III Domenica di Avvento - Gaudete

III Domenica di Avvento - Gaudete

Vie, 10 Dic 21 Lectio Divina - Año C

In questa terza domenica di Avvento dell’anno C, la liturgia della Parola ci invita a dilatare il cuore per far crescere la speranza di una gioia fondata e duratura.
La prima lettura è esplicita in questo senso: il profeta Sofonia (3,14-18a), infatti, offre espressioni capaci di far vibrare tutto il nostro essere: “Gioisci, figlia di Sion; esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! […] Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”.
Sofonia sembra comporre una musica che convoca alla danza della speranza, mostrandoci l’amore invincibile di Dio per noi e ci fa godere, aprendoci alla consapevolezza che è possibile pregustare ciò che il Signore in mezzo a noi sta operando come “salvatore potente”.
Anche Paolo, nel brano della lettera ai Filippesi (4,4-7), sollecita con insistenza alla gioia perché “il Signore è vicino” e perché la “pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Questa pace "supera ogni intelligenza” sia perché va al di là della capacità umana di comprensione, sia perché realizza più di quanto siamo in grado di concepire.
Proprio alla luce di queste due letture dell’Antico e del Nuovo Testamento possiamo accingerci a riflettere sul Vangelo di Lc 3,10-18, il cui protagonista principale è Giovanni Battista. Egli proclama la buona notizia, annuncia la venuta del Messia.

Nel v. 8 sta il cuore della pericope proposta, la sintesi del brano evangelico odierno: “Fate opere degne di conversione”. Non basta parlare di conversione del cuore… È possibile constatare tale cambiamento di vita attraverso i frutti, attraverso “opere degne” di tale conversione. Il cuore dell’uomo si apre alla vita quando accetta il dinamismo dell’amore che lo trasforma di giorno in giorno nella risposta concreta e quotidiana alle proprie responsabilità. Ed allora è lo stesso Dio che esulta e grida di gioia, perché gode nel vedere l’uomo disposto al cambiamento e a lasciarsi rinnovare dal suo amore.

I vv. 10-14 sono tipici del Vangelo di Luca e si rivolgono ad alcune categorie concrete di persone, che hanno il cuore ben disposto.
Al contrario, i capi religiosi mostrano di non essere inclini a pentirsi e questo è chiaro dove leggiamo che i dottori della legge e i farisei “non facendosi battezzare da lui hanno reso vano per loro il disegno di Dio” (7,30; cfr 20,5).
Invece i giudei di estrazione comune o coloro che vivono ai margini della società, come i pubblicani e i soldati, sono i destinatari che mostrano un atteggiamento positivo, interessato, desideroso di immettersi nella via della conversione.

v.10: “Che cosa dobbiamo fare?”: è la domanda che viene ripetuta anche nei vv. 12 e14. In questo versetto il quesito viene messo sulle labbra delle folle.

La predicazione del Battista ha raggiunto il suo fine, è stata efficace, perché ha toccato le persone presenti, sollecitandole ad una nuova mentalità; ed esse sentono l’esigenza di diventare ciò che hanno compreso con l’intelligenza e con il cuore, ponendo questa concreta domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”.

Si cerca una risposta autorevole proprio come in altri brani di Luca, dove viene rivolta a Gesù la medesima domanda da parte di un dottore della legge e da un notabile: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” (10,25 e 18,18). Vale la pena andare a rileggere personalmente le risposte di Gesù.

Lo stesso quesito ricorre tre volte anche negli Atti degli apostoli. Gli uomini della Giudea e di Gerusalemme, dopo la proclamazione del kerigma da parte di Pietro, si sentono trafiggere il cuore e chiedono: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (2,37).

È la medesima domanda del carceriere che, edificato dalla testimonianza di Paolo e Sila, si getta ai loro piedi e chiede: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?” (16,30).

Infine quando Paolo cade a terra sulla strada di Damasco, a Gesù il Nazareno che egli perseguita chiede: “Che cosa devo fare, Signore?” (22,10).

Il “che cosa devo fare” nasce da una trafittura del cuore, da un’esperienza di forza e di luce che interpella e a cui non si può fare a meno di rispondere, perché è tutto l’essere dell’uomo che vibra ed è spinto al cambiamento.

v.11: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto” Il Battista non propone di offrire sacrifici o praticare digiuni, ma spinge a scelte più radicali, cioè a una sollecitudine disinteressata per i propri fratelli che sono nel bisogno. Egli non invita ad un devozionismo pio, come richiedeva la legge ebraica, ma a qualcosa di più ordinario e quotidiano: l’attenzione al prossimo.

Il precursore orienta verso necessità concrete, come il cibo e il vestiario; essi sono bisogni basilari dell’esistenza umana; le risposte quindi sono precise e inconfondibili, non c’è possibilità di addurre pretesti o giustificazioni.

Le proposte di Giovanni sono radicali, ma nella norma; Gesù le supererà nel discorso della montagna (nei tre famosi capitoli di Mt 5-7), che per Luca è il discorso della pianura ed assume coloriture sue tipiche (cfr Lc 6,17-49).

vv.12-13: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato” I protagonisti di questi versetti sono i pubblicani, una categoria di persone disprezzata sia dai giudei che dai pagani, in quanto considerata come una classe che possiede una moralità scadente a causa della professione esercitata: essi infatti, potevano avere la tentazione di usurpare i diritti altrui mediante un arricchimento illecito.

