XXX Domenica del Tempo Ordinario

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Mié, 25 Oct 17 Lectio Divina - Año A

“Gioisca il cuore di chi cerca il Signore…cercate sempre il suo volto”. L’antifona d’ingresso tratta dal Sal 104(105) ci introduce nel clima della liturgia di questa trentesima domenica del Tempo Ordinario, che potremmo definire come la gioia della ricerca. La nostra vita infatti è una ricerca, un continuo cercare ascoltando il desiderio più profondo che ci abita, senza scoraggiarsi di fronte agli ostacoli. La meta infatti è allettante e tanto bella: il volto di Dio, quel volto la cui nostalgia ci abita fin dal grembo materno e che cerchiamo per tutta la vita. Ed è di ricerca che le letture di questa domenica ci parlano, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue insidie, alla quale il Signore non disdegna di dare orientamenti. Ma proviamo ad addentrarci con ordine nel tesoro che la Chiesa ci consegna.

Nella prima lettura tratta dal libro dell’Esodo, il Signore comincia a dare delle coordinate di grande importanza per incamminarci nella ricerca del suo volto, mettendo in evidenza fin da subito, fin dalla formazione del popolo eletto, che il suo volto coincide con il povero. Dio non si prende cura di chi è già pieno di sé e di beni, ma di coloro che sono mancanti, sia dei beni, sia di se stessi. Il volto del Dio di Gesù Cristo ha le sembianze dell’indigente, di colui che riconosce di essere nel bisogno. Anche la seconda lettura ci mostra come la comprensione del volto di Dio passa attraverso l’ascolto della Parola, che converte dagli idoli al vero Dio, ma è il Vangelo a darci le coordinate di questo cammino.

Il contesto evangelico è ancora di contestazione e di tensione, come nella scorsa domenica. L’evangelista Matteo ci mostra come Gesù sia sotto il mirino di chi vuole farlo fuori e la prima cosa di cui dobbiamo stupirci è la calma con cui affronta tutto questo. Ripensiamo a quanto sia difficile mantenere la calma quando si sa di essere al centro di un fuoco incrociato che attende soltanto un minimo cenno di cedimento per dare il colpo di grazia; ripensiamo a quanto sia forte la pressione dei pensieri che si affollano nella mente e prospettano scenari catastrofici; ripensiamo a quanto sia alta in noi la tensione da sentirci tirati come una corda pronta a saltare … e invece Gesù affronta tutto questo con una grandissima dignità, serenità, calma. Certo, la nostra prima risposta semplicistica e risolve in apparenza tutti i nostri interrogativi è: “Si, ma Lui è Dio e può tutto … Lui sa …!”. È naturale che sa, è vero che è Dio, ma s. Paolo ci dice con forza che non considera un tesoro geloso l’essere come Dio, ma se ne spoglia (cf. Fil 2,6) e la lettera agli Ebrei ci dice che imparò l’obbedienza dalle cose che patì (cf. Eb 5,8). La sua calma dunque, la sua capacità di reazione a tanta tensione non è frutto di poteri soprannaturali, ma di esperienza che accomuna ogni uomo. Gesù riesce a porsi con dignità e serenità di fronte agli attacchi, perché sa di essere amato di un amore più grande, sa di essere con il Padre, sa di poter contare sul suo amore e questo lo rende forte, di quella fortezza che ci spiazza. È anche una possibilità che abbiamo tutti noi come cristiani: noi siamo amati di un amore che ci avvolge, ci precede, ci custodisce ed è la certezza di questo amore che ci rende saldi e sereni.

Gesù dunque è nel pieno delle provocazioni fatte da tutte le classi del potere: domenica scorsa sono stati gli erodiani a metterlo alla prova, azzittiti magistralmente dall’esempio del tributo; la liturgia poi salta il discorso che Gesù fa con i sadducei (Mt 22,23-33) riguardo la questione della donna che aveva sposato uno dopo l'altro sette fratelli senza averne figli, e in questa domenica entrano in scena i farisei, che mandano avanti un dottore della legge, un teologo potremmo dire, culmine della messa in campo di tutte le forze per poterlo cogliere in contraddizione e così toglierlo di mezzo.

v.34-35: In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme, e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova.

