III Domenica di Quaresima

III Domenica di Quaresima

Mer, 28 Feb 18 Lectio Divina - Anno B

Ambientazione della pericope evangelica
Il brano che la liturgia di questa terza domenica di Quaresima propone alla nostra contemplazione è tratto dal Vangelo secondo Giovanni. Questo vangelo è diviso in due grandi parti dette “libri”: il “libro dei segni” (cap. 1-12) e il “libro della gloria” (cap. 13-21). Il “libro dei segni” a sua volta, dopo il prologo in prosa (Gv 1,1-18) e il prologo narrativo (Gv 1,19-51), è suddiviso in tre unità. Il nostro testo è tratto dalla prima di queste tre unità (Gv 2-4), la quale è delimitata da una inclusione: Cana di Galilea in 2,1 e in 4,46.54. Forma una unità attorno a due nuclei:
1) la reazione opposta di due gruppi alla rivelazione di Gesù: la fede dei discepoli (2,11) contrapposta all’incredulità dei giudei (2,13-22);
2) la diversa risposta di fede nell’incontro con Gesù di tre personaggi diversi che rappresentano rispettivamente l’ambiente giudaico (Nicodemo), quello samaritano (la samaritana) e quello ellenistico (l’ufficiale regio). Prima dell’impatto drammatico con l’ambiente giudaico, che inizierà al cap. 5, assistiamo, in questa prima parte del ministero di Gesù, alla vittoria della fede in mondi culturali diversi.

La pericope che la liturgia ci propone è formato dall’episodio della purificazione del tempio a Gerusalemme (vv.13-22) e dal sommario storico (vv. 23-25) che lega l’episodio precedente con quello successivo: il dialogo con Nicodemo.
L’episodio narrato da Giovanni ha paralleli in tre distinti racconti sinottici. I sinottici descrivono una simile purificazione del recinto del tempio durante il solo ministero di Gesù a Gerusalemme, proprio prima della sua morte. In Mt 21,10-17 e in Lc 19,45-46, Gesù compie tale azione nel giorno stesso in cui entra a Gerusalemme; in Mc 11,15-19, la compie il giorno seguente. Molti studiosi pensano che sia più attendibile la datazione giovannea che pone il racconto della purificazione del tempio all’inizio del ministero pubblico di Gesù e non alla fine come fanno i sinottici. Nella tradizione sinottica c’è un solo viaggio a Gerusalemme, il viaggio che precede la morte e risurrezione di Gesù; e poiché il tempio è a Gerusalemme, i primi tre evangelisti non avevano altra scelta quanto alla collocazione della scena. Lo schema giovanneo, che comprende diversi viaggi a Gerusalemme, lasciava più libertà di collocare la scena nel momento in cui è realmente accaduta. Nel rispondere alla sfida sul suo diritto a fare queste cose, Gesù solleva la questione di Giovanni Battista. Ciò indica che il ministero del Precursore è una memoria recente, una indicazione che meglio si adatta alla collocazione fatta dal quarto evangelista. Al processo di Gesù la sua affermazione riguardo al tempio è ricordata a mala pena dai testimoni, come se fosse stata pronunciata molto tempo prima; nella cronologia giovannea essa sarebbe stata pronunciata almeno due anni prima. Al di là di quando storicamente sia accaduto l’episodio, il fatto che Giovanni lo collochi all’inizio della vita pubblica di Gesù ha un valore teologico. Già nel prologo, Gesù, la Parola divenuta uomo, appariva come il luogo in cui splende la gloria di Dio, la nuova tenda, in parallelo con quella dell’Esodo, sostituita più tardi dal santuario del tempio. Si comprende pertanto che quando egli dà inizio alla sua attività sia il tempio la prima istituzione con cui si manifesta la incompatibilità. Mentre i sinottici situano quest’episodio, che diventa anche il motivo per la condanna a morte, alla fine dell’attività di Gesù, il quarto evangelista, coerentemente con il suo pensiero teologico, lo colloca all’inizio. Gesù sostituisce il santuario (2,21).

