Natale del Signore - Messa del giorno

Natale del Signore - Messa del giorno

Dom, 23 Dic 18 Lectio Divina - Anno C

Il Quarto Vangelo si apre con questo straordinario brano poetico, che è un inno alla Parola di Dio che si rivela e opera nel mondo. I primi tredici versetti, che costituiscono la prima parte dell’inno, ci presentano il Verbo dalla sua origine: siamo nell’ambito della relazione tra le Persone Divine. La Parola di Dio, ad un certo momento, entra in contatto col mondo, con l’umanità, e cioè con noi, incarnandosi. Tale evento viene cantato in una irruzione di gioia al versetto 14, in cui comincia la seconda parte del Prologo (vv. 14 al 18). Tuttavia questo dono di Dio, totalmente gratuito, molti non lo vedono o lo rifiutano. Ci sono però anche coloro che se ne accorgono e lo accettano. Per mezzo dell’accoglienza del Verbo è possibile diventare figli di Dio: la «buona novella» della figliolanza divina si trova proprio al centro dell’inno (vv. 12-13).

v.1 «In principio» «en archē[i]»: rimanda con chiarezza alle prime parole della Genesi «in principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Si tratta dunque dell’inizio delle cose, della creazione.
«Era il Verbo» qui troviamo l’affermazione di un’esistenza che precede questo inizio: fin da questo principio «esisteva» il Verbo. Parlando di preesistenza, come spiega san Tommaso (Summa Teologica, I, q. 10, artt. 1 e 2), si vuole esprimere metaforicamente la verità che il Verbo è Dio.

«Verbo»: è la «Parola», cioè il mezzo attraverso il quale ci si esprime. Il testo afferma che in principio, al momento dell’atto creatore, c’era «la Parola», cioè la comunicazione che Dio fa di se stesso. Nell’ambiente filosofico greco questo termine indica la «parola che porta un senso», che lo svela pienamente. Nell’ambiente giudaico, la parola, «dabar», come tale appartiene alla sfera di Dio; essa rivela l’essenza stessa di Dio.
«Il Verbo era presso Dio» la costruzione della frase con la preposizione greca «pros» vuole esprimere un’idea di movimento: la Parola era «rivolta dinamicamente» verso Dio; il Verbo si caratterizza per il suo «essere verso» Dio. Viene posto l’accento sulla relazione intima e profonda con Dio: il Verbo è intimamente unito a Dio.
«Il Verbo era Dio»: Giovanni dopo aver descritto il Verbo in relazione permanente con Dio, qualificandolo come un «essere verso», ora specifica che il Verbo è «Dio» stesso. Qui troviamo un accenno al mistero della relazione Padre-Figlio, nell’unicità di Dio.

v.2 Con la ripresa dell’espressione «in principio» l’attenzione del lettore viene orientata nuovamente verso la creazione. Giovanni ripetendo che il «Verbo era presso Dio» sembra voler sottolineare che l’atteggiamento fondamentale del Verbo, il suo essere verso Dio, dovrà servire da modello rispetto a tutto ciò che nascerà mediante la «Parola».

 v.3 Dopo aver presentato il Verbo nella sua relazione immediata con Dio, ora lo sguardo è concentrato sulla relazione del Verbo con il mondo.
«Tutto» «panta»: si riferisce alle singole cose, alla creazione e alla salvezza.
«è stato fatto per mezzo di Lui»: affermando che tutto avviene per mezzo del Verbo, l’evangelista vuole dire anche che tutto mediante il Verbo prende senso.
«Senza di lui nulla è stato fatto»: attraverso quest’espressione negativa viene rafforzato il pensiero precedente. Il mondo sia fisico che umano riflette Dio Padre in quanto è fatto secondo il Figlio di Dio incarnato, che è appunto l’immagine di Dio. Pensiamo all’armonia, alla bellezza…

