XXXI Domenica del Tempo Ordinario

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Lun, 30 Oct 17 Lectio Divina - Año A

Sulla scia dei brani del Vangelo di Matteo delle domeniche precedenti, anche oggi troviamo un tono aspro e polemico che non è, tuttavia, un ulteriore tentativo di inciampo per trarre in inganno Gesù ma al contrario, un invito da parte Sua, in modo preventivo, a fare attenzione a chi o alle situazioni che ci possono far cadere o deviare dalla via che Dio, Padre buono che non inganna, e che tutto ha pensato per noi. C’è chi dice che esistono i fatti e non le idee. E questo è quello che, con altre parole, ci viene detto proprio dalle letture di questa domenica. Dirsi credenti a parole è facile, lineare, perfino scontato in certi luoghi o epoche storiche. Ben diverso è passare dalle parole e dai massimi sistemi alla concretezza della vita.

Una prima considerazione importante da fare prima di addentrarci nel brano è capire che Gesù non ce l’ha con i farisei o gli scribi in quanto tali. Non attacca le persone, non denigra il nucleo inviolabile di ogni creatura, mai! Si concentra sulle opere, su quello che fanno, su come mettono o no in pratica quello che dicono. È facilissimo traslare queste indicazioni per donne e uomini di ogni epoca e cultura. Qui potremmo dire che Gesù punzecchia tutti, anche noi oggi e nessuno se ne può sentire escluso. Chi non vorrebbe evitare la fatica e lasciarla ad altri? Chi non vorrebbe non essere ammirato, lodato, ringraziato per quello che fa? Nessuno può dire di no, sarebbe falsissima umiltà. È infatti della natura stessa dell’uomo il bisogno di essere riconosciuto, stimato, approvato… Dio non copre né sommerge questo anelito che Lui stesso ha posto in noi ma ce lo fa brillare di luce nuova. Non siamo noi i maestri che devono ergersi sulla cattedra con la pretesa di essere ascoltati e lodati! Non c’è posto per tutti: ciascuno vorrebbe stare sul pulpito. Al contrario il Signore ci dice che chi ci ascolta e ci accoglie senza bisogno di dimostrare capacità o bravure è uno solo: Lui stesso e il Padre in Lui. Il bisogno di essere visti rimane, ma Uno solo lo può colmare in modo sano, altrimenti il frutto sarebbe quello di una relazione distorta, abusante, reprimente nei confronti di coloro che come noi hanno sete di amore vero.

L’arte di saper discernere, tanto cara a sant’Ignazio, è una via concreta che ci permette di essere sempre vigilanti per verificare se i nostri modi di fare, di dire, di relazionarci sono conformi allo Spirito di Dio o se seguono un vuoto e basso interesse personale.

v.3 “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno”: è sempre in allerta la tentazione di scambiare la Legge con il Vangelo, proclamare il Vangelo a mo’ di leggi, obbligare gli altri a determinati comportamenti, tralasciando completamente l’annuncio di Gesù che è prima di ogni cosa εὐαγγέλιον (euagélion): buona notizia! Anche in una altra occasione aveva detto “Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato” (Mc 2,27). Non è l’uomo che è succube della legge, ma al contrario la legge è ciò che permette all’uomo di vivere in pienezza il suo stato. Perciò la prima attenzione di Gesù è all’uomo, alla persona, non a ciò che “deve” o “non deve” rispettare. Com’è facile farsi incastrare da questa mentalità più semplice da gestire: o sei incasellato in questo sistema o sei fuori! Gesù è invece per la liberà del cuore che non vuol dire permissivismo assoluto ma amore prima di tutto. Anche la Chiesa deve stare bene attenta a non abusare della Parola facendone Legge immutabile e da osservare alla lettera. Ciò che conta è Chi e come ci è stata annunciata!

v.4 “Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare…”: se proponiamo cose pesanti e difficili da portare e compiere, allora non siamo nella linea del Vangelo. Gesù infatti ci dice in un altro passo “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 28-30). Questo ci dice che il Vangelo non può essere un fardello pesante, che uccide o fa soccombere chi cerca di metterlo in pratica. Seguire il Signore alleggerisce la fatica del viaggio, non la elimina ma le dona nuova luce e senso.

v.6 “si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente...”: la modalità di azione che ci insegna Cristo non è quella di primeggiare, di cercare il consenso o il plauso. Quanto anche Papa Francesco richiama ogni cristiano a questo stile che non deve essere abbracciato: “La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale».

Questa mondanità può alimentarsi (…) nel neopelagianesimo autoreferenziale e prometeico di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato. È una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore.

Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di “dominare lo spazio della Chiesa”. In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, ma senza che li preoccupi il reale inserimento del Vangelo nel Popolo di Dio e nei bisogni concreti della storia. In tal modo la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. In altri, la medesima mondanità spirituale si nasconde dietro il fascino di poter mostrare conquiste sociali e politiche, o in una vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, o in un’attrazione per le dinamiche di autostima e di realizzazione autoreferenziale… Non c’è più fervore evangelico, ma il godimento spurio di un autocompiacimento egocentrico.” (E.G. 93-95)

v.9 “…uno solo è il Padre vostro”: Abbiamo un Padre e dunque siamo tutti fratelli. La prima lettura del profeta Malachìa ci invita a “dare gloria a Dio”, a mettere Lui al centro della nostra lode e non noi stessi. Quante volte sbagliamo la mira e confondiamo la via per la meta. Paolo, nella seconda lettura, ci invita ad essere amorevoli come una madre. È bella quest’espressione perché ci dice in modo concreto come comportarsi: come fa una mamma con i suoi figli, non una “matrigna” - di fiabesca memoria!