e ci spinge ad amare sull’esempio del Cristo, fino a dire come Paolo: «Il mio vivere è Cristo e il morire un guadagno».

La domanda di Gesù ai discepoli è rivolta anche a noi oggi, anche a te: «Ma tu, chi dici che io sia?». Possiamo anche noi incontrare Gesù e riconoscerlo come il Figlio di Dio? Nel Battesimo e negli altri Sacramenti, nell’ascolto della Parola, nella vita della Chiesa, nella preghiera ci è dato di incontrare il Figlio del Dio vivente. Molti non si accorgono di questa presenza, né cercano di mettere le premesse per realizzare l’incontro. Pietro ha abbandonato le reti, il suo mondo, per seguire Gesù; Paolo è stato scaraventato già dal suo cavallo, dalla sua presunzione, dal suo modo di vivere la fede fino al fanatismo e alla persecuzione. L’incontro con Cristo, Figlio di Dio, si compie se creiamo le condizioni necessarie e la sua grazia ci trasforma, ci rende nuovi.