Ascensione del Signore

Ascensione del Signore

Lun, 07 Mag 18 Lectio Divina - Anno B

Possiamo intendere l’espressione O Teofilo, con cui si apre il testo degli Atti degli Apostoli non solo un escamotage stilistico ideato dall’autore per attirare l’attenzione di chi legge, ma una profonda verità che appartiene a quanti ci accostiamo alla Parola di Dio con intelletto d’amore.
Siamo noi gli amici, gli amanti di Dio ogni volta che prendiamo tra le mani le Scritture sante e ci mettiamo nell’atteggiamento ricettivo del cuore per essere accolti in esse, per tendere l’orecchio al mistero imperscrutabile dell’Amore rivelato che sorpassa ogni conoscenza e che, penetrando nelle fibre più intime della nostra vita, forma in noi gli amici di Dio, persone capaci di lui. Teofilo, dunque, è ognuno di noi, sei tu, sono io, chiamati ad entrare ed accogliere in prima persona la Parola proposta.

Il percorso che vogliamo fare quest’oggi è mediato dalla grande maestra dei credenti che è la liturgia, la quale c’immette sin dalle prime battute nella solennità dell’Ascensione del Signore con un chiaro slancio festoso: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria.
L’incipit della Colletta sembra riproporci l’atmosfera intensa della notte di Pasqua, quando la luce del Risorto brilla nel cero pasquale che incede attraversando l’assemblea immersa nel buio e nel silenzio, squarcia le tenebre del peccato e della morte e la Chiesa esplode di gioia nel canto dell’Exultet. Oggi, ogni carne è raggiunta dalla stessa esultanza perché l’evento della Risurrezione non appartiene solo all’uomo Cristo Gesù, il Figlio di Dio: Egli è il primogenito dei risorti, in lui lo siamo anche per noi.
Il Prefazio I, infatti, così recita: Il Signore Gesù, re della gloria, vincitore del peccato e della morte, [oggi] è salito al cielo tra il coro festoso degli angeli. Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi sue membra, uniti nella stessa gloria.
Dunque, lo sguardo è decisamente puntato verso l’alto, verso un orizzonte non tanto fisico quanto teologico e spirituale: “Se dunque siete stati risuscitati con Cristo – dice Paolo in Col 3,1-4 - cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria”.

Il movimento dell’incarnazione, con cui il Figlio ha assunto la nostra umanità fino all’annichilimento massimo dell’Amore senza misura nell’innalzamento sulla Croce, oggi giunge all’apice definitivo del ritorno al Padre, da cui la sua vita è venuta a noi. La nostra partecipazione alla vita divina accesa in noi il giorno del nostro Battesimo e ravvivata solennemente nella liturgia della veglia pasquale, oggi è compiuta pienamente in Cristo uomo-Dio asceso al cielo. In noi, che già viviamo in lui alla presenza del Padre, il dono ricevuto si dispiega e si sviluppa nel tempo grazie allo Spirito che ci è stato dato e che, come in un vortice di attrazione verso le cose di lassù, ci guida e ci conduce alla pienezza della nostra ‘divinizzazione’, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13).
Siamo avvolti da un grande mistero, da una realtà che ci abita e ci sovrasta ad un tempo; la nostra accoglienza, o Teofilo, sia impregnata di stupore e di silenzio adorante!
«Uomini di Galilea, perché fissate nel cielo lo sguardo? Come l'avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà». Alleluia. L’antifona d’ingresso sembra riportarci con i piedi per terra, semmai qualcuno si sia scoperto un po’ scostato dal suolo! Non è per smorzare gli entusiasmi, ma per rimandarci alla stessa esperienza d’amore vissuta dal Figlio; seguiamo infatti le sue orme nel ritorno al Padre. Egli, risorto, resta con noi e cammina sulle strade del mondo, si lascia toccare, raggiungere, amare nella Chiesa, suo mistico Corpo, nei credenti che vivono come lui l’amore senza misura, nell’umanità assetata più o meno consapevolmente di salvezza. A tutti e a ciascuno si avvicina discreto e ne accompagna gioie e dolori, fatiche e conquiste, aprendo il cuore alla speranza con la sua Parola forte, che vince ogni dubbio o scoraggiamento: “Non temete, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Nel Vangelo di Marco (16,15-20) propostoci dalla liturgia, il dono pasquale accolto nella fede attiva in colui che l’accoglie una vitalità inarrestabile e la rende strumento fecondo ed efficace di salvezza nella storia: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». […] Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
La salvezza raggiunge ogni angolo della terra e ogni popolo, “ogni creatura”: è l’invito a riconoscersi personalmente interpellati e raggiunti dal dono pasquale in Cristo Gesù. “Nel suo nome” ogni morte è vinta per sempre, e quanti ne sono immersi non mancheranno di toccarne i frutti nei “segni” di redenzione e guarigione che accompagneranno coloro che sono inviati ad annunciarlo: “nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. All’imperativo iniziale: “andate … proclamate” fa riscontro la prontezza degli apostoli nella risposta: “Allora, partirono e predicarono”. E subito la promessa della fecondità si compie: “Il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”.

