XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dom, 08 Oct 17 Lectio Divina - Año A

Le letture della liturgia odierna si ricollegano abbastanza direttamente a quelle della scorsa domenica: lì, nel cantico della vigna di Isaia e nella parabola dei vignaioli omicidi di Matteo si rinfacciava all’uomo la scarsa capacità di essere fedele alle chiamate di Dio e si profilava per questo il peggior castigo: l’attenzione di Dio si sarebbe scostata dal popolo di Israele e si sarebbe rivolta altrove. Nelle letture di oggi sentiamo la conferma di un destino magnifico per i giusti (Isaia), ma ancora una volta viene stigmatizzata la scarsa fedeltà dell’uomo a Dio ed annunciate le conseguenze di essa.

La prima lettura è tratta dalla cosiddetta “Grande Apocalisse di Isaia” è un testo che strutturalmente è contenuto nel I° Isaia, ma per le caratteristiche stilistiche viene abbastanza concordemente attribuito ad un autore diverso (secondo alcuni autori allo stesso DeuteroIsaia.)

Nel brano che abbiamo letto viene descritto il magnifico destino che spetta (ai soli giusti, a quel resto di Israele che potrà sfuggire alle distruzioni descritte nel testo subito prima): è un’immagine allettante del Ultimo Giorno, un banchetto eccezionale per la quantità e la qualità delle pietanze e bevande, ma soprattutto, un premio spirituale, quale l’illuminazione interiore, che spezzerà l’ignoranza umana e l’abolizione della morte e con essa di ogni lutto e dolore. E’ proprio il caso di restarne entusiasmati e di erompere in un canto di ringraziamento a questo Dio Misericordioso e Fedele.

La immensa fedeltà di Dio è il vero fondamento della fiducia piena ed affettuosa che permette all’uomo di vivere sicuro e tranquillo, come poeticamente ci ricorda in ogni suo passo il salmo responsoriale “Il Signore è il mio Pastore”.

E’ la stessa certezza che porta anche Paolo a dire, nella seconda lettura, dalla lettera ai Filippesi, “tutto posso in colui che mi dà forza”: solo la fede nella presenza del Signore gli permette di saper essere povero coi poveri e ricco coi ricchi (anche se poi si fa un dovere di riconoscere l’utilità degli aiuti ricevuti dagli amati Filippesi).

Nella parabola si riprende il tema di domenica scorsa; anche cronologicamente, le due parabole sono consecutive nel vangelo di Matteo, collocate negli ultimi giorni di attività di Gesù, prima della sua Passione e Morte in Gerusalemme. Il tema è quello della chiamata del Signore, non corrisposta dal popolo di Israele, ma qui, se possibile, i toni si colorano di maggiore tensione emotiva, perché qui il Signore viene colpito nella stessa sfera personale, le nozze del Figlio prediletto: quale affronto più grande verso un Re, ignorare la festa di matrimonio del Figlio!

Più o meno la stessa parabola viene raccontata anche da Luca, che, però la colloca in un periodo precedente dell’attività di Gesù, e pare soprattutto intento a discriminare le varie motivazioni addotte dagli invitati per rifiutare l’invito ed il tono emotivo è sicuramente inferiore; in Matteo, oltre a tutto, all’insensibilità degli invitati si aggiunge, come nella parabola dei vignaioli omicidi, la loro protervia e violenza!

C’è un altro importante elemento di dissociazione rispetto al racconto di Luca. In entrambe i casi gli invitati indisponibili sono sostituiti da altri raccogliticci, presi dai servi a caso, data l’urgenza del comando di riempire il palazzo del padrone; Matteo ci tiene ad aggiungere che fra essi ci sono sia buoni che cattivi, quasi a voler escludere completamente qualsiasi merito personale alla radice della nostra chiamata. Ma nel racconto di Matteo viene aggiunto un altro episodio imprevedibile e sconcertante: uno di questi nuovi invitati si aggira per il palazzo del Re senza indossare la veste nuziale e, per questo, viene subito cacciato in malo modo. Ma come pretendere che un poveraccio, pescato all’ultimo momento ad un crocicchio fosse fornito dell’abito nuziale? Una risposta sembrerebbe provenire dalle antiche usanze orientali (forse confermate anche da recenti scoperte archeologiche): ci sarebbe stata l’usanza, nelle case dei più ricchi, di donare a tutti gli invitati un abito da indossare per la festa; esserne privo era frutto di una propria trascuratezza, superficialità e scarso rispetto, perciò si giustificherebbe bene l’ira del Signore.

Una simile interpretazione potrebbe portarci, però, ad identificare il significato dell’abito nuziale in senso moralistico: l’abito richiesto sarebbe il comportamento etico, le nostre opere buone e ciò non mi sembra troppo in accordo con quanto, in generale, ci insegna il vangelo.

Una risposta migliore potrebbe provenire dalle parole di san Paolo in Gal.3,27 quando scrive “vi siete rivestiti di Cristo”. Entrando nella sala del banchetto di nozze, “vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo.” L’abito da cerimonia, che ci viene richiesto, è proprio questa capacità di rivestirsi di Cristo, di aprirsi totalmente e fedelmente all’opera dello Spirito Santo.

Non è che, per il solo fatto rituale dell’essere battezzati, i Cristiani della comunità di Matteo potessero automaticamente ritenersi certi di entrare nel Banchetto delle Nozze; e così è anche per noi, oggi: dobbiamo ogni giorno conquistare la speranza della salvezza, attraverso, la capacità di convertirci continuamente, di rinnovare ogni momento il SI fiducioso a Dio che ci chiama.