XIV Domenica del Tempo Ordinario

XIV Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 29 Jun 20 Lectio Divina - Año A

Il brano del vangelo di Matteo può essere considerato il cuore del messaggio di Gesù. Gesù ha proclamato il regno di Dio con la forza delle sue parole (Mt 5-7) e con le sue opere (8-9); poi ha predisposto la missione dei suoi discepoli (v. 10) perché a tutti potesse giungere l’annuncio della salvezza. Gesù riconosce un certo fallimento della sua missione perché sapienti e intelligenti (cioè le persone che da un punto di vista religioso hanno preparazione e autorità) hanno rifiutato il messaggio. In tutto questo tuttavia Gesù riconosce la realizzazione della volontà di Dio e allora può rendere grazie. Alcuni infatti hanno creduto: sono i “piccoli”, persone bisognose, socialmente di poco conto; questi hanno riconosciuto e accolto il dono della salvezza di Dio.

Il testo evangelico è preparato dal brano profetico di Zaccaria, che annunzia la venuta del Messia portatore di pace al suo popolo. L’autore invita la comunità religiosa ad esultare e gioire per la venuta del suo re. Il re è chiamato “giusto” nel senso che rivela e attua la giustizia di Dio: nella tradizione biblica Dio è giusto perché libera il suo popolo in forza della fedeltà al suo impegno.

È chiamato “vittorioso” nel senso che la sua azione sarà efficace. Ma subito si precisa che si tratta di un re “umile”. Egli entra a Gerusalemme, come gli antichi patriarchi, a dorso di un asino. Il suo ruolo e la sua azione sono quelli di un re di pace, che fa sparire gli strumenti della guerra. La tradizione evangelica riprende il testo del profeta Zaccaria per interpretare l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme prima della sua passione e morte. Delle tre qualifiche del re messia Matteo ne conserva una sola: mite.

 v.25: La benedizione è la preghiera di gran lunga più usata in tutto Israele: gli Israeliti benedicono Dio per tutto. La benedizione di Dio non è un atto originario: l’atto originario è la benedizione che Dio elargisce al suo popolo. Dio è colui che benedice e che fa del suo popolo un popolo benedetto, un popolo guardato da Dio con benevolenza. La benedizione, il dono di Dio nei confronti del popolo, suscita nel popolo la benedizione nei confronti di Dio.

Nel vangelo di oggi è Gesù a benedire il Padre. Qualcuno traduce anche in modo diverso, cioè: “mi compiaccio con te”, dice Gesù al Padre. E noi sappiamo che quando nella Bibbia ci sono queste parole, succedono  rivelazioni molto grandi. Solitamente, quando il Padre si compiace del Figlio è perché il Figlio si sottomette al Padre e perché, in qualche modo, viene annunciata quella che è la sua Pasqua. Non c’è benedizione che non sia legata al motivo per cui si benedice. Se qualcuno benedice Dio, bisogna che nella benedizione ci stia il motivo per cui lo benedice. Gesù benedice il Padre per quello che ha operato nei piccoli: non i piccoli in quanto piccoli, ma i piccoli in quanto nella loro vita Dio si manifesta.

Non c’è, in queste parole, nessuno rifiuto e nessuna condanna della sapienza o dell’intelligenza umana; ma piuttosto la proclamazione che qui siamo di fronte a un campo che supera l’intelligenza. Se voglio conoscere i misteri dell’atomo, mi si richiedono soltanto gli strumenti adatti e l’intelligenza acuta. Ma se voglio comprendere un amico, mi si richiede anche l’umiltà di mettermi accanto a lui, di ascoltarlo se e quando lui vuole comunicarsi, di accogliere con immenso rispetto le sue parole e di accostarmi al mistero della sua persona. Così è con Dio: chi pensa di racchiuderlo dentro i confini della sua intelligenza si preclude ogni possibilità di avvicinarsi a lui; chi, convinto di essere “piccolo”, si dispone ad accoglierne la rivelazione, può davvero entrare in comunione con lui.

 v.27: La rivelazione di Dio, che è Gesù, diventa per ciò stesso legge di vita per l’uomo. Ogni piccolo frammento di luce che l’uomo riesce a percepire nel mistero di Dio diventa guida per lui nel cammino della sua vita. Se comprendiamo, almeno inizialmente, che Dio è amore, non c’è dubbio che l’amore deve diventare legge della nostra vita. Se vediamo che in Gesù Dio ha dato la vita per noi, capiamo che dobbiamo dare la vita per i fratelli. Se Dio in Gesù ci ha servito, accolto e perdonato, non c’è dubbio che noi dobbiamo accogliere, servire e perdonare i nostri fratelli; e così via…

Questo è “il giogo” di Gesù, la sua legge. Non una legge fatta di parole soltanto, ma incarnata nella vita di Gesù. Per questo accogliere la legge di Dio significa vivere il rapporto con lui come rapporto di amicizia e d’amore che fonda e arricchisce il rapporto con tutti gli altri. Non è che Gesù chieda poco, perché chiede niente di meno che donare la nostra vita. Non è che faccia sconti sulla legge morale; al contrario sembra che egli esasperi le esigenze della legge. Le esigenze di Gesù appaiono quindi senza limiti. Perché, allora, le può definire “dolci”, “leggere”? Solo per quel rapporto di amicizia che Gesù stabilisce coi discepoli e che trasforma la legge in legge d’amore, la lettera in Spirito, l’esigenza in dono.

 v.28: Gli “affaticati e sovraccaricati” sono coloro che penavano sotto le complicate e minuziose prescrizioni della legge e che si sentivano smarriti dinanzi all’insegnamento difficile e sottile dei rabbini. Gesù invita costoro a ricercare in lui, nel suo vangelo e nel suo esempio, la vera volontà di Dio.

 v.29: L’immagine del giogo, già conosciuta nell’Antico Testamento, indica comunemente nel giudaismo la legge di Dio, scritta e orale.

Questo giogo non era sempre sentito come pesante o doloroso; la ‘gioia’ del giogo era conosciuta anche nel giudaismo. Qui, nella stessa prospettiva del Discorso della montagna (cc 5-7), iniziato con l’annuncio della felicità del regno di Dio, Gesù oppone la sua interpretazione liberatrice della legge al legalismo ebraico, poiché Gesù comunica agli uomini, insieme con una legge rinnovata, la gioia del regno. Quello che Gesù propone non è tanto una semplificazione arbitraria della legge divina, quanto la liberazione di essa da sovrastrutture create dagli uomini. E soprattutto Gesù offre se stesso come modello a cui fare riferimento e compagno di viaggio alla ricerca di Dio e della sua volontà.

C’è uno stretto legame tra mitezza e umiltà. Umile indica l’atteggiamento obbediente, la docilità di Gesù alla volontà del Padre. Mite indica invece l’atteggiamento misericordioso, tollerante, pronto al perdono. In antitesi con i maestri che affaticano e opprimono la gente, Gesù si presenta come il maestro mite e umile di cuore. Egli invita i discepoli a mettersi alla sua scuola.