Annunciazione del Signore

Annunciazione del Signore

Dom, 17 Mar 19 Lectio Divina - Anno C

La pagina evangelica dell’annuncio dell’angelo a Maria racchiude il grande mistero della tenerezza di Dio verso l’umanità e insieme al Prologo del Vangelo di Giovanni sta alla base dei Simboli che fin dal secondo secolo confessano la fede nell’Incarnazione.

Nella liturgia occidentale troviamo testimonianze della presenza della festa dell’Annunciazione a partire dal VII secolo, per celebrare solennemente l’evento che ha cambiato il corso della storia umana.

La data del 25 marzo, nove mesi esatti prima della Natività di Gesù, in alcuni luoghi (e specialmente in Toscana dal secolo XV al XVIII) è stata assunta per indicare l’inizio dell’anno, ed ancora oggi, nelle città di Pisa e Firenze, permane la festa di un secondo capodanno, con celebrazioni religiose e civili.

Nel corso dei secoli è stata molto accentuata la focalizzazione mariana; con la riforma liturgica di Paolo VI la solennità è stata riconsiderata come festa congiunta del Figlio e della Madre: i loro Sì al Padre si incontrano e fioriscono per dare inizio alla nuova storia dell’umanità.

L’attenzione contemplativa della Chiesa si è soffermata a lungo sul Mistero ineffabile, assolutamente imprevedibile e sconvolgente, della scelta che Dio ha fatto di “impastarsi” con l’uomo per salvarlo dal di dentro, condividendo tutto di lui, tranne il peccato.

Tale condiscendenza divina è stata cantata con grande efficacia e lirismo da padri della chiesa, omileti, scrittori, santi e poeti; il momento benedetto che ha dato inizio alla nostra salvezza è stato fissato da innumerevoli artisti sulle loro tele, sculture, ricami, drammatizzazioni, musica.

Riempie sempre di stupore e riconoscenza il fatto che Dio, per raggiungere le sue creature e liberarle dalla schiavitù del peccato, ha voluto condividere la loro situazione, svestendosi della sua divinità e rivestendo l’umanità; Egli si è fatto partecipe in modo concreto e tangibile del percorso misterioso di formazione di ogni uomo nel grembo materno, mostrando così la sacralità della vita umana fin dal primo istante del concepimento e la dignità di ogni madre; il grembo materno è terra benedetta dalla quale la nuova creatura attinge sostanza e vita per sempre.

Tutta la Trinità è coinvolta in questa storia d’amore, che rende gravido di eternità il tempo e lo apre verso orizzonti inediti di speranza.

I testi liturgici, specialmente eucologici (Orazioni e Prefazio) approfondiscono in chiave orante e adorante l’evento.

L’orazione colletta chiede al Padre che possiamo essere partecipi alla vita immortale che Gesù, vero Dio e vero uomo, ci ha portato in dono; l’orazione sulle offerte supplica perché la Chiesa possa rivivere nella fede il mistero in cui riconosce le sue origini; quella dopo la comunione chiede come frutto della partecipazione alla mensa del Signore la conferma nella fede ed il possesso della gioia eterna, per la potenza della Risurrezione.

Il prefazio, che compendia e trasforma in lode i motivi della festa, contempla la fede di Maria nel rendersi disponibile all’azione dello Spirito e il suo amore ineffabile nel portare in grembo il primogenito dell’umanità nuova.

La prima lettura veterotestamentaria, tratta dal grande Isaia (7,10-14) preannunzia profeticamente la nascita dell’Emmanuele, Dio-con-noi, attraverso il segno, dato gratuitamente dal Signore, del parto di una Vergine.

Il brano della Lettera agli Ebrei (10,4-10), nella seconda lettura, mostra la novità dell’offerta che Cristo fa di se stesso, perché il suo Sì al Padre consiste nell’adesione piena alla sua volontà d’amore per liberare l’uomo dal peccato, per sempre!

Ci soffermiamo sul testo di Luca (1,26-38), appartenente al “Vangelo dell’infanzia”, che ha sicuramente come testimone privilegiata la Vergine Maria. Nella sua ricerca accurata, Luca infatti non può aver trascurato la fonte più importante a cui attingere; la prima comunità cristiana che ha vissuto con Lei ed ha esperimentato la sua presenza materna ha custodito gelosamente anche la sua esperienza di Dio e ce l’ha trasmessa come un patrimonio prezioso per la vita di tutta la Chiesa, di tutti i tempi.

