Parole non per riempire ma per accendere: convegno CISM a Collevalenza 2018

Parole non per riempire ma per accendere: convegno CISM a Collevalenza 2018

Sab, 24 Nov 18 Figlie della Chiesa Formazione Giovani Comunità

Sempre tante le nostre parole, versatili, più o meno immediate, dette con la voce, manifestate con il corpo, scritte in un social, in un messaggio, neologismi, parole comuni a tutti o proprie del “giovanilese”. Parole, parole, parole…con cui necessariamente siamo chiamati ad entrare in relazione.

Ci siamo ritrovati come in una moderna Babele, alla ricerca di coordinate per mettere ordine al flusso dei tanti linguaggi che danno voce alla nostra quotidianità. Il convegno di Collevalenza 2018 si è posto questo obiettivo, raggiungendolo quasi pienamente. L’attenzione è stata posta sulla comunicazione in particolare con il mondo giovanile.

Partiamo da alcune domande che ci siamo posti. Come parliamo ai nostri giovani? Quale “linguaggio” essi parlano? Sappiamo accogliere e aderire al loro linguaggio senza “scimmiottarlo”? Per trovare le risposte siamo stati condotti in un percorso davvero interessante aperto da don Beppe Roggia sdb, coordinatore del convegno che ha sottolineato l’esigenza di ripensare le proposte formative e le modalità di animazione vocazionale e di maturare uno stile relazionale basato anche sull’utilizzo dei social, bandendone la distanza o il cattivo utilizzo.

Le mattine hanno visto un susseguirsi di autorevoli contributi: il prof. Antonio Sichera che ha tracciato un profilo sociologico e culturale relativo ai mezzi di comunicazione, con particolare attenzione ai nativi digitali. Interessante la sua conclusione che stimola i consacrati a fare della Parola per eccellenza, non una chiave per capire le cose meglio degli altri, ma uno strumento per stare in mezzo agli uomini. La dott.ssa Rosaria Lisi, a proposito dei linguaggi giovanili e della loro percezione della fede, ha sottolineato come non siamo di fronte ad un problema di trasmissione della fede, quanto piuttosto di cambiare l’esperienza della fede, GUARDANDO i giovani e garantendo accanto a loro la PRESENZA. Molto apprezzata è stata la presenza del teologo Robert Cheaib e della moglie Camilla, tre volte mamma e papà. Dopo averci presentato, con freschezza e profondità, vari aspetti dell’educazione, hanno posto in evidenza il linguaggio delle parole e dei gesti che fanno la relazione nella ferialità. Don Cristiano Mauri che si descrive ingegnere per caso, prete per amore e per fortuna, con un linguaggio nuovo, diretto, forte, ha parlato di una trasformazione radicale, profonda di quello che siamo. È il modo per entrare in comunicazione senza sentire più l’altro un estraneo, ma facendolo diventare colui per il quale costruisco la dimora comune già qui sulla terra.  E infine suor Elisa Kidanè, come lei si definisce, eritrea per nascita, comboniana per vocazione, cittadina del mondo per scelta, che ha rivolto ai consacrati una bellissima lettera, spingendoli ad osare dire parole, osare esserci, osare fare la differenza, usando soprattutto il linguaggio del cuore che dà fiato alla spiritualità che ognuno porta dentro di sé.

I pomeriggi ci hanno visti impegnati in interessanti e attuali laboratori su alcuni ambiti comunicativi che “gridano” maggiormente in questo tempo: spiritualità, soggettività e individualismo, social media, maschile/femminile/gender, creato e giustizia, corpo. I lavori di gruppo hanno permesso un ricco confronto non solo tra diverse congregazioni ma anche tra diverse fasi formative. Erano presenti, infatti, giovani in formazione e formatori appartenenti alle prime tappe di formazione, al noviziato, allo juniorato e alla formazione permanente.

I dopo cena ci hanno intrattenuto in varie attività: nella visione di alcuni cortometraggi sul tema della comunicazione e di Non c’è campo, opinabile film sulla condizione dei giovani e degli adulti di oggi nel loro rapporto con i social, che il regista ha espresso in una maniera un po’ esasperata; e infine nella tradizionale festa con castagne e vino novello animata dai giovani salesiani che hanno anche curato la preparazione della veglia conclusiva, in cui, accompagnati dalle parole di Paolo VI, abbiamo implorato il dono di una Chiesa, fenomeno storico, sociale, umano e spirituale, visibile e misterioso,  in cui far crescere una nuova civiltà dell’amore. Il tutto è stato sostenuto da una preghiera liturgica ben curata che ha armonizzato le nostre giornate.

Torniamo a casa, noi novizie, con tanti contenuti ma nello stesso con l’urgenza di tradurre in parola vivente ciò che la Parola, sempre antica e sempre giovane, oggi ci chiama ad essere: uomini e donne, consacrati e laici che hanno la capacità di riconoscere nei giovani non vasi da riempire con parole e contenuti ma fuochi da accendere.