Assunzione della Beata Vergine Maria

Assunzione della Beata Vergine Maria

Mer, 08 Ago 18 Lectio Divina - Anno B

Il contesto:
Ci siamo appena accostati al brano evangelico e già ci sentiamo trasportati …, sì la nostra scena si apre con un viaggio, siamo in cammino, dietro a una pellegrina.
La protagonista di questo inizio d’atto e di tutta la scena è lei, la giovane adolescente di Nazareth, di nome Maria; ha appena ricevuto una meravigliosa notizia, avrà un bambino! E così, esultante, fresca nella sua gioia, si muove, parte.
Ma, come? In quelle condizioni intraprende un viaggio che, non facciamo fatica a immaginarlo, non doveva essere pieno di comforts: strade impolverate, scomodi giumenti da cavalcare o forse lunghi chilometri da percorrere a piedi, giorni e giorni di viaggio, una strada in salita se, come ci ricorda il testo, Ain-Karim è in una zona montuosa (molto probabilmente è una località a pochi chilometri da Gerusalemme, quindi sul monte Sion).
Decisamente una giovane donna coraggiosa questa Maria, anche perché le condizioni della sua gravidanza sono tutte particolari: è fidanzata, ma non ancora convivente con il suo promesso sposo, ma soprattutto … non è lui il padre di questo bimbo.

Che mistero c’è nella vita di Maria? Quale impensabile strada sta tracciando nella sua esistenza il Signore? Che Lui sia Onnipotente non ci stupisce, “nulla è impossibile a Dio”, ma forse quello che ci lascia esterrefatti è la fiducia che questa semplice creatura sembra accordarGli con tanta naturalezza, lasciandosi trarre fuori dall’anonimato di una vita normale, nell’ultimo paese della Palestina, da cui chissà cosa poteva venire di buono: non era questa l’opinione comune tra i Giudei? Ma Maria crede, si fida, corre verso l’altra profezia che l’angelo le ha annunciato: anche l’anziana Elisabetta, sua parente, avrà un figlio dopo anni di attesa, sterile e ormai non più in età adatta. Ma questi sono i nostri schemi; Maria ha intuito una cosa: Colui che le ha chiesto di coinvolgersi in questa avventura è Qualcuno che ha tutt’altri pensieri, e tutt’altre vie. Si fida e va…

v.39 Abbiamo già accennato da dove Maria parte e dove si dirige: la tradizione ha da sempre identificato la città di Zaccaria e di Elisabetta con Ain-Karim, una località a circa 6 chilometri a ovest di Gerusalemme. Si sottolinea una certa “fretta” di Maria nel mettersi in viaggio per raggiungere la destinazione, è l’ansia della giovinezza che la fa correre sui monti come messaggero di liete notizie (cfr Is 52,2). Da Nazareth, in Galilea, Maria scende a sud in Giudea passando per la Samarìa, un cammino di circa quattro giorni, probabilmente unendosi a qualche carovana, come era consuetudine a quei tempi.
Il verbo greco con cui inizia il versetto è molto interessante; “anastasa”, infatti è uno dei verbi usati per indicare la “resurrezione” di un morto (cfr Mt22,23-28 e paralleli; Lc2,34 e 14,14; Gv5,29 e 11,24, per rimanere solo nei testi evangelici).
Il nostro è un libero accostamento tra i due significati di “alzarsi” e “risorgere”: la fanciulla ha appena ricevuto l’annuncio, è piena di gioia, sollievo, speranza. Sono ancora solo parole quelle che ha udito, non ha ancora visto nulla, ma Chi ha parlato è Dio, la Sua Parola è fedele. Maria, dunque, si fida e si solleva, si alza. Questo verbo contrasta per significato e dà nuova risoluzione a Lc1,79, il cantico di Zaccaria dove questi, profetando, parla del sole che ha visitato Israele, per illuminare quelli che stanno “seduti” (kathmenois) nell’ombra di morte. Maria, vergine figlia di Sion, era anch’ella una donna del suo popolo che aspettava la redenzione.

v.40 Elisabetta discendeva dalla casa di Aronne ed era moglie del sacerdote Zaccaria, della classe di Abìa (cfr Lc1,5). La sua parentela con Maria fa supporre agli studiosi che anche quest’ultima avesse una discendenza sacerdotale. Del resto, chi più di lei poteva dar lode degnamente al Signore, al pari di un sacerdote! lei stessa offrirà l’unico sacrificio gradito a Dio, quel Figlio la cui carne era anche la sua carne.

