Assunzione della Beata Vergine Maria - Messa del Giorno

Assunzione della Beata Vergine Maria - Messa del Giorno

Gio, 08 Ago 19 Lectio Divina - Anno C

Questa antichissima festa mariana affonda le sue radici nella liturgia di Gerusalemme verso la fine del V secolo. Questa solennità celebra quella parola di salvezza che in Maria ha trovato il terreno più fecondo e ha dato i frutti più copiosi. Nell’assunzione di Maria al cielo la Chiesa intende celebrare la massima partecipazione della persona umana alla gloria del Risorto. In Maria l’umanità redenta anticipa e contempla il suo destino ultimo. Per questo, sulle orme di Maria, anche noi ci poniamo in ascolto di quella Parola che in Maria si è fatta carne e che ancora oggi, per mezzo dello Spirito Santo, fa di noi le membra del corpo glorioso di Cristo.

Il parallelo tra Adamo e Cristo della seconda lettura è un tema caro alla teologia paolina, perché riesce a esprimere il senso della vita cristiana come novità nella speranza. C’è in noi una solidarietà con Adamo che ci rende partecipi di una condizione di debolezza e di morte; per questo la nostra vita è circondata da paure e si lascia irretire dalle seduzioni del mondo. Ci sentiamo dei condannati a morte e, per questo, cerchiamo tutti i surrogati e le sicurezze che la vita, il mondo ci possono offrire. La ricerca ansiosa del piacere, l’attaccamento morboso al denaro sono tutte forme di una paura della morte che condiziona l’uomo e lo rende egoista. Ma in Cristo ci è data una possibilità nuova. Gesù, infatti, uomo come noi, non è vissuto come noi. Non ha cercato, come Adamo, di affermare se stesso al di fuori della volontà di Dio ma si è abbandonato alla volontà del Padre con piena consapevolezza e dedizione. Libero dal bisogno di affermare se stesso, egli ha saputo fare della sua vita un dono al Padre attraverso l’amore ai fratelli. E Dio gli ha dato ragione. Se Adamo, staccandosi da Dio, aveva trovato solo l’angoscia della solitudine e il destino di morte, Gesù, affidandosi a Dio, ha conosciuto la definitiva vittoria sulla morte. Con la risurrezione di Gesù un uomo, davvero uomo, è entrato una volta per sempre nella gloria di Dio, è diventato partecipe dell’immortalità divina. Proprio perché ha fatto della sua morte un atto di amore, Dio ha trasformato la sua morte in una vita senza limiti. E tutto questo non riguarda solo Gesù; riguarda anche noi, tutti noi. Noi siamo solidali con Adamo a motivo della nostra nascita; non è così per la solidarietà con Cristo; questa scatta solo quando la nostra vita si apre liberamente alla fede in lui. Ecco allora dove si colloca la figura di Maria nella fede della chiesa: è lei la prima credente. Se la nostra fede si sviluppa in mezzo a incertezze e ambiguità, se la nostra adesione a Cristo conosce il limite di tante riserve, la fede di Maria no. Dio le ha donato ed ella ha accolto una fede limpida, integrale, senza riserve. Con la fede nell’assunzione di Maria la chiesa crede anzitutto nella risurrezione di Cristo; spera, nello stesso tempo, nella risurrezione futura dei credenti. Maria è redenta come noi, ma è la prima redenta; è credente come noi, ma la sua fede è senza opacità alcuna. Per questo la speranza che nutriamo per tutti è compiuta anzitutto in lei.

v.40: Maria riceve il dono di Dio – la grazia di Dio – nella sua verginità, quindi è Lei stessa che diventa portatrice del dono. Perché nella casa di Zaccaria entra il dono di Dio, la gioia, la esultanza e la salvezza che vengono da Dio; e ci entra attraverso la mediazione di Maria, attraverso la sua umanità concreta. Questo credo sia caratteristico dei doni di Dio; i doni di Dio non sono mai solo un arricchimento esterno, cioè un ornamento che viene messo sulla condizione umana e la rende più bella o più ricca. I doni di Dio trasformano la persona all’interno e fanno diventare la persona stessa dono. Il dono di Dio plasma l’esistenza dell’uomo in modo che diventi dono per gli altri, strumento della grazia di Dio per gli altri.

v.44: Quello che vuole dire il racconto della “Visitazione” è che il dono che Maria ha ricevuto si allarga, Maria lo trasmette, ne diventa mediatrice. Quando Maria entra in casa di Zaccaria e saluta Elisabetta, il bambino – che è profeta e che diventerà profeta, e che riassume in sé il profetismo di Israele – risponde al saluto di Maria con la gioia. Evidentemente è la gioia messianica: dove il Messia entra, la risposta giusta e naturale degli uomini è la gioia.

v.46: Il Magnificat si presenta, nel vangelo di Luca, come la risposta di Maria alle parole di Elisabetta. Maria rimanda la grandezza a Dio solo. E accoglie quel dono che viene da Dio attraverso un rendimento di grazie, attraverso lo stupore, la gioia e la riconoscenza. Quale sia la vera grandezza di Maria si capisce se leghiamo le parole di Elisabetta, “beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”, con quelle che si trovano al cap. 11, 27-28 del vangelo di Luca: “Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte! Ma egli disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Dove, Gesù pone la beatitudine fondamentale dell’uomo nella fede, nell’accogliere docilmente con obbedienza la parola di Dio, quindi la vera beatitudine è lì; e Elisabetta ci aiuta a riconoscere che è esattamente questa la beatitudine di Maria: “beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Maria è beata per la maternità, ma non in fondo per la maternità vista solo come esperienza fisica e biologica e psicologica, ma piuttosto per la maternità percepita come esperienza di fede. Maria ha concepito innanzitutto nella sua fede, ed è questo concepimento nella fede che la rende vera Madre del Figlio di Dio; quindi non solo madre biologica, ma Madre in senso completo, della realtà del Verbo in quanto parola di Dio fatta carne.

v.47: “Mio salvatore” vuole dire: che c’è un legame personale di appartenenza reciproca tra la persona di Maria e il suo Dio. È davvero il suo Dio, s’intende, non in senso di monopolio e di esclusione degli altri, ma nel senso dell’intimità del rapporto.

v.48: Con il Magnificat, Maria riconosce che a lei appartiene solo l’umiltà, mentre la grandezza appartiene a Dio. Dobbiamo intendere l’umiltà non nel senso della virtù dell’umiltà. Quando dice: “ha guardato l’umiltà della sua serva”, non vuole dire: “ha visto che io sono umile e quindi mi ha premiato”; ma vuole dire: “ha visto la mia povertà”, ed è questo che vuole dire umiltà. “Umile” in italiano è una parola che viene da terra (humus), quindi l’umile è colui che è vicino a terra, quello che non si innalza, che non ha grandezza o superbia o presunzione.

Ebbene, Maria si colloca nella logica della umiltà. E il Signore ha guardato l’umiltà, la debolezza, la povertà, la condizione socialmente irrilevante di Maria; e come fa usualmente “ha compiuto meraviglie” (Sal 136, 4), ha innalzato quello che era piccolo, ha dato forza a quello che era debole.