III Domenica del Tempo Ordinario

III Domenica del Tempo Ordinario

Dom, 07 Gen 18 Lectio Divina - Anno B

Dopo i racconti del battesimo di Gesù e delle tentazioni, dove Gesù è proclamato da Dio il suo Figlio prediletto e dove egli ha operato la scelta di fondo rispetto a seducenti scorciatoie per vivere la sua missione di Messia, ecco la proclamazione della “buona notizia”: la vicinanza definitiva del regno di Dio in Gesù Cristo. Di fronte al fatto che il Regno di Dio viene, si impone la decisione dell’uomo: accogliere o rifiutare la persona stessa di Gesù. È proprio da questa identificazione che la parola euanghèlion passerà ad indicare, nel primo cristianesimo, la buona notizia di Gesù Cristo, non solo come soggetto dell’annuncio, ma anche come suo oggetto. Egli è il Regno di Dio in mezzo a noi.
Nella prima lettura, l’invito di Dio rivolto a Giona chiede non la condivisione di un’idea, di un progetto, ma di lasciarsi guidare da una parola che coinvolge e trasforma la vita, proveniente da Colui che è fedele e che non viene meno alle sue promesse. Giona è il credente in fuga di fronte a una chiamata che ha dell’assurdo per la logica umana: predicare conversione e pentimento a Ninive, capitale dell’impero assiro. Come potranno convertirsi i niniviti? In realtà la conversione dei niniviti dovrà essere preceduta dalla conversione dell’inviato.

v.15: È descritto il tempo: è finito il tempo delle profezie, adesso inizia qualcosa di nuovo. Gesù trasmette la notizia di qualcosa che è già stato fatto: “il tempo è compiuto”; è opera di Dio e non dell’uomo. All’uomo viene chiesta una risposta coerente: conversione e fede sono la risposta dell’uomo. Dio ha deciso di venire a regnare e questa venuta è vicina; cambiamo dunque orientamento alla nostra vita. Tutta la vita di Gesù si può leggere a partire di lì.
Il Regno di Dio è vicino, cioè è a portata di mano, è a portata dell’esperienza dell’uomo. Cosa significa che Dio viene a regnare? Nella storia di Israele Dio ha esercitato un potere di salvezza: il potere che esercita Dio è un potere che rende l’uomo libero. La sovranità di Dio è liberante. Dio rende l’uomo integro e completo. Ma questa sovranità si manifesta sempre e ovunque? In realtà, nella vita dell’uomo si manifestano altre sovranità (politiche, psicologiche, economiche…). Il vangelo dice che il diritto regale di sovranità posseduto da Dio è vicino; il che non vuol dire che verrà tra poco tempo, ma significa che lo possiamo sperimentare e vivere, lo possiamo toccare con mano. Questa è l’esperienza propria dei santi. Nei santi l’impulso all’autodifesa, la tendenza a vivere, a escludere ciò che è minaccia è stato superato dall’impulso dell’amore, dal desiderio di far vivere: questo è il Regno di Dio. Su quell’uomo, in quel momento, non ha governato la natura, ma ha regnato Dio; la volontà di Dio si è presentata come volontà sovrana. Questo è il Regno di Dio: obbedire a Dio, lasciare che Dio regni nelle nostre decisioni. Dio esercita una sovranità sul cuore dell’uomo quando questo è fiducioso e obbediente e l’uomo fa passare Dio nel suo comportamento.
La conversione è fondamentalmente la risposta a un evento, a quella lieta notizia di Dio che ha deciso di venire a regnare. In Gesù ci è apparso l’amore di Dio verso di noi, verso l’uomo, ogni uomo. La conversione è la conseguenza della vicinanza del Regno e del compimento del tempo e corrisponde all’atteggiamento di Gesù che, con abbandono completo, attende tutto da Dio. Conversione, dunque, non è un parziale cambiamento, ma un vero e proprio rovesciamento, un passaggio dall’egoismo all’amore, dalla difesa dei miei privilegi alla solidarietà più radicale. È un cambiamento che non si può contenere nelle vecchie strutture: le rompe. Le vecchie strutture sono state create per servire un altro tipo di Dio e per un’altra visione dell’uomo. L’accento non è messo sul mutamento delle qualità o delle azioni dell’uomo, ma su quel suo orientamento globale del suo rapporto con Dio. L’invito è a fare esperienza di Dio. Orientare di nuovo la propria esistenza si manifesta concretamente nell’adesione a Gesù, lasciando ciò che costituisce la vita di sempre, le reti, la barca, la famiglia stessa, per camminare dietro a Gesù: legarsi più strettamente a Lui per partecipare alla sua vita stessa. Il discepolo di Gesù deve essere pronto a prendere su di sé tutte le conseguenze, fino a portare la croce con il suo maestro e a perdere la vita per amore di Lui. Nella chiesa la sequela di Cristo e il rapporto discepolo maestro va esteso a tutti i fedeli. Coloro che professano il cristianesimo devono seguire le orme del loro Signore.