Il tempio era, dapprima, il luogo della presenza di Dio, e in esso si celebravano il culto e le feste. Al tempo stesso era la sede del potere religioso e politico, dove si riuniva il Gran Consiglio, il Sinedrio, supremo organo di potere della società giudaica. La semplice presenza di Gesù, il nuovo tempio, in quello antico, produce una tensione; per questo le grandi polemiche con i giudei si svolgono proprio in esso (7,14-8,59; 10,22-39) e in esso egli fa le sue grandi denunce; per lo stesso motivo fa parte della sua missione condurre il popolo fuori dal tempio (2,15; 10,4; 12,12ss).

Struttura della pericope evangelica
L’episodio della purificazione del tempio, dopo l’introduzione del v. 13, è suddiviso in due parti: vv. 14-17 e vv. 18-22, costruite in modo parallelo. Il sommario storico funge da conclusione all’episodio del tempio e da introduzione al dialogo con Nicodemo. Per cui possiamo identificare una struttura di questo tipo:
Introduzione (v.13)
a) cacciata dei venditori dal tempio (vv. 14-16),
b) riflessione teologica dell’evangelista (v. 17),
a’) disputa con i giudei e detto sul tempio (vv. 18-20)
b’) riflessione teologica dell’evangelista (vv. 21-22)
Conclusione (vv. 23-25)

Spiegazione della pericope evangelica
v.13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. È la prima delle tre Pasque che saranno menzionate nel quarto vangelo (cfr 6,4; 11,55). La Pasqua era una delle feste che richiedevano il pellegrinaggio a Gerusalemme, la capitale. Sebbene nella prima epoca fosse una festa familiare, dopo la centralizzazione del culto era stato imposto l’obbligo di sacrificare l’agnello nel tempio, e tutti gli israeliti al di sopra dei dodici anni erano obbligati ad andare alla capitale.
L’espressione usuale in Giovanni, “la Pasqua/la festa dei Giudei”, è intenzionale. Non si riscontra mai nell’Antico Testamento, dove è sempre “la Pasqua o la festa del Signore”. Il senso peggiorativo che nel quarto vangelo ha ordinariamente l’espressione “i Giudei” mostra l’intenzione dell’evangelista. Si tratta della festa ufficiale dei Giudei, diretta e utilizzata dalle autorità. Le antiche feste israelitiche, celebrate in onore di Dio, nelle quali il popolo era protagonista, sono diventate feste ufficiali, imposte, nelle quali il popolo non ha più nulla da celebrare, data l’oppressione in cui si trova. La Pasqua, in origine, era la festa della liberazione dall’Egitto: celebrava la fine della schiavitù e la fondazione di Israele come popolo. La denominazione “dei Giudei”, che la rende la festa del regime oppressore, mostra che il suo significato è stato alterato: ormai non resta altro che la facciata della festa, mentre il popolo è tornato in schiavitù. La denominazione “dei Giudei” apparirà in 5,1; 6,4; 7,2 e, per l’ultima volta, in 11,55. Si applica pertanto a tre Pasque (2,13; 6,4; 11,55) e a due feste intermedie (5,1, non specificata; 7,2, la festa delle Capanne). A partire da 11,55, ultima menzione della Pasqua dei Giudei, questa festa si chiamerà semplicemente “la Pasqua”, in quanto sta per essere la Pasqua di Dio, nella quale verrà immolato L’Agnello di Dio. Sarà Gesù a proporre il suo esodo nella seconda Pasqua (6,4) e a portarlo a compimento con la sua passione e morte (18,1ss). Sarà lui il liberatore che farà entrare i suoi nella terra promessa (6,49s).
La denominazione peggiorativa crea una distanza. Questa Pasqua non è tale per Dio né per Gesù e neppure per i destinatari del vangelo, che scoprono la sua vera indole. Giovanni distanzia il lettore dalle feste, come Gesù si distanzia dalla Legge giudaica, che le fondava.
Gesù sceglie un’occasione clamorosa per iniziare la sua vita pubblica e rivelare la sua messianicità. Essendo Gerusalemme piena di pellegrini, il suo operato avrebbe avuto immediatamente risonanza su scala nazionale.