Ancora nel Vangelo di Giovanni (14,12) Gesù aveva dichiarato: “In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch'egli le opere che faccio io; e ne farà di maggiori, perché io vado al Padre; e quello che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò”.
In cielo, Teofilo, non si va da soli! I credenti che operano nel suo nome suscitano e giocano se stessi in itinerari di carità, solidarietà, impegno sociale, politico e culturale, per far crescere la famiglia dei figli di Dio, che Cristo presenterà al Padre alla fine dei tempi. Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Questa la passione apostolica di Paolo nella seconda lettura, Ef 4,1-13: Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo.
Di generazione in generazione, il suo testimone è consegnato oggi nelle nostre mani; esso porta con sé la promessa del Maestro: riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra.

Il messaggio biblico e liturgico della solennità si snoda nell’ottica della benedizione e del dono dello Spirito che Cristo ha donato agli uomini salendo al cielo: cielo e terra, impegno umano e grazia divina si legano in un’incessante preghiera di lode e di domanda.
Fa da cornice di esultanza a tutta la liturgia della solennità il Salmo 46/47, il cui genere è quello dell’intronizzazione del Signore e della regalità divina: “Acclamate Dio con voci di gioia […] grande re su tutta la terra. […] cantate inni al nostro re […] perché Dio è re di tutta la terra […] Dio regna sulle genti, siede sul suo trono santo” (Sl 47,3.7-9).
Il tono è di festa, di gioia, di proclamazione della grandezza del Signore in una coralità che convoca nella lode tutti i popoli della terra. Salmi di acclamazione sono anche il 93 e quelli compresi dal 96 al 99; essi cantano il Signore che prende possesso della sua autorità regale. Nell’Antico Testamento ciò viene rappresentato o celebrato in un’azione liturgica; si avanza l’ipotesi che nella festa venisse organizzata una processione con l’arca; nel momento in cui questa veniva depositata nel suo santuario, il Signore veniva intronizzato sui cherubini.
La Liturgia, inoltre, ha sempre considerato l’applicazione cristologica del salmo alla regalità di Cristo, intronizzato alla destra del Padre nei cieli. La grande ascensione di Gesù nel vangelo di Luca ha inizio verso la fine del cap. 9,51: “mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme” e si conclude al capitolo 1 degli Atti degli Apostoli, consegnatoci oggi, al versetto 11. Il cammino dell’ascensione di Gesù a Gerusalemme converge verso il suo progressivo e totale innalzamento sulla Croce: in Gv 8,28, “Gesù dunque disse loro: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che io sono” e in Gv 12,32: “Io non faccio nulla da me, ma dico queste cose come il Padre mi ha insegnato e quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me”.

Il testo probabilmente più emblematico di quest’innalzamento, però, resta Fil 2,5-11: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre”.
Scriveva l’allora Card. Ratzinger nel 2005: “Dalla lettura dei Padri della Chiesa ci viene un importante suggerimento: la vera elevazione dell’uomo avviene quando, nel donarsi umilmente agli altri, impara ad abbassarsi totalmente, fino a terra, fino al gesto del lavare i piedi. Proprio questa umiltà che sa abbassarsi porta l’uomo verso l’alto; proprio questo modo di andare verso l’alto vuole farci imparare l’Ascensione”.

La vita dei credenti è, quindi, vocazione alla carità e si fonda sull’unica paternità di Dio. Nella custodia amorosa e unificante dell’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace, i credenti crescono edificandosi vicendevolmente come unico corpo di Cristo. Ciascuno agisce quale depositario e testimone della grazia ricevuta secondo la misura del dono di Cristo, che si diparte in forza dello Spirito in doni/carismi per l’edificazione comune nel bene. Cristo è la pienezza a cui tutte le cose e le creature tendono; ogni ministero è dato allo scopo di edificare il corpo di Cristo, “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”.

Nella benedizione solenne al termine dell’Eucaristia celebrata nella Solennità odierna cogliamo, infine, la grazia con la quale siamo garantiti giorno per giorno nel nostro itinerario di fede e custoditi dallo Spirito nella missione di annuncio, fino al glorioso ritorno di Cristo. A me e a te, Teofilo, saperla riconoscere e goderne.
Nel giorno in cui Cristo è asceso nella gloria e vi ha aperto la via del cielo, Dio vi riempia della sua benedizione. Amen.
Voi, che oggi riconoscete che Cristo è il Signore nella gloria del Padre, possiate sperimentare la sua presenza in mezzo a voi sino alla fine dei secoli. Amen.
Cristo, che dopo la sua risurrezione apparve visibilmente ai suoi discepoli, si mostri a voi giudice misericordioso e vi conduca all’eredità eterna. Amen.