Profuga a Portiolo: apostolato con pupazzi di cartone

Profuga a Portiolo: apostolato con pupazzi di cartone

Lun, 16 Dic 19 Fondatrice

Maria Oliva scriveva a un Monsignore: "Durante la Prima Guerra Mondiale, mi trovavo a Portiolo, un paesino del Mantovano, profuga con la famiglia. Il socialismo imperava e la chiesa era quasi sempre muta. Col cuore stretto passavo gran parte della giornata davanti al Tabernacolo per il ritorno dei fratelli al Focolare della parrocchia. Erano tanti tanti, senza numero; l'argine del Po si confondeva coi confini del mondo.
A darmi il senso vivo del loro sbandamento, i monelli della piazza irrompevano spesso indisturbati nella chiesa deserta, invadevano i confessionali, cavalcavano i banchi e fuggivano non inseguiti, fischiando e urlando. Frenarli, ammansirli, correggerli: impossibile. Se il parroco lo tentava dal fondo dell’abside, erano lazzi e bestemmie, perché sapevano di avere complici potenti: il padre, il sindaco, l'ispettore scolastico. Che avrei potuto fare io - la profuga - cui era indirizzata una buona dose di quei lazzi?
Ma i pensieri del Signore sono diversi dai nostri pensieri, e più la mia volontà si aggrappava al suo cuore per non essere rapita alla quiete dell'adorazione, più la Sua mi sospingeva verso quella piccola orda, suo piccolo Corpo Mistico, a faticare e soffrire. Cedetti e iniziai il mio apostolato sull'argine, con pupazzi di cartone confezionati da mio padre nelle ore di nostalgia: una tiratina di spago metteva in moto gambe e braccia e ottenni presto ciò che non avrei ottenuto nemmeno con l'immagine della Madonna.
I ragazzi mi furono tutti attorno. Qualche mese dopo erano schierati in chiesa  per il catechismo e gradivano le premiazioni sacre. A maggio ci furono le prime comunioni. ​[…]
Umili vicende di Parrocchia, ma l'origine e l'essenza del nostro apostolato è tutta qui: in questa spinta del Signore a lasciarLo per gli altri, quando non si desidererebbe che starcene con lui".
                                                                                                                                                                                                                                        (S. Garofalo, Storia di un Carisma, 62-63)