Luca capovolge le aspettative normali e i pregiudizi del tempo; i pubblicani infatti desteranno meraviglia per la risposta pronta alla predicazione di Gesù.

Questo lo vediamo in alcuni passi emblematici del Vangelo di Luca come in 15,1, dove essi si avvicinano a Gesù per ascoltarlo, mentre i farisei e gli scribi mormorano scandalizzati contro di lui; in 19,2 incontriamo Zaccheo, “ […] capo dei pubblicani e ricco” il quale “cercava di vedere quale fosse Gesù”; e al capitolo 18 (vv 9-15) dove ci è presentato il pubblicano che torna a casa giustificato per la reale compunzione del cuore mostrata nel suo modo di pregare, perché “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

v.14: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Infine il Battista si rivolge alla categoria dei soldati. Essi, probabilmente erano giudei al servizio di Erode Antipa, ed erano denigrati in quanto cooperavano a rafforzare la potenza di Roma a cui erano assoggettati. Essi sono invitati da Giovanni a non usare la violenza e il ricatto.

Nel Vangelo di Luca che stiamo meditando abbiamo vari esempi di centurioni che rispondono positivamente al Figlio dell’Uomo, ad esempio in 7,1-10 dove “Gesù restò ammirato […] e dice: Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”

Oppure quando presenta il centurione che, davanti alla croce, “glorificava Dio” e diceva: “Veramente quest’uomo era giusto” (23,47).

Anche negli Atti degli apostoli l’evangelista parla di Cornelio “centurione della corte italica” (At 10, 1-2), primo pagano convertito.

C’è senz’altro in Luca una visione positiva dell’autorità militare romana; ciò che a lui preme di evidenziare è che l’annuncio del kerigma è per tutti, senza atteggiamenti pregiudiziali: la Parola raggiunge chi è in un sincero atteggiamento di ascolto, senza preconcetti di sorta.

È interessante per noi riflettere sulle risposte personalizzate che dà il Battista ai suoi interlocutori e non sorvolare su questa sua peculiarità, perché ciò sta a significare che c’è una responsabilità, che riguarda ognuno in prima persona, ed è quella di saperci interrogare sempre di nuovo ed impegnarci, in ogni momento, nelle circostanze più umili e inedite della nostra vita.

È lì, infatti, che siamo chiamati a cercare le risposte adeguate, perché ogni esperienza ed evento ha la sua grazia e il suo senso, che dobbiamo essere capaci di cogliere.

v.15: “Poiché il popolo era in attesa”. Questo versetto si apre con la considerazione che alcuni giudei aspettavano la venuta di un Messia, di un “unto”, cioè di un consacrato che rappresentasse Jahwè per restaurare Israele e far trionfare la sovranità di Dio e si chiedevano se Giovanni non fosse proprio il Cristo.

La predicazione di Giovanni forma “un popolo ben disposto” (Lc 1,17) ad accogliere la rivelazione, un popolo capace di credere e sperare. Solo a chi sa sperare Dio può donare ciò che ha garantito.

v.16: “Io vi battezzo con acqua” Giovanni si proclama al di sotto di Gesù; infatti, egli usa l’acqua come elemento di purificazione, Gesù invece userà agenti di purificazione più alti e più perfetti: lo Spirito e il fuoco. Nel libro degli Atti, capitolo 2, sempre Luca ci mostra come il fuoco e lo Spirito realizzino la loro opera negli uomini: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono pieni di Spirito Santo”

Gesù, dice il Battista, è “più forte”; cioè è più potente nel respingere il potere del male. Infatti, “scaccia i demoni con il dito di Dio”. Il precursore non si sente neppure degno di compiere per Gesù l’umile servizio di “sciogliere il legaccio dei suoi sandali”.

vv.17-18: “Egli ha in mano il ventilabro”. Questa immagine del ventilabro che ripulisce l’aia, che vaglia chi porta frutto da chi non porta frutto, è in sintonia con la “scure posta alla radice degli alberi” dove “ogni albero che non porta frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco” (Lc 3,9).

Con questa visione radicale, il Battista manda a interrogare Gesù (Lc7,18-23) perché il modo di portare la salvezza da parte di Dio si esprime in modo diverso dalla sua stessa concezione della salvezza.

Non con la scure, infatti, ma con le guarigioni, gli esorcismi, il perdono, l’annuncio della buona novella ai più poveri, Dio realizzerà il Bene dell’uomo.

Il compito del Battista, il suo mandato, è quello di mantenere viva l’attesa del Dio che viene e non deve incorrere nel pericolo di ridurre questa attesa ad una speranza solo umana, anche se improntata alla solidarietà e alla giustizia. Egli ha la missione di immergere l’uomo nella sua verità profonda, nella sua creaturalità e nel suo limite, in attesa del “più forte”; e poi “il più forte” immergerà l’uomo nello Spirito Santo, che è la vita stessa di Dio. Il fuoco per Giovanni Battista non ha il senso della condanna e del giudizio, quanto piuttosto quello di mettere in risalto la realtà del male e muovere l’uomo a conversione. Per questo anche la predicazione di Giovanni è da considerare come un annuncio della buona novella al popolo, capace di preparare i cuori alla novità evangelica portata da Gesù.