IV Domenica di Avvento

IV Domenica di Avvento

Mer, 06 Dic 17 Lectio Divina - Anno B

Ambientazione della pericope evangelica
Il racconto dell’annuncio della nascita di Gesù si snoda secondo lo stesso modello letterario utilizzato per la precedente annunciazione, ma questa somiglianza manifesta fortemente anche la differenza: non più un uomo, Zaccaria, al centro della scena, e in secondo piano Elisabetta, ma una donna, Maria (che rimarrà ormai al centro dell’azione fino a 2,52), e in secondo piano Giuseppe. Non si tratta più della nascita di un uomo benché grande, ma della promessa di un uomo-Dio, della venuta del Messia-salvatore.

Spiegazione della pericope evangelica
L’Annunciazione a Maria è uno dei cinque passi che compongono la sequenza dell’annuncio della nascita di Gesù:

Introduzione (1,26-27)

L’annunciazione a Maria (1,28-38)

LA VISITAZIONE (1,39-45)

Il cantico di Maria (1,46-55)

Conclusione (1,56)

A sua volta il brano dell’Annunciazione è composto da cinque parti organizzate in modo concentrico:
A) Ingresso e saluto dell’Angelo, seguito dalla reazione di Maria (28-29)
B) Primo annuncio dell’Angelo (30-33)C) La domanda di Maria (34)
B’) Secondo annuncio dell’Angelo (35-37)
A’) Disponibilità di Maria e partenza dell’Angelo (38)

v.26-27 Sono due versetti introduttivi. Segnalano le circostanze di tempo e di luogo, i protagonisti del dialogo e le loro attribuzioni. La nota cronologica “sesto mese”, collega la presente annunciazione con quella a Zaccaria. L’una avviene “sei mesi” di distanza dall’altra. Gabriele è noto dal racconto precedente; la sua interlocutrice è una giovane di Nazaret. Lo stato di costei è singolare: è vergine (parthenos) e nello stesso tempo sposata (emnêsteumenê). Il suo uomo (anêr) si chiama Giuseppe.
Il significato teologico e la portata salvifica del cristianesimo sono strettamente legati a fatti storici: Luca, non diversamente da Matteo, logicamente vi insiste. A partire dagli stessi fatti storici che Luca e Matteo hanno costruito due interpretazioni teologiche così diverse, ma allo stesso tempo convergenti: 1) la concezione e la nascita di Gesù da Maria, fidanzata a Giuseppe, il quale era della casa di Davide; 2) Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo e non per opera di Giuseppe, tanto è vero che Maria non era ancora stata portata nella casa di Giuseppe; 3) il nome di Gesù è stato suggerito dall’angelo; 4) Gesù è nato a Betlemme, in Giudea, nella città di Davide; 5) Egli è discendente dalla casa di Davide; 6) la sua famiglia infine è tornata a Nazaret. Possiamo affermare che il piano di Dio si realizza secondo i ritmi della storia dell’uomo, assumendo le coordinate spazio-temporali che caratterizzano le vicende umane. È questo lo stile di Dio, il modo secondo il quale egli ama rivelarsi e comunicarsi a noi.
Giuseppe, come Zaccaria, è un uomo di “classe”; anche Elisabetta ha un suo casato (v. 5), solo Maria è un’oscura donna di Nazaret. La sua “verginità” è in parallelismo con la sterilità della parente. Entrambe le qualifiche creano intorno alle rispettive persone un’area di solitudine, di disistima, di sfiducia. Ciò nonostante Maria riceve la visita di un messo celeste, al contrario di Zaccaria che invece è stato convocato da lui nel Santuario. Con questi piccoli accorgimenti, l’evangelista vuol mettere in risalto fin d’ora la dignità della madre di Gesù. Il fatto, tuttavia, inusitato, rivoluzionario nella storia del popolo di Dio, dominato abitualmente da figure maschili, è che il messaggio dell’angelo sia rivolto a una donna chiamata ad accordare la sua diretta partecipazione al piano di Dio.

