Annunciazione del Signore

Annunciazione del Signore

Lun, 02 Apr 18 Lectio Divina - Anno B

Tutta la Sacra Scrittura non è altro che narrazione della ricerca, che nel corso dei secoli l’uomo ha messo in atto, per vedere il volto del Suo Dio e del graduale agire divino che esaudisce questo desiderio. Mosè, al culmine della sua esperienza con Dio, esprime questo profondo anelito chiedendo a Dio: "Mostrami la tua gloria!", ossia “fammi finalmente vedere il tuo volto, che ho tanto cercato”, ma Dio non può esaudirlo! Nelle parole che Dio rivolge a Mosè c’è tutto il rammarico del Padre che non può mostrare tutta la sua gloria al figlio amato, perché ancora non è capace di portarne il peso. Gli dà allora un anticipo: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere"» (Es 33,19-23). È la pedagogia di Dio: affascinare l’uomo, alimentando il desiderio dell’incontro senza veli e attirandolo dietro di Lui, fino al luogo dove si potrà finalmente mostrare nella Sua disarmante bellezza.

Il cammino verso il luogo della rivelazione passa attraverso la tortuosa strada del deserto e poi dell’esilio, dove pian piano Dio educa il Suo amato Israele a riconoscere i segni della Sua presenza e i modi che sceglie per mostrarsi. E quando lo scoraggiamento sembra rendere impossibile il compimento, Dio manda i profeti a riaccendere l’ardore della fiamma: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: "Conoscete il Signore", perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31,31-34) e ad indicare il modo con cui Egli finalmente mostrerà il Suo volto: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14).
Il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio si incontrano in Maria, la Vergine che con il suo “Eccomi” rende possibile l’impossibile! Il tortuoso vagare si conclude nella casa di Nazaret dove finalmente l’Amato è accolto dall’amata. L’evento che ci apprestiamo a contemplare e a rivivere nella Liturgia Eucaristica è dunque davvero un Mistero grande, al quale possiamo accostarci soltanto in punta di piedi.
È mistero non perché ci è impossibile penetrarlo, secondo il comune sentire. È mistero in quanto la sua comprensione è per noi graduale e sarà piena soltanto quando i nostri occhi lo vedranno “così come Egli è” (1Gv 3,2)

Prima di soffermarci a balbettare qualche indicazione che ci aiuti nella preghiera e nella vita, invochiamo lo Spirito, perché sollevi un lembo di questo velo e ci attiri a desiderare di vederne la bellezza.

v.26 “Al sesto mese”: nella pericope liturgica non troviamo questa indicazione temporale, ma è importante per collocare il testo nel contesto in cui l’evangelista Luca lo incastona e comprenderne il senso pieno. La sottolineatura del sesto mese permette di riferirsi a quanto è stato precedentemente narrato riguardo a Zaccaria. Nel tempio di Gerusalemme ha inizio il primo intervento di Dio nella vita di Zaccaria ed Elisabetta, ai quali viene annunciata la nascita di Giovanni Battista. Il messaggero, l’angelo Gabriele, dopo sei mesi dal concepimento di Elisabetta, si reca dalla Vergine di Nazaret, per indicarle il compimento del progetto di salvezza.
La citazione del numero sei è però anche simbolica ed è una decorazione letteraria di Luca per porre davanti al lettore la grande portata dell’evento che sta per narrare. Il numero sei richiama infatti il sesto giorno della creazione, in cui Dio creò l’uomo e lo collocò a capo di tutta la sua creazione. L’intervento di Dio in questo “sesto” mese mostra allora la volontà di ricreare l’uomo ormai lontano da Lui a causa del peccato. Il Creatore del cielo e della terra inizia l’opera più entusiasmante della storia: la ricreazione dell’uomo, perché finalmente possa riconoscersi figlio e amare Dio come Padre. Tale ricreazione, per mezzo del vangelo proclamato nella liturgia della Parola, illumina il tempo che io, tu, la Chiesa oggi vive. È anche nel “sesto” mese delle nostre situazioni concrete che il Signore interviene per ricrearci e ricondurci a Lui.
“l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret”: il continuo del v.26 e il successivo v.27 sembrano la descrizione di un obiettivo di una telecamera, attraverso la quale il regista inquadra prima il quadro generale: la città della Galilea, poi, servendosi dello zoom, restringe sempre di più il campo indicando che quella città è Nazaret, ma non è ancora la scena principale. L’obiettivo si restringe e compare allora il primo piano che indica il punto di arrivo dell’azione del regista, la protagonista principale, la Vergine Maria.
Questa descrizione dei luoghi ha davvero un’importanza fondamentale, in quanto ci permette di comprendere bene l’intenzione del Signore. Il messaggero di Dio infatti questa volta non si reca nel luogo del culto, nel tempio, dove per gli ebrei abita il Santo. E la sua scelta non cade nemmeno nella regione dove vi erano gli ebrei osservanti che avevano sempre in bocca la legge di Dio, ossia in Giudea. L’evangelista ci pone subito davanti la verità di un agire divino i cui pensieri non sono quelli dell’uomo (cf. Is 55,8-9), perché “l’uomo vede l’apparenza, il Signore guarda al cuore” (1Sam 16,7). Per gli ebrei la Galilea è il luogo degli impuri, dei senza Dio, di coloro che sono stati maledetti da Dio, la “Galilea delle genti” (Mt 4,14). E ancora: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), obietta Natanaele quando gli parlano del Messia proveniente proprio da quel piccolissimo paesino, mai nominato nell’AT. “Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono”, afferma s. Paolo (1Cor 1,27-28) e l’inizio del brano che meditiamo ce lo rivela in tutto il suo splendore. La scelta dello stolto, del debole, del disprezzato, ci immette immediatamente nella buona notizia che questo brano vuole comunicare: Dio sceglie, viene incontro anche a te, a me, a noi, nella Nazaret in cui ci siamo cacciati!