v.14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Il viaggio è riassunto; la narrazione accelerata (salì, trovò); Gesù è collocato direttamente nel tempio. Vengono enumerati dettagliatamente i diversi tipi di venditori e di cambiavalute, per mostrare il clima che vi regnava. Gesù non incontra gente che cerca Dio, ma commercio.
Gesù occuperà il centro della scena, i discepoli saranno menzionati soltanto come osservatori (2,17). Sta per iniziare la sua vita pubblica nella capitale, nel tempio e in una grande festa. Egli scegli l’occasione e il segno che sta per dare.

v.15 Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi. Il flagello (frusta di cordicelle) era un simbolo proverbiale per designare i dolori che avrebbero inaugurato i tempi messianici. Il Messia era rappresentato con in mano il flagello per fustigare i vizi e le pratiche malvagie. Il gesto di Gesù, quindi, era un trasparente segno messianico: egli si rivela nel tempio come Messia, in linea con il testo di Zc 14,21, nel quale, annunciando il giorno del Signore, si afferma: “e in quel giorno non vi saranno più mercanti nel tempio del Signore degli eserciti”. La manifestazione di Gesù è inequivocabile. Il suo gesto si inserisce nella denuncia che i profeti avevano fatto del culto espresso nei sacrifici, un culto ipocrita che andava di pari passo con l’ingiustizia e l’oppressione del povero. Ma Gesù va più in là dei profeti. Espellendo dal tempio gli animali, materia dei sacrifici, dichiara l’invalidità di questi e dell’intero culto, di cui i sacrifici costituivano il momento culminante. Egli non denuncia soltanto un culto che vela l’ingiustizia, ma il culto che è in se stesso un’ingiustizia, essendo un mezzo di sfruttamento del popolo. Gesù non propone, come i profeti, la riforma, ma l’abolizione. L’espulsione di pecore e buoi costituisce un gesto simbolico. Le pecore saranno figura del popolo e, in particolare, di coloro che seguiranno Gesù (cfr Gv 10). Sono immagine del popolo chiuso nel recinto dove è condannato al sacrificio, perché i dirigenti, essendo ladri (cfr Gv 10,8), non vi entrano che per rubare, sacrificare (allusione ai sacrifici, che in realtà non sono di bestiame, ma del popolo stesso) e distruggere (cfr Gv 10,10). Rubano ciò che non è loro, sfruttano il popolo – la vera vittima del culto – sacrificano e distruggono il gregge, a spese del quale vivono.
I cambiavalute si erano “installati” (letteralmente: seduti); il sistema bancario si è installato nel tempio. Offrivano l’opportunità di cambiare monete per pagare il tributo del tempio in moneta ufficiale; il tempio stesso batteva moneta, in quanto non si potevano ammettere nel tesoro quelle che portassero impressa l’effige di re pagani o altre immagini. Il gesto di Gesù denuncia come un abuso il tributo del tempio, una delle sue principali fonti di introiti.

