Natale del Signore - Messa della notte

Natale del Signore - Messa della notte

Mer, 20 Dic 17 Lectio Divina - Anno B

Luca ci racconta che... - L’evangelista Luca, mette in luce alcuni aspetti di Gesù che noi non conosceremmo altrimenti. Alcuni momenti della Vergine Maria solo Matteo e Luca ce li raccontano, anche se ognuno ne evidenzia aspetti diversi. Per esempio l'Annunciazione dell'incarnazione di Gesù nel grembo di Maria, nove mesi prima della nascita, la visita dell'Angelo a Maria, li troviamo solo nel Vangelo di Luca.

Gerusalemme - Il Vangelo di Luca, comincia con Gerusalemme. E, al cuore di Gerusalemme, ha sempre di vista il Tempio, il luogo che è stato strumento, nell'Antica Alleanza, della comunione tra Dio ed il popolo. Dopo i primi quattro versetti, si vede subito Zaccaria che va al Tempio per offrire l'incenso. Gesù viene portato, subito dopo la nascita, a Gerusalemme (questo c'è solo in Luca). Solo in Luca c'è Gesù dodicenne che spiega ai dottori della legge la presenza di Dio nel Tempio. Poi tutto il Vangelo è costruito come un percorso, con Gesù che deve salire a Gerusalemme, verso la Passione. Quando Gesù ascende al cielo di nuovo tutti tornano a Gerusalemme. Ma, sempre più, due momenti diversi si palesano agli occhi dell'evangelista e del lettore. Da un lato, il primo momento, finché Gesù non dà lo Spirito Santo: tutto il Vangelo ci mostra come Gesù sia il compimento dell'Antica Alleanza. Gerusalemme è il fulcro dell'Antico Testamento ed il Tempio il fulcro di Gerusalemme. La sua passione e resurrezione, la sua ascensione, il dono dello Spirito Santo, aprono ad un secondo momento. Viene detto allora: “Adesso dovete andare fino agli estremi confini della Terra”

Un tempo che arriva a pienezza - Nel Vangelo di Luca c'è poi una grande attenzione al tempo, a come lo vivono gli uomini, ma soprattutto a come Dio lo vive. Per esempio, nei primi due capitoli non ci si limita a dire “Quando finì il tempo della gravidanza di Elisabetta, di Maria”, ma si usa l'espressione “compimento del tempo”. Il tempo che scorreva arriva a compiersi, arriva a terminare, a finire, giungendo alla sua pienezza. Finisce perché si compie la realtà più grande! Alla fine c'è questo grande annunzio che ascolteremo la notte di Natale: “Oggi, nella città di Davide è nato il Salvatore”. Davvero, in quel preciso momento, il tempo arriva a compiersi. Tutto quello che succede prima è come una preparazione, qualcosa che ci ha fatto camminare verso quel momento in cui arriva la pienezza del tempo.

Oggi: l’azione dello Spirito - La presenza dello Spirito è evidenziata fortemente in Luca: il tempo si compie perché a Dio è piaciuto mandare suo Figlio. E' Dio che manda l'Angelo a Maria, è Dio che manda lo Spirito Santo su Maria. Tutto il tempo liturgico dell’Avvento ci ha ricordato questo: Gesù è venuto e viene verso di noi, perché noi possiamo cominciare a camminare verso di Lui e dietro a Lui. Infatti, destinatario della sua opera è Teòfilo (Lc 1,3; At 1,1): in lui è invitato a riconoscersi ogni discepolo del Signore Gesù. Luca scrive per tutti coloro, simboleggiati dalla figura di Teofilo, che sono stati già raggiunti da “insegnamenti” (Lc 1,1-4). Siamo invitati come Maria a rimeditare nel nostro cuore (Lc 2,19) tutto ciò che ci parla di Lui.

vv.1-6: Narrano il censimento, il viaggio dei genitori e la nascita del “figlio primogenito”. L'“editto di Cesare Augusto” è un tentativo di Luca di collocare Gesù nella storia universale, che troveremo ancora più elaborato nel capitolo 3,1-2, e allo stesso tempo di mostrare che l'azione divina si serve di questo decreto di Cesare. Se confrontiamo gli Atti, notiamo come Dio si servirà ancora delle stesse leggi romane per condurre Paolo a Roma per annunciare il vangelo. Infine i censimenti si fanno sempre nella località di residenza, non in quella di origine.
Luca in effetti conosce dalla tradizione (cfr. anche Mt 2,1) che il bambino è nato a Betlemme, la città di Davide; questa località permette di ribadire una volta di più la discendenza davidica di Gesù (v. 4).