v.4 È importante collegare questo versetto con quanto detto prima: dopo aver dichiarato la presenza efficace del Verbo in tutto ciò che è stato fatto, l’opera del Verbo viene ora caratterizzata dal dono della vita.
La parola «vita» «zōē» non allude soltanto alla molteplicità e diversità degli esseri viventi, ma si riferisce anche alla relazione con Dio stesso attraverso il Verbo, che viene detto «fonte permanente di vita». Nella tradizione biblica soltanto Dio è il Vivente per eccellenza: senza Dio non vi è che morte. In questo versetto si sta parlando in modo specifico di noi che siamo chiamati a realizzarci pienamente in Dio. Infatti la vita che Dio ha suscitato, per potersi mantenere nell’uomo, deve restare in contatto con Lui, sua sorgente: l’uomo è invitato a vivere, fin da questa terra, in comunione con Dio stesso.
«La luce»: il Verbo, entrando in rapporto con gli uomini, manifesta ciò che egli è per essi, cioè la luce. Il Verbo risplende come luce di vita. Grazie al Verbo gli uomini vedono la luce che li guida alla pienezza della vita. Qui sono anticipate le parole di Gesù: «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).

v.5 Tutta la frase è uno sguardo complessivo sull’opera del Verbo e dei suoi avversari. Giovanni medita sulla luce che è il Verbo nella sua funzione d’illuminare tutta l’umanità che giace nelle tenebre.
Con il termine «tenebra» s’intende prima di tutto il mondo degli uomini lontano da Dio, cioè non ancora illuminato dalla luce divina. Una traduzione di «tenebra», in linguaggio esistenziale, potrebbe essere il disorientamento interiore, cioè quando si è confusi e non si sa dove e come andare. Tale disorientamento può diventare un sistema di vita, fino ad arrivare a non sapere più il vero perché delle cose, lasciandosi così trascinare dagli impulsi e dalle situazioni. Giovanni con queste poche parole, ci consegna un messaggio fondamentale: il non riconoscere Gesù fatto uomo fra noi, come senso ultimo della realtà, che dà valore ad ogni cosa è a tutti gli effetti un «essere nelle tenebre», senza alcun punto di riferimento.

«La luce splende nelle tenebre»: la frase si presta a diverse interpretazioni. Possiamo leggervi un’allusione alle infedeltà d’Israele che i profeti hanno denunciato ripetutamente e sulle quali Dio trionfava sempre nuovamente. Inoltre abbiamo un’anticipazione degli eventi accaduti durante la vita di Gesù fino alla sua vittoria finale con la risurrezione.
«Le tenebre non l’hanno vinta» «katelaben» è un verbo di difficile traduzione, si apre infatti a più concetti. Può significare: accogliere, comprendere, afferrare, impedire, arrestare. Possiamo cogliere una sfumatura: se oggi la luce risplende è perché le tenebre non l’hanno arrestata nella sua corsa.

vv.6-8 Mentre le prime due strofe hanno rivelato l’esistenza del Verbo dall’eternità e il suo ruolo nel mondo da lui creato, concludendo che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta», di questo viene data un’attestazione: Dio manda un uomo perché sia il testimone del Verbo presente nel mondo.
«Perché tutti credessero per mezzo di lui»: è esplicitato lo scopo della testimonianza di Giovanni. Di fronte alle tenebre che ancora minacciano la terra, si alza Giovanni come testimone per affermare la presenza e la vittoria di questa luce. Dal testo emergono due caratteristiche del Battista: egli è inviato da Dio ed è il testimone intorno alla luce. Egli è il testimone «mandato da Dio», dignità che nel quarto vangelo è riservata a Gesù di Nazaret e al Paraclito. Tale qualifica rievoca le vocazioni dei grandi profeti: Mosè, Isaia, Geremia. Possiamo allora sottolineare la continuità dell’intervento di Dio nella storia: Dio che ha parlato per mezzo dei profeti, ora si fa presente con Giovanni.
«Tutti»: sono compresi tutti gli uomini, al di là di ogni frontiera spaziale e temporale. L’evangelista stima così tanto il Battista che parla di lui come l’intermediario autorizzato fra il Verbo e l’umanità.
«Non era lui la luce»: Giovanni Battista deve testimoniare che colui che Israele attendeva era presente. Giovanni sa che Costui gli è superiore in dignità (1, 27).
Giovanni diventa «figura» di tutti i testimoni che nel corso della storia hanno ricevuto la missione di testimoniare nel mondo la presenza della luce divina: la sua figura e il suo messaggio assumono una portata universale.