Gesù, come abbiamo detto, era riuscito a vincere anche le cavillose argomentazioni dei sadducei, ma i farisei non si danno per vinti. Si radunano insieme e Il verbo usato è synago, dal quale viene il termine sinagoga. Si tratta forse di un accenno ironico al riunirsi dei giudei, per fare del male e non per ascoltare la Parola del Signore. L’intento infatti viene subito dichiarato: si interroga Gesù per metterlo alla prova. Manca un elemento essenziale per un dialogo ed è l’ascolto di quello che l’altro può donarmi, tipico di chi sa già come stanno le cose.

v.36: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

I farisei sapevano bene qual era il grande comandamento, perché da quand'erano nati avevano sempre sentito dire che il sabato - il terzo dei dieci, quello che parla della santificazione delle feste - era il più grande dei comandamenti. Così grande che anche Dio l'osservò. Ecco perché è un tranello: uno di quei tranelli dei quali loro erano artigiani impareggiabili nelle botteghe della loro religione e pensano così di poterla fare al Maestro di Nazaret in questo modo. Se Gesù non avesse voluto dare loro la soddisfazione di riconoscere il sabato - la formalità, l’apparenza, le frasi di circostanza, ciò che si vuol sempre sentirsi dire - avrebbe avuto l'imbarazzo della scelta: la legge antica, infatti, prevedeva 613 precetti: “365 negativi, corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano” (Talmud babilonese, Makkot 24a) sostituendo alla bellezza del volto di Dio Padre, un ferrato legalismo. Del resto anche noi conosciamo bene questo tipo di relazione con Dio, anche noi, in fondo, uomini e donne della nuova alleanza, pensiamo di poter ottenere il favore di Dio facendo delle cose, rispettando delle norme, rispettando scrupolosamente il nostro “Sabato”. Ma Gesù è il messia che parla con autorità inserendo un’inaudita novità.

v.37: Gli rispose: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente".

«Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i luoghi e i tempi di quell'incontro» (Evangelii Gaudium): con questa risposta Gesù spiazza totalmente le attese farisaiche e lascia tutti a bocca aperta. Anche in questa scelta riconosciamo come l’unica cosa che gli sta a cuore è che chi ascolta sia messo nelle condizioni di cambiare totalmente il modo di considerare la relazione con Dio. Parte così dallo Shemà Israel, una preghiera tanto cara ai suoi interlocutori e li riporta sul piano vero: l’amore. Il verbo non è un imperativo, ma è al futuro ad indicare che è compito di tutta la vita, è cammino che mai si conclude, che durerà un’intera esistenza al termine della quale il volto dell’Amato si svela. “Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto.

Per tre volte Gesù ripete che l'unica misura dell'amore è amare senza misura” (E. Ronchi) ed è l’unico criterio che ci fa veri cristiani. Le specificazioni del cuore, della mente e delle forze dicono una totalità della persona che non può sfuggire: non si ama Dio solo con il sentimento e neppure solo con la ragione, ma la totalità di noi stessi e coinvolta senza sconti ne mezze misure, il nostro Dio è il Dio del tutto!

v.39: Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il prossimo come te stesso".

Siamo al cuore del messaggio rivoluzionario: simile al grande comandamento è il comando di amare il prossimo, che è l’assoluta novità di Gesù. Tutta la straordinarietà della rivelazione si misura su questa affermazione che capovolge totalmente il modo di concepire la relazione con Dio e la pone su un piano incredibilmente possibile.

“Va detto con chiarezza: il rapporto con Dio è esposto al rischio dell’idolatria, perché se Dio è ridotto a un oggetto del nostro amore, se amiamo un’immagine di Dio che noi abbiamo plasmato, allora Dio è un idolo, non il Dio vivente che si è rivelato a noi!” (E. Bianchi): l’unico modo per evitare l’idolatria è allora la relazione fraterna con il mio prossimo, l’amore a colui che posso considerare il mio prossimo.

“Ma perché amare, e con tutto me stesso? Perché una scheggia di Dio, infuocata, è l'amore. Perché Dio-Amore è l'energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e l'altre stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa” (E. Ronchi). Il cammino di ricerca del volto di Dio trova allora in queste parole la grande bussola con cui orientarsi in ogni situazione che si incontra: solo passando al vaglio dell’amore del prossimo, siamo capaci di smascherare le idolatrie che ci abitano e che ci offuscano e ci colloca nella giusta direzione.

Non possiamo allora non chiederci: che volto ha il mio fratello e cosa provo per lui? Si, il mio fratello … quello che mi fa fatica guardare perché mi ha voltato le spalle, quello che incontro sporco per strada, quello che difficilmente vorrei perdonare … Dal volto del fratello che ho nel cuore, riconoscerò anche il volto di Dio che ho nel cuore e sarò capace di riprendere il cammino se me ne fossi allontanato.