v.41 Quando Elisabetta sente la voce di Maria accade qualcosa in lei, percepisce uno stimolo a livello fisico; Giovanni, ormai feto di 6 mesi, si muove, “scalcia” diremmo oggi, “saltellò” dice il testo greco (eskirthsen). Questo termine è lo stesso che Luca usa per indicare la gioia, la beatitudine dei perseguitati per il nome di Cristo, perché grande è la loro ricompensa nei cieli. (cfr Lc6,26).
Ancora nel grembo materno Giovanni già anticipa la sua danza, preludio di un grande gaudio, perché sarà lui il primo martire per amore di Cristo.
Giovanni saltella ed Elisabetta gioisce; è lo spirito di questa donna già avanti negli anni, che viene raggiunto da una sensazione che la fa gridare in un’espressione liberante e profetica: è lo Spirito Santo che la riempie e le svela la verità che la fa trasalire di gioia.

vv.42-43 I due versetti si possono collegare perché hanno lo stesso carattere. La gioia interiore si fa lode espressa: Maria è benedetta più di ogni donna ma il motivo di questa benedizione è il Cristo che porta in grembo, infatti, ogni attributo di Maria ha sempre il suo fondamento nel suo Figlio.
Elisabetta illuminata dallo Spirito Santo compie qui il primo atto di culto mariano: riconosce in quella donna la Madre del Messia. L’evangelista mette sulle labbra dell’anziana parente la venerazione per Maria che da subito ha contraddistinto le comunità protocristiane.

v.44 La voce di Maria, la Cristofora, portatrice del Cristo, fa saltellare di gioia Giovanni; lui stesso, dirà ai suoi discepoli indicando chi dovranno seguire da quel momento in poi, che l’amico dello sposo che lo attende si rallegra all’udirne la voce (Gv3,29).

v.45 La beatitudine di Maria sta nel suo atto di fede. Maria dà fiducia a Dio, gli dà “carta bianca”; il suo atteggiamento ci ricorda quello del grande patriarca Abramo, nostro padre nella fede: anch’egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia (Gen15,6). La sottomissione al volere divino insieme alla rettitudine rendono l’uomo giusto agli occhi di Dio.

v.46 Inizia da questo versetto il Cantico di Maria, il cosiddetto Magnificat, uno dei testi più noti del Nuovo Testamento. La critica lo ritiene un testo anteriore al Vangelo di Luca, forse di origine semitica o giudeocristiana, o forse derivato dalla cerchia del Battista, al punto che qualcuno avanza l’ipotesi che sia stato proclamato da Elisabetta, la quale, al pari della figura di Anna (vedi 1Sam2,1-10), canta la sua lode al Signore per averla tratta dalla sterilità e averla benedetta con una gravidanza.
Ma la maggioranza degli studiosi sono più favorevoli ad attribuire proprio a Maria quest’inno di ringraziamento. È questo cantico che giustifica la scelta di tale brano evangelico nella festa dell’Assunzione della Beata Vergine: è la lode perenne che da quel momento ella eleva nell’eternità alla Trinità Santa che l’ha esaltata accanto a sé. A lei uniamo le nostre voci e i nostri cuori nella medesima lode con tutta la Chiesa che ogni sera nei Vespri ci fa pregare con queste parole.

v.47 È lo spirito di Maria adesso a elevare il suo canto di gioia. La sua è l’esultanza dei beati perché poveri (cfr Mt5,12), della folla dei redenti dell’Apocalisse che canta all’Agnello (cfrAp19,7), di colei che è stata unta da Dio con olio di esultanza a preferenza dei suoi eguali (cfr Sal 44,8); in tutti questi casi, infatti, il verbo che indica lo stato d’animo è lo stesso: agalliasai.
La lode di Maria, in particolare, sembra nascere dalla memoria; sta facendo memoria con Elisabetta di ciò che il Signore ha fatto in lei e per lei. I verbi “esultò” e quelli che indicano l’azione divina sono tutti al passato, ma l’atto di “magnificare” di Maria è al presente; chi conosce la lingua greca sa il valore di continuità che il presente assume in questo idioma. Fare memoria delle misericordie di Dio nella nostra vita ci fa entrare nella lode perenne e continua.

v.48 Cosa ha visto Dio in Maria? La “tapeinosin” è la bassezza, la miseria, l’umiliazione, la condizione di debolezza e di disagio che la creatura umana vive. L’ha vista in lei, la più umile, dove questo termine ci richiama l’humus, la terra dalla quale siamo stati tratti.
Dio pure si ricorda che noi siamo polvere (Sal 103,14) e questo lo muove a compassione. Dirà a Mosè in Es3,7-8: “Ho osservato la miseria del mio popolo […] sono sceso per liberarlo. E ha visto in Maria anche la sua disponibilità: la sua schiava, doules, così si pone di fronte al Signore suo Dio. Non è difficile immaginare Maria che pregando il Salmo 123,2 fa sue quelle parole: “Come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi”.

