Tutti i Santi

Tutti i Santi

Mié, 25 Oct 17 Lectio Divina - Año A

“A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro contributo di gloria, a che questa nostra stessa solennità?” Così comincia una predica di san Bernardo per il giorno di Tutti i Santi; dobbiamo riconoscere che la sua domanda mantiene una notevole attualità fino ad oggi; non può essere intesa come una semplice formula retorica di esordio; effettivamente si può riconoscere nel nostro animo più o meno latente un interrogativo del genere; il ritorno annuale della celebrazione mette in evidente rilievo il poco posto che ha la memoria dei santi nella nostra vita cristiana. “I nostri santi – prosegue Bernardo – non anno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto”. E per fortuna che non ne hanno bisogno: la pienezza della loro vita, e della loro gloria non sarebbe così sicura, qualora essi avessero bisogno di essere autorizzati a tanto dal nostro ricordo e dalla nostra gratitudine. O forse chissà, essi hanno bisogno di tanto, e la loro beatitudine non è perfetta finché manchiamo noi a quel banchetto.

Ma potremo noi diventare santi? Il vangelo che oggi la liturgia ci propone ce ne indica la strada.

L’esordio (v.1)
Gesù salì sul monte; si pose a sedere e si avvicinarono a lui suoi discepoli è molto solenne e anche noi oggi non facciamo fatica a ritrovarci ai piedi di Gesù che parla con autorevolezza e autorità, convinti che sia Dio stesso a parlarci attraverso di lui.

La spiegazione di Gesù (v.2)
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo

È un “togliere il velo” è uno “s-velare” la parola di Dio evidenziandone i contenuti più profondi, più intimi, più interiori. Non si tratta di un’altra Legge, ma della stessa che adesso però non ha più il velo che Gesù ha tolto.

Questo ci permette di ascoltare con un diverso atteggiamento quello che Gesù dice al V.3.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Dire, come fa Matteo, “poveri in spirito” non significa portare un chiarimento rispetto a chi è povero solo economicamente, ma piuttosto indica una disponibilità totale della vita che permette a Dio di regnare da vero re nel cuore dell’uomo. Questa prima beatitudine si può considerare la definizione sintetica della comunità dei discepoli individuati e indicati come dei poveri nello spirito, nella vita, nel cuore, che permettono al regno di Dio di espandersi dentro e intorno a loro al punto da poter dichiarare: “di essi è il regno dei cieli”.

La seconda beatitudine (v.4)

Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati

Aggiunge che chi mette se stesso totalmente nelle mani del Signore viene consolato anche nell’afflizione. E’ consapevole infatti in chi ha creduto, in chi ha posto le sue speranze. Perciò per lui l’afflizione è permeata di consolazione, al punto di sentirsi felice, beato. Conseguenza naturale – ovviamente nello spirito – di tutto questo, è la mitezza. I miti sono i delicati, coloro che attendono con serenità fiduciosa l’eredità stabilita per loro da Dio.

Da qui la beatitudine:(v.5)

Beati i miti perché avranno in eredità la terra

La terra che viene promessa ai miti riuscirà poi a saziare tutti (v.6)

coloro che hanno fame e sete di giustizia

Infatti, coloro che attendono unicamente da Dio l’applicazione concreta della giustizia non sperano invano (v.6)

saranno saziati.

Il Signore non li abbandonerà. Anche se passeranno attraverso dure prove, non mancherà loro l’esaudimento garantito dal Signore, Trasformati da questa esperienza, cominceranno inoltre a sentire le cose con il cuore stesso di Dio. Si stabilisce infatti una sorta di andirivieni tra la misericordia, con cui sono trattati da parte di Dio, e la misericordia con cui essi trattano gli altri. L’essersi affidati unicamente a Dio ha trasformato il loro cuore fino a renderlo simile al cuore stesso di Dio. In realtà non si riesce a capire bene se hanno il cuore aperto verso i miseri, perché Dio ha avuto il cuore aperto verso di loro, oppure se è stato Dio ad aprire il suo cuore perché commosso dal loro completo abbandono a lui. Una cosa sembra comunque certa questi “poveri in spirito” si sentono oggetto della misericordia, vivono di misericordia e procedono di misericordia in misericordia fino al punto che si può dire di loro (v.7)

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.

Il loro cuore si è affinato, si è reso trasparente, e perciò “vedono” rispecchiarsi dentro di esso il cuore stesso di Dio. Di qui la beatitudine (v.8):

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

E sono gli stessi che, agendo ormai in sintonia con colui che è “amante della vita” diventano (v.9)

operatori di pace

accettando persino di essere (v.10)

perseguitati a causa della giustizia.

Ciascuna di queste categorie, che vivono atteggiamenti pratici, concreti, sono destinatari di una beatitudine che li accomuna tutti come figli privilegiati del regno di Dio.

A questo punto Matteo aggiunge (v.11)

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

E’ Gesù che parla? O è l’evangelista? Probabilmente è l’evangelista che ha osservato che cosa succede nelle sue comunità. Ha dovuto constatare che molta gente sta soffrendo persecuzioni familiari, persecuzioni politiche a causa della fede in Gesù e ha visto nascere interrogativi molto seri, capaci di mettere in discussione la fede stessa. Perché devo essere perseguitato, incompreso, umiliato? L’evangelista raccoglie tutti gli interrogativi e li pone direttamente a Gesù. Questa è la risposta che riceve (v.12)

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Dunque è questa la via che hanno percorso i santi prima di noi. Dobbiamo rivisitare la loro testimonianza, non come si rivisita un museo, ma come si ritorna alla casa del padre e della madre per ritrovare lo specchio di quello che siamo, di quello che possiamo essere. Essi infatti sono per noi padre, madre, fratello e sorella. Se non ci terremo lontani da loro sapranno risvegliare nel nostro cuore la speranza e il desiderio di una vita buona.