v.16 E ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!” Sebbene le colombe fossero gli animali sacrificali di minore importanza, tuttavia sono i loro venditori gli unici ai quali Gesù si rivolge, e ritiene responsabili della corruzione del tempio. La colomba era l’animale usato negli olocausti propiziatori (cfr Lv 1,14-17) e nei sacrifici di purificazione e di espiazione (cfr Lv 12,8; 15,14.29), specialmente se coloro che dovevano offrirli erano poveri (cfr Lv 5,7; 14,22.30-31). Olocausti e sacrifici erano modi per riconciliarsi con Dio. I venditori di colombe sono, pertanto, quelli che offrono per denaro la riconciliazione con Dio e rappresentano la gerarchia sacerdotale, che commercia il favore di Dio. È per questo che l’accusa rivolta ai venditori di colombe è la più grave delle tre che Gesù muove: sfruttamento del popolo per mezzo del culto (sacrificio di animali), tributi (cambiavalute), ma, soprattutto, inganno interessato dei poveri con la frode delle cose sacre.
Gesù agisce come Figlio in senso esclusivo (mio Padre); è lui il rappresentante del Padre nel mondo. Esprimendo questa relazione particolarissima con Dio, afferma ancora una volta la propria messianicità, alludendo al Sal 2,7 “tu sei mio figlio”, parole che Dio rivolge al Messia-re.
La ripetizione del termine casa (casa del Padre mio, casa di commercio), che denota un’abitazione stabile, indica la permanente sostituzione del culto di Dio con il commercio. Il tempio non è più tale: è divenuto un mercato; il dio principale del tempio è il denaro. Il culto si è mutato in un pretesto di lucro, che ne costituisce l’obiettivo primario. In quanto però il tempio porta ancora il nome di Dio, la gerarchia è accusata di attribuire lo sfruttamento a Dio stesso. Il luogo in cui Dio avrebbe dovuto manifestare la sua gloria, il suo amore fedele per l’uomo, è il luogo di inganno e di abuso. Con il chiamarlo “mio Padre”, Gesù porta Dio fuori dal tempio; la relazione con Lui non è religiosa, ma familiare. La relazione con Lui non è più di timore, ma di amore, intimità, confidenza. Nella casa del Padre non ci può essere commercio; essendo casa familiare, tutto appartiene a tutti. In mezzo a quella massa di sfruttatori e sfruttati, soltanto Gesù si sente Figlio.
Questa è la denuncia della situazione che il Messia muove: Dio è subordinato alla cupidigia e utilizzato per sfruttare la gente. Si comprende la denominazione “la Pasqua dei giudei”. È una Pasqua utilizzata a beneficio dei dirigenti, che dissanguano il popolo in nome di Dio.
L’antica tenda/tempio aveva svolto la sua missione storica: preparare la tappa definitiva che si realizza in Gesù; per colpa dei dirigenti, non l’ha compiuta. Il tempio era una realtà statica; per andarvi l’uomo doveva uscire dalla sua storia, dalla sua vita. La tenda del deserto, invece, sede della gloria di Dio, camminava con il popolo, lo guidava e accompagnava; con esso, Dio si faceva storia. Nella tenda, Dio scendeva; nel tempio, l’uomo deve salire fino a Dio. D’ora innanzi, la manifestazione della gloria di Dio si compirà in Gesù, la Parola divenuta uomo, che ha piantato la sua tenda fra noi (cfr Gv 1,14). Come nel deserto, la presenza del suo amore accompagnerà la sua comunità nella storia. L’antica tenda era figura della nuova realtà.

v.17 I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. La prima reazione al gesto di Gesù è quella dei discepoli, spettatori della scena, i quali associano il suo gesto al Salmo 69,10. Come in altre circostanze, Giovanni adatta il testo, sostituendo qui il passato con il futuro (lo zelo per la tua casa mi divorerà). Il futuro che i discepoli applicano all’antico testo indica il presente di Gesù. La parola chiave è “zelo”. Nell’Antico Testamento, questa parola si associa particolarmente al profeta Elia e si può dire che ne costituisca la caratteristica. In relazione al tempio, in Ml 3,1s appare il messaggero dell’alleanza, che doveva purificarlo, ristabilendo il culto autentico. Questi dati, associati al concetto di “zelo”, permettono di interpretare il gesto di Gesù come quello di un Messia animato dallo zelo di Elia e riformatore delle istituzioni incentrate nel tempio. Ma Gesù non si presenta come un riformista; non aspira a impadronirsi del tempio né a destituire le autorità. Denuncia la situazione per far comprendere al popolo il vero carattere del culto ufficiale. Egli viene a sostituirlo, poiché la nuova alleanza è sul punto di prendere il posto dell’antica, cui il tempio apparteneva.

v.18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” I sommi sacerdoti non danno retta all’esortazione. Reagiscono domandandogli delle credenziali: esigono un segno che accrediti il diritto di Gesù ad agire in tal modo. In quanto autorità, si ergono a giudici, gli chiedono prove che li convincano della legittimità della sua azione. Partono da una posizione di forza; sono i padroni del tempio: vedono in Gesù un rivale.La funzione del tempio consisteva nel significare la presenza attiva di Dio; la manifestazione di questa gloria/presenza era stata caratterizzata dall’antica tenda (cfr Es 40,34.38). I dirigenti, trasformando la casa di Dio in un mercato, hanno soppresso la sua presenza. Hanno annullato la funzione del tempio.

