coraggio

#4step: Il coraggio di dirsi le cose

Gio, 15 Mar 18 Formazione

Proseguiamo con il tema dell'ultimo step: la consapevolezza di ciò che viviamo.

In una comunicazione autentica e libera una persona dice realmente quello che pensa e i sentimenti che associa al pensiero. “Quasi tutti pensiamo che gli altri non tollerino una simile onestà nel comunicare le reazioni emotive. Preferiamo un’apertura a mezzo, col pretesto che la schiettezza può ferire il prossimo. Razionalizzando la nostra ipocrisia fino a interpretarla come nobiltà d’animo, ci adagiamo in un rapporto superficiale… costringendoci a vivere di emozioni represse -o parassite-, pericolosissima via all’autodistruzione” (Powell).

Il passaggio che qui vorrei sottolineare è che non dobbiamo sbattere in faccia la realtà alle persone, ma cogliere come occasione di crescita per noi stessi la possibilità di esprimere quello che proviamo. La consapevolezza personale è il primo ineludibile passo verso una conversione autentica, libera e vera, non di superficie. Trovo il coraggio di dire ciò che provo se so che le emozioni non hanno in sé valenza morale (sono buone o cattive: provare gelosia non è un male in sé, dipende sempre da quello che ne faccio).

Spesso però si tratta di emozioni che non vogliamo ammettere. Ci vergogniamo delle nostre paure, oppure ci sentiamo colpevoli per la nostra collera o per i nostri desideri. Per essere realmente liberi di praticare un’aperta e leale comunicazione dei sentimenti, dobbiamo convincerci che le emozioni sono dati di fatto: le mie gelosie, la mia collera, i miei desideri sessuali, le mie paure, e così via, non fanno di me una persona buona o cattiva. Devo certo integrarle con la mia intelligenza e volontà” (Powell)L’intelligenza giudica sulla necessità o desiderabilità di intervenire e la volontà esegue concretamente.

Se non esprimiamo a parole le emozioni esse trovano un’altra via per venire a galla. Le emozioni represse non muoiono, esplodono e emergono in altre forme (sbattere la porta, stringere i denti, somatizzazioni…). Serve chiamare per nome ciò che vivo per rimanere nell’autenticità e non creare canali di doppiezza.

  • Per esempio: Scopro in me una forte inclinazione all’arrivismo. Se la lascio emergere e ne prendo atto, scopro che alla sua origine c’è solo il mio senso di inferiorità, la mia mancanza di fiducia in me stesso. Quando permettiamo che questi stati emotivi illuminino la nostra realtà interiore, essi ci rivelano aspetti di noi stessi che mai avremmo conosciuto. Questo tipo di autoconoscenza è l’inizio della crescita.

Per la riflessione personale...

  • Quali emozioni vivo frequentemente e con maggiore intensità? Ho il coraggio di dirle a me stesso? Le condivido con chi mi fido?
  • Ci sono emozioni che vorrei eliminare? Sentimenti o pensieri che non riesco ad accogliere di me stesso?
  • Ci sono state situazioni in cui una mia emozione è "scoppiata" in un altro luogo? (Mi sono per esempio arrabbiato con qualcuno che in fondo non mi aveva fatto niente... perchè la rabbia che avevo in cuore, nata altrove, non aveva trovato espressione e riconoscimento nel giusto momento).

Per la bibliografia vedere gli articoli precedenti.