v.28 Dopo il prologo, ha inizio il dialogo tra Maria e l’Angelo che si svolge in tre riprese segnate da altrettanti interventi angelici e dà risposte o obiezioni di Maria. Si potrebbe dire che progredisce per “cerchi concentrici”. Ogni successivo intervento (vv. 31-33; 35-37) non fa che riprendere, amplificare, esplicitare il tema iniziale (v 28).
Il dialogo inizia con un saluto che non è puramente convenzionale (in un contesto fortemente semitizzante, Luca avrebbe usato “la pace sia con te” corrispondente appunto all’ebraico shalôm), ma per i riferimenti biblici soggiacenti (Sof 3,12-17; Zc 9,9-10; Gl 2,21-27) contiene un invito alla gioia messianica, un appello gioioso che proclama il favore della benevolenza di Dio e lascia intravedere la sua prossima visita, annunciata già dai profeti. “Esulta”, chaire, è l’invito rivolto dai profeti post-esilici alla comunità ideale degli ultimi tempi, la “figlia di Sion”, a tenersi pronta per accogliere il re e salvatore. Rivolgendolo a Maria, l’angelo vuol dire che ella è chiamata a rappresentare, più ancora a sostituire la comunità messianica in vista di future realizzazioni. La gioia alla quale il saluto invita andrebbe anche collocata sullo sfondo della gioia cristiana, di cui Maria è il prototipo e di cui l’evento dell’incarnazione è l’origine.
Il nome nuovo che ella riceve kecharitômenê, “piena di charis”, “di grazia”, fa prevedere che sta per essere investita di una particolare missione nel piano di Dio destinata a modificare la sua stessa vita. Come “salve” non traduce bene “chaire” così “piena di grazia” non traduce esattamente “kecharitômenê”. La “charis” di cui l’angelo sta parlando non è una qualità interiore, né una dote esterna, fisica, ma una particolare incombenza del disegno di Dio, che l’evangelista spiegherà più avanti (v. 30). Il favore che farà distinguere Maria dalle altre donne è la maternità messianica, dono, charis, unico che fa di lei la “prediletta” di Dio per eccellenza, perciò “piena di grazia”. Il participio è al perfetto perché Maria è stata da sempre l’oggetto del favore eccezionale che il carisma della maternità messianica suppone.
Anche l’espressione: “Il Signore è con te” supera il valore di un semplice saluto o semplice augurio. Essa indica il motivo di quella gioia messianica, contiene in sintesi la realtà promessa, cioè la presenza di Dio-salvatore. Dio si è impegnato a “stare con” tutti coloro con i quali ha intrecciato un rapporto di alleanza (cfr Es 3,12; Gs 1,5; Gdc 6,12-17) e con il suo popolo, di cui Mosè, Giosuè e Gedeone sono rappresentanti e guide. Ora Dio vuole stabilire una nuova presenza di sé in mezzo a noi, vuol rifarsi un popolo fedele: per questo fa di Maria un segno della sua presenza salvifica. Iddio è con lei che sarà la madre del Dio-con-noi (Is 7,14).

v.29 Il “turbamento” di cui parla l’evangelista fa parte dello schema dell’annuncio, serve a sottolineare l’origine divina della comunicazione che ella sta per ricevere, è perciò un accorgimento per segnalare una presenza superiore, ma nel caso di Maria, l’autore precisa che il turbamento è provocato dalle parole udite, segno che sono misteriose, incomprensibili. Ella cerca di misurarne il peso e la portata dentro di sé, ma inutilmente; alla fine deve chiedere spiegazione all’angelo.

v.30 Venendo incontro al turbamento di Maria e interpretando la sua tacita domanda, l’Angelo riprende la parola, giusto per ripetere in modo più chiaro il suo lieto messaggio. Il v. 30 infatti corrisponde in pieno al v. 28: al saluto iniziale corrisponde ora il “non temere”; al “kecharitômenê” corrisponde qui “Maria… hai trovato grazia presso Dio”. Infine si spiega in che modo Dio è con Maria di Nazaret: con la nascita di Gesù-Messia, Maria di Nazaret, colei che si è posta in stato di espropriazione, viene visitata da Dio stesso e per mezzo di lei Iddio visita il suo popolo; dando un corpo, un volto, un linguaggio a Gesù, Maria si rende disponibile, per quel tanto che può alla realizzazione di un nuovo incontro sponsale tra Dio e il suo popolo.