v.9 Con questa strofa inizia un nuovo quadro della storia di Dio che si comunica, attraverso la rivelazione del Verbo, nella concretezza dell’incontro fra il Verbo-Luce e gli uomini.
«La luce vera»: l’essere umano cerca la luce, la comprensione di se stesso, però si può sbagliare nella ricerca, prendendo per vera una luce falsa. Così Giovanni afferma che soltanto nella rivelazione avvenuta in Gesù, attraverso la sua Parola e il suo operare, viene data a tutti gli uomini l’autentica comprensione della loro esistenza. Il Verbo è qui qualificato come «luce vera». La posizione del Verbo è precisata non solo nei confronti di Giovanni, che era soltanto il testimone della luce, ma anche nei confronti di tutte le false luci che sarebbero apparse nel mondo: esse non sono altro che ingannevoli idoli, mentre solo il Dio vivente è veritiero.
La Parola di Dio «illumina ogni uomo»: con questa espressione Giovanni si riferisce a ciascuno uomo nella sua singolarità: il Verbo viene incontro a ciascun uomo nello scorrere del tempo.

v.10 Il Verbo «era nel mondo»: una presenza che è conseguente a quanto detto nel v. 9 (il mondo fu creato mediante il Verbo).
«Mondo» «kosmos»: è un termine molto importante; per tre volte viene ripetuto nei versetti 10-11, ma con sfumature diverse. Inizialmente Giovanni parla del mondo nel senso di «universo» creato da Dio. Nella citazione successiva il termine allude non solo all’universo fisico, ma include il «mondo umano». In questi due riferimenti il mondo è usato in un senso decisamente positivo. Nel terzo riferimento si parla del mondo umano con un contenuto negativo, in quanto si allude al mondo sottomesso al potere delle tenebre e ostile alla missione e all’opera salvifica di Cristo. In pratica ogni singolo uomo è posto nella condizione di accettare o meno la luce. L’accoglienza della luce, mediante la fede, porta la vita divina e la salvezza. Il «mondo» diventa «peccatore» soltanto dal momento in cui rifiuta la rivelazione di Cristo e non riconosce la gratuità del dono di Dio. Non viene data nessuna giustificazione del rifiuto di questa luce: c’è solo la costatazione del suo rigetto. L’affermazione del fallimento dell’incontro fra il Verbo e gli uomini non contraddice ciò che è stato dichiarato precedentemente, cioè che le tenebre non hanno arrestato la luce: all’evangelista interessa sottolineare il paradosso del rifiuto che la creatura oppone al suo Creatore.

 v.11 Ora viene precisata ulteriormente la natura del rifiuto opposto al Verbo.
«Venne fra i suoi»: quest’affermazione richiama alla presenza del Verbo nel mondo che egli ha creato. Il Verbo è venuto nella «sua proprietà»: il termine sottolinea una relazione speciale fra due individui o fra una persona e un gruppo. Possiamo richiamare alla mente le allusioni di Gesù circa la relazione che unisce il pastore alle sue pecore, per indicare il rapporto generato tra Lui stesso e i suoi discepoli. Dopo aver accennato al «mondo» in generale, Giovanni sembra che qui voglia ricordare il comportamento speciale di Dio verso il suo popolo eletto, particolarmente infedele.