v.27 “a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria”: lo scandalo non è ancora finito! La persona a cui Dio si rivolge è una vergine, a cui mai un pio israelita avrebbe pensato. Israele infatti attendeva con trepidazione il Messia promesso e le spose pie di quei tempi scrutavano con attenzione le scritture, desiderando di essere scelte come madri del Messia.
Ma Dio sceglie una vergine, che nell’AT non aveva nessuna rilevanza e la sceglie proprio per indicare il modo con cui è possibile accogliere e concepire ciò che all’uomo è impossibile: il Figlio di Dio. “La verginità di Maria indica innanzitutto che ciò che nasce da lei è puro dono. Il futuro, in lei offerto a tutto il mondo, è grazia e dono di Dio. La verginità inoltre indica la condizione alla quale Dio può donarsi. La capacità dell’uomo di concepire l’umanamente inconcepibile non è quella delle coppie sterili dell’AT, dove è dato successo ad un’azione umana senza successo. Tale capacità è la verginità, la rinuncia ad agire. In Maria infatti non c’è alcuna azione umana. Dio solo agisce. La verginità indica quindi l’attitudine più alta dell’uomo: la passività e la povertà totale di chi rinuncia all’agire proprio per lasciare il posto a quello di Dio. È la fede. Questo vuoto assoluto è l’unica capacità di contenere l’Assoluto. Solo il nulla può concepire totalmente colui che è tutto” (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca).

v.28 «Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te"»: inizia qui l’esplosione di gioia che investe la Vergine, il cui unico merito è di “essere vuota”.
Sembra di riascoltare l’eco della gioia che sempre è risuonata nell’AT ogni qualvolta la creatura ha aperto il cuore al suo Creatore. Risuonano i testi infuocati del Cantico dei Cantici in cui lo Sposo può finalmente avvolgere con il Suo abbraccio la sposa che apre la porta al Suo arrivo: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole” (Ct 2,14) e ancora: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!” (Ct 4,9). È la gioia di Dio che si comunica a Maria e in lei a tutta la Chiesa, a ciascuno di noi e in questa comunicazione il Signore può finalmente dire il motivo per cui la Vergine deve gioire: perché è piena di grazia. Il Creatore ha finalmente trovato chi può comprendere che la causa dei suoi favori non sono i meriti dell’uomo, non sono le tante preghiere o i tanti digiuni, o le tante elemosine, ma è il Suo Amore. La gioia il Signore la prova anche nei nostri riguardi se riconosciamo che Lui è con noi, non perché lo meritiamo, ma perché Lui ci ama.