vv.31-33 In questi versetti, arriviamo alla sostanza del mistero. È il mistero di Gesù, Messia e Salvatore, vero figlio di Maria e Figlio di Dio, che dapprima viene annunciato con una formula stereotipa, tipicamente biblica (cfr Gn 16,11; 17,19; Gdc 13,5-7 e soprattutto Is 7,14) e poi con una serie di titoli messianici. Il Figlio viene concepito nelle viscere di Maria, nelle viscere della nuova figlia di Sion, come il Signore Iddio sta nelle viscere di Israele.
Il nome del Bambino è predestinato alla pari dei compiti che dovrà svolgere. In realtà si tratta di un comune nome ebraico, ma ne viene attribuita l’assegnazione all’Angelo per sottolineare la provenienza della sua futura missione. Il nome “Gesù” significa “JWHW salva”, ma sono i titoli che gli vengono dalla tradizione profetica che definiscono più chiaramente i suoi compiti (cfr i testi più noti del messianismo davidico: 2Sam 7,13.16; Is 9,6; Sal 2,7; 89,29.38; 132,11). L’appellativo “grande” viene attribuito spesso a Dio; in Lc 1,15 lo stesso titolo viene applicato a Giovanni, ma solo al Figlio di Maria si addice il titolo di “Figlio dell’Altissimo”. Nell’A. T., sono chiamati “figli di Dio” tutti coloro che si trovano in rapporto di speciale intimità con Dio: l’angelo Sal 29,1; il popolo eletto Sap 18,13; Os 11,1 e soprattutto il Messia: 2 Sam 7,14; Sal 2,7; 89,27. Tuttavia qui viene indicata non solo la dignità messianica di Gesù, ma si prepara quel significato teologicamente più pregnante che l’espressione “Figlio di Dio” avrà nel v. 35.
A lui sarà dato “il trono di Davide”: secondo una tradizione largamente testimoniata nell’A. T. ( 2 Sam 7,12; 1 Cr 22,9-10; Sal 89 [88], 36ss; Is 9,6; Mic 4,7; Dn 7,14) il Messia verrà dalla casa di Davide e da Davide erediterà il Regno, non più un regno temporale, ma il regno spirituale sul nuovo Israele. Sono molti i temi che riecheggiano in questi versetti: l’alleanza davidica con le sue promesse, la gloria del grande re, il carattere profetico e messianico di questa regalità, ma quello che più conta è che tutte queste qualità arrivano fino a Gesù non per trasmissione di sangue (è solo per il tramite di Giuseppe che Gesù è figlio di Davide, eppure Giuseppe non è suo padre secondo la carne!) ma per la fedeltà di Dio alle sue promesse, per la realizzazione dalla volontà salvifica di Dio: è solo Dio a dare la successione, la dignità e la missione davidica, regale, profetica e sacerdotale a Gesù.