v.12 A livello di contenuto notiamo un importante cambio. Questi versetti formano la parte centrale dell’inno. Vengono descritti gli effetti della rivelazione portata dal Verbo: coloro che credono al Verbo diventano figli di Dio. La filiazione è dunque ben focalizzata al centro del Prologo: è offerta a tutti come la luce che illumina ogni uomo. Naturalmente c’è una distinzione fra la nostra filiazione e quella del Figlio di Dio: Lui è l’unigenito del Padre (1,18). Tuttavia la nostra filiazione conserva tutta la sua profonda ricchezza: si tratta di imparare ad essere realmente figli di Dio. È possibile vivere questa dimensione spirituale perché appartiene alla nostra natura. In questo versetto viene sottolineata la risposta positiva degli uomini che, a un determinato momento del tempo, hanno accolto il Verbo: tale accoglienza consiste nel «credere nel suo nome».
«A quanti lo hanno accolto»: è riferito agli uomini che hanno riconosciuto nel Verbo il principio della loro esistenza e il senso della loro storia, lasciandosi illuminare da lui.
«A quelli che credono nel suo nome»: la formula è stata applicata frequentemente a Gesù Cristo nel Nuovo Testamento; è un’espressione tipica dell’Antico Testamento che si riferisce a Dio.
«Egli ha dato il potere di diventare figli di Dio»: tutti i termini in questa frase hanno rilevanza. Ha dato: si tratta di un dono del Verbo all’uomo. Potere: il potere che dona a coloro che credono evidentemente non può trattarsi di una facoltà autonoma, come se il credente divenisse capace di procurarsi da sé lo stato di figlio di Dio. Possiamo sottolineare la dignità che comporta il divenire figli di Dio.
Nell’Antico Testamento l’espressione figli di Dio è usata normalmente al singolare. Da principio viene applicata esclusivamente al re oppure a Israele, in quanto popolo eletto, per indicare il legame particolare di protezione e di benevolenza che unisce a Dio chi è designato come suo «figlio». In questo passo i figli di Dio sono tutti gli uomini che credono in Dio, Israeliti o no.

v.13 «Da Dio sono stati generati»: il senso fondamentale è che la figliolanza divina è opera esclusiva di Dio. Attraverso le espressioni seguenti il ritmo dell’inno si costruisce in un crescendo. Con la triplice contrapposizione si vuole esaltare la grandiosità del fatto di nascere da Dio.
«Non da sangue». L’uomo non diviene figlio di Dio con la procreazione carnale, come ci ricordano le parole del Battista: «Dio può suscitare da queste pietre dei figli ad Abramo» (Gv 8,37-39). E non avviene neppure in forza di un «volere della carne», cioè in forza del desiderio che ha la creatura mortale di sopravvivere alla morte attraverso la propria discendenza. Possiamo pensare che c’è coincidenza tra l’azione dell’uomo che «accoglie» il Verbo e quella di Dio che «genera». Queste due azioni formano una cosa sola, nella diversità dei rispettivi ruoli. È importante tenere presente il passo precedente dove si diceva che il Verbo illumina ogni uomo. Ora infatti sappiamo che questa illuminazione, nella misura in cui viene accolta, produce la filiazione divina.

