IV Domenica del Tempo Ordinario

IV Domenica del Tempo Ordinario

Sab, 20 Gen 18 Lectio Divina - Anno B

Una caratteristica importante del vangelo di Marco è rappresentata dalla predominanza delle azioni di Gesù sulle sue parole; sono pochi, infatti, i discorsi che compaiono in questo vangelo, mentre buona parte del testo contiene le opere compiute da Gesù, in modo particolare i miracoli. Per Marco, i miracoli sembrano caratterizzare la persona di Gesù; i miracoli, infatti, seguono la vita di Gesù fino alle porte di Gerusalemme. Gesù è maestro che insegna la via di Dio, ma contemporaneamente ha autorità, cioè ha potere di realizzare ciò che annuncia. Insegna la presenza di Dio e mostra all’opera questa presenza liberando l’uomo dal potere di satana. Proprio queste opere hanno portato Gesù alla morte: ma è la croce il miracolo per eccellenza, quello che ha fatto maturare l’autentica professione di fede.

Nella prima lettura Mosè annuncia al suo popolo la venuta di un profeta che trasmetterà la parola stessa di Dio. Dio manifesta la sua volontà per mezzo del profeta; profeta è chi parla in nome di Dio, di quel Dio che vuol essere presente nella storia del suo popolo, per portarlo a libertà.

v.23: La prima azione che Gesù compie, dopo la chiamata dei discepoli, è un esorcismo e chiaramente non è per caso. Questa azione di Gesù vuole avere un significato programmatico; si potrebbe dire che nell’esorcismo Gesù manifesta la vicinanza del regno di Dio. Il potere di satana, che appare un potere dominante sul mondo e nell’esperienza dell’uomo, viene contrastato e spazzato via dall’irruzione di un nuovo potere che si presenta attraverso la persona di Gesù. “Posseduto da uno spirito immondo” è la traduzione di un testo che di per sé dice: «in uno spirito immondo», come se lo spirito immondo fosse il luogo in cui quest’uomo abita. Per spirito immondo dobbiamo intendere quello che sta all’estremo opposto rispetto alla santità di Dio. Dio è tre volte santo, la santità è la sua caratteristica essenziale; ebbene all’altro estremo dell’essere, a quello che è al di fuori della sfera della santità troviamo lo spirito immondo. Il fatto che quest’uomo fosse nello spirito immondo dice che è lontano da Dio. L’elemento essenziale di questa figura è la lontananza, l’inimicizia e l’opposizione a Dio.

v.24: l’espressione «che c’entri con noi, Gesù Nazareno» vuole dire: la venuta di Gesù dentro la realtà concreta in cui si muove l’indemoniato è una venuta non prevista e non voluta, e, secondo questo spirito immondo, non corretta. Non corretta, perché Dio ha il suo spazio, il suo mondo, nel quale esercita una sovranità di santità; e a questo mondo appartiene Gesù di Nàzaret, perché è il santo di Dio. Ma lì c’è uno spazio di immondezza e di lontananza dalla santità, e in questo spazio Dio non ha niente a che fare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno?». È come la proclamazione di due spazi o di due sfere di influenza, che sono radicalmente separate e incomunicabili. Uno è lo spazio su cui esercita la sua sovranità Dio; l’altro è lo spazio su cui esercita la sua sovranità lo spirito immondo. Il contenuto della predicazione di Gesù era che il regno di Dio si è avvicinato, che quindi in questo mondo la vicinanza della santità di Dio è ormai sperimentabile. Quello che lui ha annunciato con le parole lo si vede in questo incontro e confronto tra Gesù e lo spirito immondo.

v.25: La realtà di questo spirito immondo è profondamente inserita nella vita di quest’uomo; c’è una radice di male e di opposizione alla santità di Dio che è profondamente radicata. La liberazione è sofferta, richiede sofferenza e strazio, però nello stesso tempo è una liberazione che avviene immediatamente e radicalmente. È il regno di Dio che comincia a manifestarsi; Dio incomincia a esercitare la sua sovranità sopra allo spirito immondo. Chiaramente il discorso va allargato. Questo è un uomo, ma in qualche modo vorrebbe essere un’immagine della condizione dell’uomo che, creato a immagine e somiglianza di Dio, quindi in comunione con Dio, con un legame strutturale di fondo che lo rapporta a Dio stesso, si è allontanato da Dio e vive sotto una potenza di male che tende a dominarlo. Quella potenza di male che le lettere di Paolo chiamano “il peccato”, ma intendendo per peccato non le trasgressioni (in quanto le trasgressioni sono solo l’effetto del peccato) ma una potenza, una forza capace di dominare, di imporre la sua volontà sulla libertà fragile e povera dell’uomo. Si tratta, dunque, della guarigione dell’uomo, quando la sua umanità è incatenata da un potere disumano e disumanizzante, da un potere che offusca nell’uomo l’immagine di Dio che dovrebbe essere il suo vero volto, la sua autentica vocazione.

v.26: “Straziandolo” vuole dire: il fare uscire la potenza di male dal cuore dell’uomo significa in realtà una lacerazione; qualche cosa si lacera, si rompe, all’interno del cuore umano; perché questo potere di satana è un potere che si è infiltrato nelle vene dello spirito, ed estrarlo costa sofferenza: c’è un urlo che esprime questa lacerazione profonda. È il Regno di Dio che viene e incomincia a esercitare il suo potere, che è un potere di liberazione; l’uomo, schiavo di un potere di male, viene liberato per potere diventare portatore della santità di Dio, espressione dell’amore di Dio.

v.37: Marco riconosce che l’uomo è un prigioniero senza forza: non si può chiedere all’uomo di conquistare la salvezza, perché non ne è capace, gli mancano le forze. È Cristo, infatti, che libera l’uomo; è la grazia di Dio che è all’opera in Gesù; all’uomo è chiesto solo che si accorga di questo intervento generoso e creatore di Dio. La dottrina di Gesù è nuova non per il suo contenuto, ma per la potenza divina che vi è connessa; quel maestro, infatti, realizza ciò che annuncia.