v.49 In questo versetto si spiega il perché Maria sarà detta “beata” da tutte le generazioni: in lei, l’Onnipotente e il Santo ha compiuto opere grandi.

v.50 La “eleos” si può tradurre con misericordia, ma anche con pietà o compassione, due termini che rimandano maggiormente a un coinvolgimento di Colui che prova tale sentimento. Dio patisce con la sua creatura; il mio intimo freme di compassione (Os11,8). Sono soprattutto i foboumenois a beneficiarne: quelli che lo temono. Anche qui il termine va epurato da un’accezione più negativa che altro.
Il “temente Dio” è chi riconosce obiettivamente che c’è Uno più grande di Lui, che lo sovrasta, che va aldilà di ogni sua possibilità e comprensione.

v.51 Il versetto 51 è lo spartiacque che, secondo la critica, divide in due il cantico di Maria: finora Dio è stato lodato per l’azione individuale che ha compiuto nella vita di una sola persona; da questo punto in poi, Egli sarà considerato quale Salvatore dei foboumenois e dei tapeinoi, in contrasto con quanti sono superbi nella loro autosufficienza e convinti di essere potenti perché ricchi (v 52).

v.53 Con il suo intervento Dio prende posizione: sì, il Dio della Bibbia è un Dio di parte, sta dalla parte dei poveri, degli affamati, dei deboli, dei derelitti, di coloro che non hanno nessuno, se non Lui. Questa fiducia sarà abbondantemente ricompensata: una buona misura, pigiata, scossa e traboccante sarà versata in grembo (cfr Lc7,38) a quanti seguiranno la sua parola con tutto il cuore.
Il parallelo con il già menzionato cantico di Anna in 1Sam2,1-10 è particolarmente evidente in questi versetti. È un primo accenno, implicito se vogliamo, al discorso delle beatitudini che Gesù farà come maestro.

v.54 Al di là del contesto storico in cui queste parole vengono pronunciate, alla luce dell’universalità del messaggio evangelico, possiamo affermare che a quell’“Israele” si può dare una connotazione escatologica, nella quale possono rientrare tutti coloro che sono amici di Dio, soffrono per Lui, per seguirLo, si sentono parte di quel “resto” dal quale Egli trarrà il suo nuovo popolo.

v.55 Ritorna ancora il tema della fedeltà di Dio: il Signore è sempre fedele alla sua promessa. Il patto stretto una volta con Abramo non è mai stato dimenticato né revocato, anzi, Egli lo ha più volte rinnovato, rinsaldato, reso sempre più stretto, fino a compromettersi con l’umanità assumendone la natura in un vero corpo: è il mistero dell’Incarnazione nel quale Maria è stata coinvolta in modo privilegiato.

v.56 La permanenza di Maria presso Elisabetta dura fino alla realizzazione della profezia, i tre mesi, infatti, coincidono con il compimento della sua gravidanza e il parto di Giovanni; nei versetti seguenti l’Evangelista non fa esplicito riferimento alla presenza della Vergine, ma è lecito supporlo.
Dopo aver certamente assistito anche materialmente la parente con la sua vicinanza, Maria ritorna a casa sua, alla vita nuova che l’attende: sarà moglie e madre, e attenderà con grande discrezione soprattutto a quest’ultimo ruolo.
Ha consegnato la sua vita a Dio dandoGli la sua disponibilità, ha cantato la benevolenza dell’Altissimo per averla scelta. Da ora in poi la voce di Maria andrà dissolvendosi sempre di più; la Scrittura ci riporta ben poche altre parole pronunciate dalla sua bocca: in Lc2,48, osa rimproverare il dodicenne Gesù che si è allontanato senza permesso.
Giustamente si sente responsabile come madre della sua incolumità, ma le viene ricordato che è stata chiamata a dispossessarsi di tutto, anche dei suoi diritti di genitrice di fronte a Dio (cfr Lc2,49).
In Gv2,5, mostra ancora di poter parlare per suo figlio: nonostante lui si dica contrario, gli “strappa” il suo primo miracolo per una coppia di sposi in difficoltà. Ma quelle sono le ultime parole che Maria pronuncia nel Testo Sacro; gli altri episodi in cui è segnalata la sua presenza non riportano nessuna sua espressione. Cresciuta anch’ella alla scuola del Figlio di Dio, impara l’obbedienza e il silenzio, fino a pronunciare il suo ultimo, tacito “fiat!” sotto la croce, (cfr Gv19,25s) dove la troviamo dolorosa e adorante il mistero dell’infinito amore di quel Dio che la scelse per madre.