v.34 La domanda contenuta in questo versetto, come abbiamo visto, sta al centro del passo in essa le due proposizioni si oppongono ciò che è annunciato (“questo”) e la situazione presente di Maria che “non conosce uomo”. L’obiezione di Maria nella logica dell’annuncio serve a far progredire il discorso. Il verbo “conoscere” è un eufemismo biblico per indicare i rapporti matrimoniali. Maria, nonostante sia sposata a un uomo, non ha, non vede almeno possibile, una sua relazione maritale. L’espressione stessa in cui non appare l’articolo sembra portare l’attenzione sull’uomo in genere, più che su uno in particolare. Ella protesta di non conoscere non un uomo, ma nessun uomo. Ella è stata presentata come una “vergine” e sembra voglia rimanere tale. Era stato detto a Maria: “concepirai nel grembo e darai alla luce” (v. 31). Il riferimento andava chiaramente a Is 7,14: è dunque abbastanza ovvio mettere in rapporto le affermazioni dei vv. 34.37 sul fatto che Maria è vergine-parthenos. Questo testo di Isaia è pure citato esplicitamente in Mt 1,23. Luca però interpreta Isaia come un segno. Egli mutua al profeta la sua intenzione escatologica. Il bambino che Maria darà alla luce riprende su di sé la realizzazione della Promessa. Per quanto importante fosse il segno dato ad Achaz, questo bambino lo supera. Figlio della promessa, egli ne è la realizzazione.
Il significato dell’obiezione di Maria va ricercato nel genere letterario dell’annuncio. Invece di rivelare una sua decisione, potrebbe servire a manifestare i segreti del piano di Dio. L’autore più che interessarsi del modo con cui è avvenuta la concezione si preoccupa può darsi di far conoscere la sua missione. Egli non ignora il matrimonio di Maria con Giuseppe, ma lo lascia sullo sfondo spoglio di ogni significato. La domanda di Maria che esclude ogni intervento umano nella concezione del figlio, mira a ricordare la singolare relazione che questi è destinato ad avere con Dio. Dovrebbe aiutare a capire chi è il figlio, oltre o più che la madre. Nello schema dell’annuncio, la concezione verginale esprime nel modo più efficace la dipendenza e il riferimento del Bambino a Dio. Di fronte alla proposta dell’Angelo, Maria avverte una difficoltà, a suo avviso insormontabile, essendo ella decisa a rimanere vergine. Non esprime un dubbio, non pretende un segno, come fece Zaccaria, ma espone un desiderio, esprime un proposito, quello di rimanere vergine: frutto sicuramente della grazia di Dio, per la realizzazione del quale Maria si è posta sotto la protezione di un uomo attratto dallo stesso ideale. Per questo Maria è, ad un tempo, “sposa a Giuseppe” e decisa a “non conoscere uomo”. Tuttavia quello che Maria considerava un ostacolo per questa maternità gloriosa ne è, nel pensiero divino, la condizione necessaria. Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Come fu necessario che Abramo, perché potesse diventare padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine; così è necessario che Maria concepisca e dia alla luce rimanendo vergine, affinché si possa realizzare il piano salvifico del Padre. Tale è la legge divina: la vita nasce dalla morte, che salva la propria vita solo chi accetta di perderla, che l’uomo non possieda mai se no ciò che ha donato.

vv.35 La domanda di Maria al v. 34 apre la seconda parte del dialogo che fa piena luce sul mistero. Maria ha avanzato riserve alla proposta angelica, ma Dio attuerà egualmente il suo disegno intervenendo con la potenza del suo Spirito. Le due espressioni “Spirito santo” e “potenza dell’Altissimo”, in virtù della legge del parallelismo, si equivalgono, indicano una stessa realtà con nomi diversi. Sembra che in primo piano venga sottolineato un rapporto della Madre di Gesù con lo Spirito di Dio, di cui è chiamata sposa, ma in realtà l’attenzione dell’autore è rivolta ancora al Figlio.
Qui non viene descritta una presenza qualsiasi dello Spirito, come quella che nell’A. T. Dio riservava ai grandi uomini, ma una presenza divina speciale: lo indica il verbo episkiazein, molto raro nell’A. T. e denso di significato. Lo stesso verbo in Es 40,35 indica la nube che fa ombra sopra il tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Ma vi è un altro riferimento biblico: in Sal 91(90),4; 140(139),8, Dio viene paragonato a un uccello che protegge, coprendo con l’ombra delle sue ali. Parlando dello Spirito Santo, come una Potenza che coprirà Maria con la sua ombra, l’Angelo insinua chiaramente che questo Spirito svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale. L’Angelo annunzia a Maria che la simbolica nube avvolgerà la sua persona consacrandola in un tempio vivente. La presenza dello Spirito è ordinata al Figlio, ma non lascia estranea la madre. Ella è la via attraverso cui passa la realizzazione del piano di Dio. Il senso di kecharitômenê, piena di grazia, si fa così più chiaro.
Nel racconto dell’annunciazione si potrebbe registrare un trapasso nella presentazione del Messia. Maria darà alla luce un figlio, che sarà discendente davidico e alla fine lo stesso Figlio di Dio, ma si tratta sempre dello stesso figlio di Maria. Con la concezione verginale viene affermata la dignità divina di Gesù, anzi viene stabilito un nesso strettissimo (“perciò colui che nascerà da te santo sarà chiamato Figlio di Dio”) tra l’opera dello Spirito Santo su Maria e la dignità divina di Colui che sarà da lei concepito e partorito.