vv.26-27 Sappiamo che il “tempo” con cui il testo liturgico prende avvio si riferisce a un evento preciso: il sesto mese di gravidanza dell’anziana Elisabetta, che aveva ricevuto con riconoscenza e trepidazione il dono della tardiva maternità; il messaggero, Gabriele, è lo stesso che ha dato l’annuncio a Zaccaria, nel contesto grandioso del tempio, mentre ora viene inviato in un villaggio sconosciuto e anche disprezzato, in un contesto quasi impuro legalmente, per la vicinanza dei pagani. Ed ecco la sorpresa: proprio qui c’è una giovane, una vergine che Dio guarda con predilezione. Subito ci viene rivelato il suo nome e la sua condizione di promessa sposa a un uomo di cui ugualmente viene ricordato il nome: Giuseppe. Come il suo antico antenato, potrà comprendere il progetto inedito che il Signore gli riserva attraverso il misterioso linguaggio dei sogni.

v.28 L’ingresso dell’angelo nello spazio della piccola casa e soprattutto nel cuore della Vergine le porta, insieme all’invito alla gioia, la qualificazione che nessuna persona finora, nei testi sacri, aveva ricevuto: la pienezza di grazia è la benevolenza, la tenerezza, la condiscendenza di Dio verso la sua creatura, perché Egli abita in Lei, è con Lei. “Gioisci, piena del favore di Dio!”. La vicinanza del Signore verso il suo popolo ora si concretizza e si fa viva ed efficace in lei, Maria, piccola e sconosciuta ragazza del popolo.

v.29 Non meraviglia perciò il turbamento intenso, l’interrogarsi interiore sul senso delle parole che le sono state rivolte; specialmente le ultime, che evocano messaggi divini portati a uomini e donne chiamati a collaborare con Dio nei suoi progetti di salvezza verso il popolo.

v.30 La risposta rassicurante del messaggero divino ancora una volta riporta la parola divina che tante volte ha rincuorato le persone chiamate a una missione speciale: la motivazione per escludere il timore è la certezza che lo sguardo di Dio si è posato proprio su di Lei, Maria, ed Egli le ha concesso grazia.

vv.31-33 Fugato il timore, ora la Vergine è pronta per ricevere il grande annunzio: è chiamata ad offrire il suo corpo per concepire e partorire un figlio, al quale Lei stessa dovrà dare il nome che ora le viene rivelato: Gesù, cioè Dio salva! L’attesa di redenzione del popolo umiliato da innumerevoli dominazioni, ultima e pesante quella di Roma, trova finalmente una risposta: Dio stesso restituirà a Colui che sarà chiamato “figlio dell’Altissimo” il Regno, che non conoscerà confini di spazio e di tempo. La sua grandezza deriva infatti da questo rapporto filiale con Dio che niente potrà distruggere.

v.34 La Vergine ha compreso chiaramente quale sia il progetto che Dio vuole realizzare tramite Lei, ma non sa spiegarsi come possa accadere; nessun dubbio in Lei sulla bellezza della proposta divina, piuttosto il desiderio di conoscere le modalità dell’attuazione, dal momento che non conosce uomo, e sa che la generazione umana non può avvenire senza questo incontro.

v.35 La risposta dell’angelo mette subito Maria davanti alla potenza di Dio, che tramite lo Spirito Santo opererà in Lei, al di là delle leggi della natura, il miracolo della maternità senza seme umano. L’iniziativa e l’attuazione sono esclusivamente di Dio: per questo il figlio di Maria sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. “Gesù”, “Figlio dell’Altissimo”, “Figlio di Dio”: sono i tre nomi con cui Gabriele esplicita la realtà e la missione di questo Figlio unico.

vv.36-37 L’angelo unisce all’annunzio inaudito una conferma: Dio opera con la sua potenza ciò che umanamente viene ritenuto impossibile. Elisabetta avrebbe dovuto portare per sempre l’etichetta di “sterile”, il più terribile marchio di disprezzo per una donna ebrea; invece il Signore ne ha ravvivato il grembo ed ora si accorcia il tempo per dare alla luce il bimbo…

v.38 La risposta di Maria esprime la sua piena accoglienza e disponibilità responsabile. La parola “servo” nell’antico testamento non ha il senso di umiliazione che gli attribuisce il linguaggio contemporaneo; chi è chiamato a servire il Signore ha l’onore di essere suo collaboratore in un progetto concreto, viene coinvolto nell’avventura dell’essere “faccia a faccia” con Dio. Dicendosi serva, proferendo il suo sì, Maria non dà un assenso rassegnato; dà il suo consenso alla nuova creazione del mondo. La traduzione italiana “avvenga per me” non rende la forza del verbo greco, che suona come un desiderio profondo di vedere attuato al più presto il sogno di Dio: “Oh, mi avvenga quanto tu, messaggero di Dio, mi annunci! è la mia gioia, sono totalmente d’accordo!”.

Così la solennità dell’Annunciazione del Signore diventa una sfida anche per noi; credere che le proposte che Dio ci fa, tramite gli innumerevoli messaggeri di cui si serve, sono espressione del suo amore per noi e della sua premura per la nostra vita!