v.14 Con questo versetto ha inizio la seconda parte dell’inno, che descrive l’ultima tappa della storia di Dio che si comunica. Il contenuto del versetto è chiaro ma anche straordinario: il Verbo che prima era nella gloria presso Dio (1,1) ora «venne ad abitare» fra gli uomini e ha assunto l’esistenza terrena e umana, dando una svolta alla storia della salvezza.
Attraverso il termine «carne» «sarx» l’accento è posto senza dubbio sulla debolezza e caducità di tutto quanto è legato al mondo. «Si fece carne»: la manifestazione divina si concentra in un uomo. Il Verbo diviene «uomo» ma rimane pienamente il Verbo. Egli non ha assunto la carne come si indossa un vestito, ma è divenuto carne. Egli è toccato da un reale cambiamento nella relazione che ha con le creature. Come spiega bene san Girolamo: «Il Verbo è divenuto carne ma non cessò di essere ciò che egli era precedentemente». Il Verbo è divenuto un uomo: Gesù di Nazaret. Occorre superare «lo scandalo apparente», per poter accogliere in Gesù di Nazaret il Figlio di Dio. Infatti ci si aspettava che Dio si sarebbe rivelato in questo mondo in maniera divina. L’Incarnazione è un mistero che disorienta profondamente l’essere umano. Forse questo scandalo potrebbe essere parzialmente superato, pur restando il mistero fuori dalla nostra portata, se non si avesse di Dio una falsa comprensione. Dio non è un essere isolato e disinteressato alle vicende umane: è il Dio dell’Alleanza, colui che si esprime e si comunica mediante la sua Parola; si fa uomo e parla il nostro linguaggio. Il Verbo assumendo la natura umana rende partecipi gli uomini del suo proprio essere e manifesta ciò che ognuno di noi è chiamato a divenire secondo il progetto di Dio.
«L’abitare fra di noi» indica la permanenza di Dio tra il suo popolo. L’espressione si dovrebbe tradurre letteralmente con «mise la sua tenda fra di noi». Il verbo allude probabilmente all’esperienza del popolo nel deserto, dove si camminava e si abitava nell’accampamento in tende. C’è però una differenza: la presenza di Dio nella tenda, sebbene vicina, rimaneva separata dal suo popolo; in Gesù c’è il coinvolgimento umano di chi condivide le nostre stesse debolezze ed è in mezzo a noi. Questa dimora è stata fissata non in Israele, ma «tra noi».
«Noi abbiamo contemplato la sua gloria»: il Verbo incarnato può manifestare la «sua gloria» perché non l’ha mai persa, e di fatto, l’ha manifestata nella sua vita terrena. Noi: è in primo luogo riferito a coloro che hanno contemplato la gloria del Verbo durante la sua vita in questo mondo; sono i testimoni del suo operare; è l’evangelista stesso. Inoltre il noi abbiamo contemplato abbraccia anche l’esperienza di quanti, sotto l’influsso dello Spirito Santo, credono alla testimonianza del racconto evangelico, con questo noi si possono così intendere gli uomini in generale. Qui il prologo diventa veramente una confessione di fede.
La gloria di Dio secondo l’Antico Testamento è Dio stesso in quanto si rende presente. Pensiamo alle grandi gesta con cui Dio ha soccorso il suo popolo. Ora, per Giovanni, la gloria divina è concentrata in Gesù di Nazaret.
«Gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre»: questo unigenito è veramente il generato dal Padre, pertanto egli è la gloria del Padre. Dio viene espresso col termine di «Padre» che manifesta una comprensione nuova del suo mistero. Nello stesso tempo non si parla più di Verbo ma di «Figlio», titolo che dominerà lungo tutto il vangelo.
«Pieno di grazia e di verità»: grazia nel linguaggio biblico dell’Antico Testamento denota bontà, benevolenza, favore; verità in Giovanni indica la rivelazione portata da Gesù, in cui si trova tutta la benevolenza divina. L’idea fondamentale che si vuole esprimere è che la gloria del Verbo si manifesta nel dono della verità consegnata agli uomini.

v.15 Questo versetto è una parentesi che si riferisce di nuovo alla testimonianza di Giovanni Battista, la cui missione nei confronti della luce è stata enunciata nella prima parte del prologo. Ora la sua testimonianza riguardante il Verbo incarnato viene «gridata».
«Avanti a me»: Gesù Cristo è al di sopra di Giovanni. L’espressione ha una sfumatura qualitativa.
«Prima di me egli era»: l’affermazione assume una portata al di fuori del tempo.
Giovanni Battista, personaggio storico e ispirato, ha qui la funzione confermare a tutti che quest’uomo venuto «tra noi» (1,14) era precisamente il Verbo di cui si è parlato fin dall’inizio del prologo.