v.17: La chiamata dei primi discepoli vuole essere un esempio concreto di conversione, ed è semplicemente la conversione necessaria per essere cristiani. La sequela ha sempre il suo inizio nello sguardo che elegge e nella chiamata di Gesù. Gesù non incontra l’uomo in una sfera particolarmente religiosa, ma là dove costui veramente vive, nella sua vita di tutti i giorni. La chiamata di Gesù, efficace come la parola creatrice di Dio, crea la sequela e quel che sarà del chiamato sarà opera di Gesù. Così si realizza l’evento della grazia. La sequela è dunque un nuovo agire e un nuovo pensare che sgorga dall’evento della grazia.

v.18: Il discepolo è colui per il quale l’assoluto dell’uomo è il Regno di Dio. Il Regno di Dio è così importante da farlo diventare l’assoluto. Dove il Regno non diventa l’assoluto, il discepolato non scatta. Il Regno dunque fa irruzione nella vita dell’uomo e chiede una sottomissione totale. Il Regno di Dio deve diventare l’assoluto, cioè viene messo al di sopra di ogni cosa. Questo Regno di Dio si intreccia concretamente nella vita dell’uomo con Gesù. La storia si esprime come una realizzazione progressiva del Regno di Dio, cioè come vittoria progressiva dalle potenze mondane che rendono schiavo l’uomo. L’ultima potenza ad essere annientata sarà la morte.
È il Cristo Risorto che opera questo: scioglie l’uomo da tutte le schiavitù. Quando questo è compiuto, Cristo conduce tutta l’umanità nella sottomissione al Padre. Siamo invitati a collocare la sovranità di Dio nella nostra vita come quell’assoluto che dà valore a tutte le scelte dell’uomo. Siamo chiamati a vedere chi e che cosa comanda nella nostra vita. Non è strano che ci siano ancora tante motivazioni mondane, ma ci è chiesto di orientare la nostra vita a Dio. Quando questo avviene c’è il discepolato. Questo non vuole dire che il discepolo non faccia dei peccati, però avrà il Regno come criterio ultimo della propria vita. Quando l’uomo è totalmente nel Regno di Dio, lì può essere totalmente se stesso. È con il Regno di Cristo che il Regno di Dio concretamente si esercita nella vita degli uomini. Appartenere al Regno significa essere in una sintonia docile con il Signore. Il Regno è concretamente dato in Gesù: l’adesione a Gesù assume i caratteri di una scelta totale e definitiva. Il discepolo dice a Gesù: tu sei la salvezza, tu sei l’Alleanza. Il mistero del Regno diventa concreto quando l’uomo incontra concretamente Gesù. Quando il rapporto con Gesù è riconosciuto come assoluto ed è una scelta definitiva di vita, tutto il resto è relativo. Non si dice con questo che il resto non conta niente: conta la famiglia, il lavoro, l’impegno sociale …
Ma di fronte a queste cose il discepolo deve diventare libero. Libero significa che il discepolo non riesce a essere totalmente in queste cose. Il discepolo può essere totalmente solo in Gesù. In Gesù deve mettere tutto se stesso, nelle altre cose no. C’è un discepolato quando una persona percepisce e vive che il suo assoluto è Gesù Cristo. Il resto è sperimentato con gioia, ma con libertà. In Gesù c’è un nuovo centro di attrazione e dà ai discepoli un comando: venite dietro a me. Questo è il Regno di Dio che attira: è calamita più forte di tutti gli altri legami. Spinge la persona verso un nuovo punto di riferimento: la persona di Gesù. Discepolato è fidarsi completamente del Signore senza perdere tempo in discussioni e problematizzazioni. L’affidamento a Gesù deve diventare completo e totale. Come i discepoli si affidano a Gesù, Gesù si prende la responsabilità di loro: dire ‘venite dietro di me’ vuol dire che io vi sto davanti. Vivendo questo rapporto con Gesù si conosce la verità, perché la verità è Gesù stesso. Il discepolo non cerca Gesù per le parole che dice, ma per incontrare Gesù stesso. Il cuore del cristianesimo sta nel rapporto unico e decisivo con la persona di Gesù, il rapporto con la sua umanità. Il discepolo è colui che vive la logica della croce: in essa scopre il volto di Dio. Il discepolo, allora, come Gesù, è un consegnato e un condannato a morte e si incammina con il legno verso il patibolo. Deve portare questo legno per tutta la vita, fino al supplizio. Solo in questo modo può partecipare con Gesù.

v.20: La loro vita non viene rovinata, ma viene dilatata, ingrandita, arricchita. Questo è il significato di una vocazione. Il nostro piccolo frammento di vita assume delle dimensioni molto più grandi perché viene rapportato a Dio e ai nostri fratelli.
Bisogna “lasciare” per andare dietro al Signore; non per il gusto di lasciare, ma per il gusto di andare dietro a lui. Perché è chiaro che se si sta attaccati alle reti non si può andare molto lontano dal lago. Abbandonare le reti vuol dire la capacità di rischiare, non sull’ignoto, ma sul vangelo e su Gesù Cristo.