vv.7-8: Questo viaggio sappiamo però che non si concluderà a Betlemme, bensì una mangiatoia dove il neonato sarà deposto. Il termine “mangiatoia” traduce il greco “phàtne”, che può significare anche stalla. La tradizione circa la “grotta” come luogo della nascita di Gesù risale al sec. II ed è riportata negli scritti di Giustino e nell’apocrifo “Protovangelo di Giacomo”. La leggenda (o la tradizione) dell’asino e del bue accanto alla greppia è stata suggerita dal testo di Isaia 1,3 (“Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone”) e da un’errata interpretazione del testo di Abacuc 3,2 (ma solo nella versione greca, che dice: “Ti manifesterai tra due animali”).
“perché non c’era posto per loro nell’albergo”: Il termine greco “katàljma”, tradotto qui con “albergo”, appare anche in Lc 22,11 dove indica la stanza addobbata al piano superiore della casa, preparata per la cena pasquale di Gesù e degli apostoli. Di per sé il termine indica il luogo dove si scioglievano le cavalcature e si depositavano i bagagli all’arrivo da un viaggio, o le merci. Si trattava quindi di un “deposito di carovane” per dare riposo e rifugio agli animali, con a fianco alcuni locali per le persone. Forse tutto questo era troppo per un villaggio come Betlemme, e allora il termine “katàljma” può significare la “stanza di soggiorno”, dove non c’era posto per Giuseppe e Maria, perché già occupata. Per questo essi devono adattarsi a un locale annesso, forse il ripostiglio/grotta dove venivano riposti gli utensili della campagna e della casa e dove trovavano pure posto gli animali domestici. Ancora oggi nei dintorni di Betlemme si trovano umili case che fanno corpo con una grotta naturale. E’ interessante notare la differenza tra un certo agio che fa da sfondo alla nascita di Giovanni Battista e l’umiltà/povertà estreme che fanno da sfondo a quella di Gesù.
Ora, quale luogo più significativo per dei pastori di una mangiatoia? Eccoci quindi orientati verso i pastori. Una doppia tradizione o reputazione circonda i pastori. I patriarchi erano pastori, e pastore fu anche Davide; “essere pastori” era sinonimo di governare (2Sm 7,7; Ger 2,8). Dio stesso è chiamato il pastore d'Israele (Sal 23,1; 80,2). Un'altra tradizione israelitica, invece, riteneva che i pastori fossero talmente poveri da essere sempre pronti a rubare e non godevano pertanto alcuna fiducia.
A Luca preme sottolineare il fatto che i pastori godono di una cattiva reputazione in Palestina, dove sono spesso considerati ladri e disonesti. Coloro che non contano socialmente, sono i primi ad essere coinvolti dalla nascita di Colui che ha per madre un'umile donna (1,48) ed è “inviato a portare ai poveri il lieto annunzio” (4,18). Il neonato è già Colui che sarà accessibile ai peccatori e mangerà alla loro tavola (15,2).
Ma loro non sono i soliti pastori, loro vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Loro non dormono, vegliano per custodire il gregge loro affidato, per evitare ogni pericolo. Vegliano e attendono la luce del giorno, quella sola lucetta non basta, non può bastare! Occorre alzare il capo e guardare le stelle (= sidera), la stella del mattino (1Pt 1,19) che non conosce tramonto. Vegliavano nella notte e questo dice familiarità con il buio, con il silenzio e con il proprio cuore. Occorre tenere il capo alzato, il cuore in alto e de-siderare un incontro più vero e profondo con Colui che ci ha incontrato (cfr. Gv 1,35-51), ci ha amato per primo (cfr. 1Gv 4,10), che ci ha conquistati ma che pure dobbiamo sforzarci di conquistare (cfr. Fil 3,12-14)!

v.12: Il “segno” che permetterà, a coloro che lo cercano, di trovare il “bambino avvolto in fasce”, è che giace in una mangiatoia.

vv.13-14: Si fa allora udire la lode di “una moltitudine dell'esercito celeste” che viene ad aggiungersi all'angelo che ha proclamato il lieto annuncio; il breve inno che essa intona invita pastori e lettori a riconoscere la potenza di Dio che, nella nascita del figlio di Maria, procurerà la pace, cioè sicurezza, concordia e prosperità al popolo che è l’oggetto della benevolenza divina. Il contenuto della lode unisce cielo e terra e inneggia alla benevolenza di Dio, la radice profonda della pace non sta nella “buona volontà” ma nel dono dell’amore che Dio elargisce a tutti e che tutti possono riconoscere. Con San Paolo, anche noi allora possiamo dire: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal, 2,19-20).
Tutto il vangelo lucano e gli Atti sono un inno alla benevolenza universale di Dio, come ben dice J. Radermakers: “Per Luca non c’è nessuna restrizione: l’annuncio è per tutto il mondo e riguarda l’intera creazione - cielo e terra - perché Dio ama tutti e ciascuno (cfr. 3,6). La benevolenza divina riposa ormai su tutti gli uomini per il fatto che Dio, incarnandosi, assume la nostra umanità, e raggiunge tutti coloro che in Gesù possono scoprire il significato della propria vita di uomini”.
Fino a questo momento i pastori sono stati passivi; cessano di esserlo nella scena seguente:

vv 15-19: Per quanto la liturgia non li includa, appaiono significativi questi versetti, in quanto mostrano il movimento dei pastori, primi apostoli, scandito dai verbi conoscere (v. 15), andare senza indugio (v. 15), vedere (v. 15), trovare (v. 16), far conoscere (v. 17). I pastori lasciano il loro lavoro e compiono un viaggio sulla Parola (cfr. Pietro in Lc 5, 5: “sulla tua parola getterò le reti”). Quella Parola ora è la luce dei loro passi, ora quella Parola ardeva nel loro cuore come per i discepoli di Emmaus. Quella Parola non lascia muti come Zaccaria, ma i pastori divengono annunciatori ed il loro annuncio desta lo stupore (2,18) come nell’episodio della sinagoga di Nazareth (Lc 4,16-30).

Celebrare il Natale è invocare la Parola che si è fatta carne e silenzio, come carne e silenzio è un bimbo neonato che dorme ... Celebrare il Natale è saper discernere la grandezza di Dio nell’ordinario, è saper accettare autenticamente la nostra condizione umana limitata, fragile, incerta, inquieta, perplessa. Riconoscersi così poveri, limitati, ci porterà verso l’esperienza dei pastori, quella di avere con noi un angelo che si “accampa”, lì dove noi siamo, per portarci verso il Signore; lì da una povera mangiatoia Lui ascolta il nostro grido, ci salva dalle nostre angosce e fascia con le sue fasce le nostre ferite.