v.16 «Dalla sua pienezza»: tutti noi partecipiamo alla pienezza di grazia, propria dell’Unigenito di Dio. «Noi tutti»: non si vuole escludere nessuno. La comunità confessa la sua fede. 
«Noi tutti abbiamo ricevuto…»: è un’affermazione giubilante di tutti quelli che hanno creduto in Cristo e perciò hanno la capacità di crescere nella loro realtà di figli di Dio.
«Grazia su grazia»: indica un’esperienza vissuta e cioè la capacità di ricevere dalla sovrabbondanza di Dio benevolenza-amore. Si vuole sottolineare non tanto un succedersi nel tempo cioè «grazia dopo grazia» quanto piuttosto un aumento in intensità: si tratterebbe di un accumulo di grazie, che rivela la continuità dell’azione di Dio nella storia.

v.17 La «Legge» la «Torà», come parte integrante dell’alleanza, è tutto il complesso di istruzioni che Dio ha consegnato al suo popolo nell’Antico Testamento. La Legge si capisce come una benedizione di Dio: una guida per la vita e l’indicazione di una via. La grazia e la verità vengono abbinate come dono proprio dell’unigenito del Padre, Gesù Cristo stesso, fondatore della nuova alleanza, rivelazione del Padre.
Mosè e Gesù Cristo sono posti in parallelo: al dono della legge corrisponde il dono della verità in Gesù Cristo. Questa verità supera la legge, che è soltanto una sua manifestazione incompleta. Per Giovanni la Legge è già un dono di Dio, una grazia che si espande al mondo intero, tuttavia egli sottolinea la profondità della verità rivelata da Cristo: «in» e «mediante» Gesù Cristo, Figlio unico, Dio si rivela come Padre.

v.18 Sul punto di concludere il suo poema, Giovanni risale a Dio, presso il quale era il Verbo.
«Dio, nessuno lo ha mai visto»: in tutte le esperienze religiose anche dell’Antico Testamento, troviamo il desiderio di vedere Dio faccia a faccia, ma, salvo eccezioni, quest’aspirazione deve attendere il cielo per potersi realizzare. Giovanni evidenzia che Cristo permette di superare l’impossibilità di vedere Dio.
«Il Figlio unigenito»: il mediatore di questo accesso alla gloria è Gesù Cristo. Unigenito non soltanto per sottolineare che Gesù è lo stesso Figlio unico di Dio, ma anche che è lo stesso Verbo incarnato (1,1). Giovanni aggiunge che l’Unigenito è lui stesso «Dio»: Dio solo può parlare di Dio.
«Nel seno del Padre»: l’espressione sottolinea non solo la tenerezza e l’intimità dell’amore tra il Padre e il Figlio, ma anche la finalità del rapporto: «il Figlio unico è rivolto verso il cuore del Padre». Possiamo notare che, come nel v. 14, il termine Dio viene sostituito da quello di Padre.
«è lui che lo ha rivelato»: solo Gesù che conosce l’intimità del Padre e sta con Lui in un rapporto di «agapē» può dare notizia del Padre ed essere il suo esegeta.
Possiamo ora sottolineare l’annuncio gioioso del prologo: Se il Verbo, costantemente «rivolto verso il Padre» è divenuto il Verbo incarnato, lo ha fatto per parlare del Padre anche attraverso espressioni e gesti di uomo. Ma lo è divenuto anche per poter arrivare, al termine della sua missione, a rivolgersi ai suoi discepoli dicendo: «Il Padre mio e il Padre vostro, il Dio mio e il Dio vostro» (20,17). Colui che, secondo la testimonianza del Precursore, «parla le parole di Dio» (3,34) ha detto ai suoi discepoli: «Chi vede me vede il Padre» (14,9) e lo continua a dire anche oggi. Ecco l’annuncio che il lettore del prologo può, col vangelo di Giovanni, ascoltare come una parola nuova. Anche se l’umanità si allontana e si ritira nelle «sue stanze» bloccata dall’egoismo e dall’orgoglio, Cristo continua a donarci la sua parola e continua a passare per le nostre strade, offrendoci il suo amore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).