vv.36-38 L’obiezione di Maria ha avuto una risposta, ma ella ha bisogno anche di una conferma o prova sulla verità di quanto le è stato comunicato. Il “segno” fa parte dello schema dell’annuncio. In questo caso esso è costituito dalla maternità miracolosa, addirittura “impossibile” di Elisabetta, la parente che ha concepito un figlio nella sua vecchiaia, ma di cui Maria non è ancora a conoscenza, per questo l’Angelo può presentarla come un segno. Questa è la norma del comportamento di Dio con l’uomo: offrire segni che rendono credibile, e in qualche modo accettabile, la proposta divina. Questo è il dono della libertà di Dio: offrire un anticipo di quella luce e di quella grazia che inonderà l’interpellato. Nella storia della salvezza le situazioni si ripetono con facilità. Le perplessità, le ansie di Maria alle parole dell’angelo riecheggiano quelle di Abramo all’annuncio della nascita del figlio (Gen 18,14). La fede in Dio può operare meraviglie, anche cose “impossibili” all’uomo, ha salvato dall’incredulità il patriarca, la stessa fede salva Maria (v. 37). Una donna sterile che diventa madre e una “vergine” che partorisce un figlio “senza conoscere uomo” sono cose umanamente irrealizzabili, ma non davanti a Dio. Egli non può compiere cose assurde, ma compie anche ciò che è irraggiungibile agli uomini.
La risposta di Maria alla proposta dall’angelo è espressa con una formula che ritorna spesso nella tradizione biblica (v. 38). “Servi del Signore” sono coloro che hanno ricevuto un particolare incarico, ma contemporaneamente danno prova di disponibilità, remissività, fede. Sulla bocca di Maria l’espressione riassume la sua missione, ma anche il coraggio di cui ha dato prova nell’accettare l’invito divino facendo proprio il messaggio che sarà il punto di riferimento e il banco di prova di tutta la sua vita. 
Serva del Signore” è il nome che Maria si attribuisce, dopo quello impostole dai genitori e dall’Angelo, “piena di grazia”. Il compito di Maria nel piano divino riceve una designazione ormai tecnica nel N. T. Ella è il prototipo della Chiesa, delle funzioni presenti nel suo ambito. Esse vengono esercitate non come poteri, ma semplicemente come servizi. Mara è la “serva del Signore” perché accetta umilmente il disegno che egli ha concepito su lei, anche se non riesce a comprenderne tutta la portata e tutte le conseguenza. La frase “che mi avvenga” è resa in greco con un ottativo, contiene perciò un segreto anelito, addirittura un’impazienza di vedere attuato quanto le è stato prospettato e richiesto. La partenza dell’Angelo (v. 38) chiude la “scena”, che si era aperta (v. 26) con il suo ingresso.

Nella prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, alla quale fa eco il Salmo, abbiamo il nucleo delle promesse davidiche attorno al quale si sono innestate tutte le profezie messianiche del popolo di Israele. Tali promesse trovano compimento nel mistero dell’incarnazione. Un mistero che nella sua realizzazione sconvolge tutti i piani umani: il Figlio di Dio nascerà da una donna. Gerusalemme è stata ripudiata, ma Dio non viene meno alle sue promesse: ci sarà una nuova Sion nella persona di Maria. Non più una città o un popolo che simboleggia l’alleanza con Dio, ma una persona umana che aderisce liberamente al disegno di Dio. Attraverso il suo “eccomi” viene rivelato, come dice S. Paolo il “mistero taciuto per secoli eterni” (Rm 16,25c).