v.29 - 31 «A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio»: il turbamento che Maria sperimenta non è lo stesso di Zaccaria. Il sacerdote si turba alla vista del messaggero di Dio, invece Maria non sembra spaventata dal fatto che un messaggero di Dio sia entrato da lei. Tale sfumatura dice la vita interiore di questa fanciulla di Nazaret, che aveva imparato ad obbedire alla voce del suo Signore ascoltando la Torah. Nella familiarità con la Sacra Scrittura aveva acquistato dimestichezza con i criteri di Dio e ne aveva appreso il modo con cui Egli si rivolgeva alle creature amate. Il turbamento di Maria riguarda la portata delle parole pronunciate dall’angelo. La Vergine comprende subito che ciò che sta dicendo il messaggero è enorme, di una inaudita bellezza e vive il normale stupore di chi non può credere che ciò che ha sentito è proprio rivolto a lei. Per questo allora l’angelo previene le parole di Maria e conferma che è davvero reale quanto ha ascoltato. Il “non temere” con il quale il Signore aveva placato il cuore di tutti i suoi amici a cominciare da Abramo, Mosè e poi il popolo, risuona nella piccola dimora di Nazaret come il nome proprio di Dio: “non spaventarti, sono Io...”.
«Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù»: ci troviamo al cuore di questa pericope e della missione affidata a Maria come ad ogni cristiano. Il messo celeste annuncia un mistero davvero incredibile: quel Dio i cui soli lembi del manto ne riempivano il grande tempio di Gerusalemme (cf Is 6,1) può essere concepito da una fanciulla appena adolescente, anzi vuole essere concepito, vuole essere dato alla luce e vuole essere chiamato con il Suo vero nome “Yeshua - YHWH è salvezza”. La portata di questo annuncio assume uno spessore mirabile se consideriamo che Dio vuole essere concepito anche da ciascuno di noi, vuole essere dato alla luce, vuole essere chiamato “YHWH è salvezza” anche da noi. È la missione che il messaggero di Dio comunica anche a me, a te, a noi in questo nostro oggi. Dio vuole che come la Vergine, lo concepiamo, ossia Gli facciamo spazio, diveniamo luogo accogliente per permettergli di prendere dimora nel nostro cuore, nella nostra vita. Dio vuole che come la Vergine, lo diamo alla luce, ossia diventiamo trasparenza del Suo amore, rendiamo la nostra vita un’esplosione di bellezza da cui si diffonde la sua benevolenza. Dio vuole che come la Vergine, lo chiamiamo Gesù, annunciamo cioè al mondo che il nostro Signore non è il padrone che rende schiavi i suoi servi, ma il Padre buono che accoglie ogni figlio prodigo.

v.34-35 «Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?" Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra»: la familiarità della relazione che la fanciulla di Nazaret ha con il suo interlocutore è ancora una volta messa in evidenza, mostrandone l’affascinante feeling già intessuto con il Suo Signore alla sua giovane età. La domanda non ha naturalmente l’intento di obiettare la possibilità della realizzazione: Maria sa benissimo che Dio è onnipotente. La sua richiesta è sul “come avverrà” e se ci pensiamo è una richiesta che ci fa intravedere la concretezza in cui vive. Maria non è una fanciulla che vive sulle nuvole, è una donna vera, che ha chiara la realtà di un vissuto che è fatica, per cui chiede in che modo Dio compirà quanto ha appena ascoltato.
Questo aspetto rende Maria incredibilmente vicina al nostro vissuto! Se è vero che con il Battesimo anche noi abbiamo ricevuto la stessa missione: concepire il Figlio di Dio nel nostro cuore, darlo alla luce e indicarlo come il Dio che salva, anche dal nostro cuore sale la stessa domanda: “Come avverrà?” Facciamo i conti quotidianamente con la nostra incapacità di fare il bene, quello vero. Ogni giorno sperimentiamo la grande distonia tra il bene che vogliamo fare e il male che facciamo (Rm 7.18-25) e allora ci sembra che non sia vera la nostra missione, che in fondo questa altissima vocazione sia solo per Maria e per i grandi santi da altare. Ma anche a noi, come a Maria, Dio dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Non sono le nostre forze e le nostre buone azioni che ci rendono capaci di mostrare al mondo Dio, ma solo ed esclusivamente il Suo Spirito. A noi è chiesto di fidarci e affidarci, rendendo il nostro cuore vuoto, perché Dio possa prendervi dimora con la sua ombra.

v.38 «Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola"»: di fronte alla chiarezza dell’agire divino la Vergine risponde con tutto il desiderio del suo cuore, rendendo possibile finalmente ciò che Dio desiderava da sempre: l’unione con la Sua creatura.
Quanto avvenuto per Maria, avviene oggi per me, per te, per ciascun uomo che con cuore sincero si accosta a questo brano evangelico. La proposta dell’angelo è ora rivolta al mio oggi ... a me, a noi, il coraggio e la gioia di dire “Ecco la tua serva, Signore, avvenga ...”.