v.19-20 Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?” La parola che Gesù adopera, naòs, santuario, designava la tenda del deserto e, nel successivo tempio, la costruzione che stava al centro, il santo dei santi. In entrambi i luoghi era stata custodita l’arca con le tavole della Legge, che simboleggiava la presenza di Dio. Durante la deportazione in Babilonia (587-586 A. C.) l’arca va perduta e nella successiva ricostruzione del tempio il santo dei santi, il naòs, rimane vuoto. È Gesù il naòs, il santuario; come Figlio assicura la presenza di Dio nel mondo, e pertanto ha diritto a eliminare gli ostacoli che le si frappongono.
Gli hanno chiesto un segno; egli da loro quello della sua morte, che sarà il suo massimo servizio all’umanità e la massima manifestazione della gloria di Dio, della presenza del suo amore; la morte farà di lui il santuario unico e definitivo. Gesù li sfida a sopprimere quel tempio che è lui stesso; essi lo uccideranno, ma non riusciranno a distruggerlo; lo ricostruirà (eleverà) in tre giorni.Fissando l’attenzione soltanto sul santuario come edificio, per i sommi sacerdoti l’affermazione di Gesù appare incomprensibile.

v.21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Il corpo di Gesù è menzionato nuovamente in 19,31.38.40; 20,12, in occasione della sepoltura e della ricerca da parte di Maria di Magdala. Il corpo di Gesù risorto sarà il nuovo santuario che sostituirà quello vecchio. Sarà il centro del culto in Spirito e verità (4,21-22), il luogo in cui è presente Dio (1,14), il tempio nuovo di cui parlava Ezechiele e da cui scaturisce l’acqua viva (7,37-39).

v.22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola di Cristo. I fatti illuminano le parole, senza l’esperienza non vi è conoscenza completa. Davanti alla morte e risurrezione di Gesù, i discepoli non assoceranno più la scena del tempio direttamente all’Antico Testamento, ma alle parole di lui e al loro compimento. Prima avevano interpretato il suo gesto coerentemente con il passato (Sal 69,10), come zelo per il tempio materiale; quando risorgerà, lo comprenderanno come passione/zelo per la presenza liberatrice di Dio fra gli uomini, che lo ha portato fino alla morte. Alla luce dei fatti e delle parole vedranno anche fino a che punto fossero verità le parole del salmo (mi consumerà). Comprenderanno allora che il nuovo santuario è Gesù, e la falsità della loro prima interpretazione.

vv.23-25 Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo. Giovanni non ha descritto il giorno di Pasqua né ha fatto allusione a cerimonie o riti religiosi. Le festività di Pasqua tuttavia proseguono, e con esse l’afflusso di gente alla capitale. L’azione di Gesù nel tempio ha avuto una risonanza, ma la sua attività non si è esaurita lì: è proseguita durante le feste questo fa sì che molti si decidano per lui. Motivo dell’adesione erano i segni che realizzava. Molti aderirono all’immagine che si aveva di lui, ma in modo errato, interpretando male i suoi segni; la loro adesione/fede non è quella che Gesù richiede. Accettando il Messia potente che sfida il potere, non possono immaginare che il potere di Gesù sia l’amore fino alla morte.
Gesù non accetta il ruolo che gli attribuiscono né si lascia strumentalizzare. Molti si schierano per lui; Gesù però conosce i loro motivi e non li stima validi, in quanto seguirlo non vuol dire aderire a un trionfo umano, ma accettare colui che sta per dare la sua vita per salvare l’uomo ed essere disposti a unirsi a lui fino a dare la propria vita. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo, sa perfettamente di essere interpretato sulla base di ideologie che deformano la realtà.
Attendono da lui cambiamenti politici; ma Gesù non viene a condannare né a escludere, ma a offrire a tutti una possibilità di salvezza (3,17). Ha fatto capire che il luogo della presenza di Dio, il luogo naturale della sua abitazione, è l’uomo stesso: lui, il Risorto, (1,14: la tenda dove abita la gloria di Dio) e i suoi dopo di lui (17,22: io ho dato loro la gloria che tu mi hai dato). Dio non sarà il Dio del tempio e della nazione, ma il Dio dell’uomo.