Presentazione del Signore

Presentazione del Signore

Lun, 28 Gen 19 Lectio Divina - Anno C

L’episodio della presentazione di Gesù al Tempio, ricco di temi teologici, è suddiviso in tre scene: la presentazione del Bambino al Tempio di Gerusalemme (vv. 22-24); l’incontro del bambino Gesù con il suo popolo, rappresentato da Simeone, uomo giusto (vv. 25-35); l’incontro con l’anziana profetessa Anna (vv. 36-38).

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino Gesù a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore. Anche la famiglia di Gesù si sottopone alla Legge in tutte le sue prescrizioni. Infatti il termine "legge" apre e chiude la narrazione (vv. 22; 39). La legge consisteva anzitutto nella circoncisione del primogenito, che prevedeva il rito del "riscatto" del bambino e dell’imposizione del nome (cf. Gen 17,9-14; Gs 5,2-8).

Gesù vero Dio e vero uomo è cresciuto in un contesto familiare, sociale e religioso determinato: è in questo contesto che «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. In questo ambiente familiare dedito alla preghiera e all’osservanza delle Leggi, al compimento degli otto giorni egli viene circonciso, con il gesto che lo rende appartenente al popolo dell’alleanza (cf. Lc 2,21). Al quarantesimo giorno Maria e Giuseppe, in obbedienza alla Legge, vanno al tempio di Gerusalemme «per presentarlo al Signore». Essi offrono «il sacrificio dei poveri» – cioè una coppia di colombi invece di un agnello (cf. Lv 5,7; 12,8) – e in questo modo adempiono le norme di purificazione previste. La vittima che la Vergine porta è una coppia di tortore. Maria dunque non porta «un agnello di un anno come olocausto almeno per due motivi: perché Giuseppe e Maria sono poveri e non si possono permettere l’offerta dei ricchi ma soprattutto perché Maria reca sulle braccia il vero Agnello di Dio. Così commentano in Padri e così è nel disegno salvifico del Padre. Nel tempio ci sono due figure straordinarie rappresentanti di quell’umanità bisognosa di salvezza e giustizia; sono figure che significano l’attesa umile e costante che spera contro ogni speranza sebbene il tempo passa lasciando le sue tracce di vecchiaia. Ci sono due anziani dal cuore giovane che hanno il coraggio di credere nel futuro!

C’è Simeone, simbolo di quella parte di Israele che attende veramente la venuta di un Salvatore, egli ha dedicato tutta la sua vita a scorgere le tracce del Messia nel silenzio dei giorni. Ha acquisito la consapevolezza, grazie alla costante assiduità della lettura delle Scritture e di maturità umana, di aver dedicato la propria vita alla ricerca del Signore… Egli ha maturato la profetica convinzione di riuscire ad incontrarlo prima di morire. Luca ci rivela che tutto ciò è possibile a Simeone (e a Israele che egli rappresenta) perché l’azione dello Spirito, lo sospinge verso il Tempio e poi gli permette di riconoscere in un bambino Colui che aspettava da una vita. Simeone, sotto l’azione dello Spirito, eleva un inno a Dio, accompagnato da alcuni gesti liturgici: prende il bambino, con gesto offertoriale e benedice Dio, con una “euloghia” (benedizione) liturgica. L’inno è azione di grazia e voce di speranza per il compimento delle promesse in favore di Israele e di tutti i popoli. E’ anche la preghiera che si fa nella Compieta. Simeone non è solo. Un’altra donna dedita al culto, anziana e vedova sin dalla gioventù, una appartenente alla categoria degli anawim, i poveri amati da Dio, si accorge di Gesù e gli rende lode, contagiando chiunque venga in contatto con lei con l’entusiasmo di chi riscopre l’Amore.

In questo giorno si celebra anche la Giornata per la vita Consacrata. Simeone e Anna sono la sintesi iconografica di quanto Papa Francesco ha detto nella Lettera Apostolica del Santo Padre Francesco a tutti i consacrati in occasione dell'Anno della Vita Consacrata, 28.11.2014: “Che sia sempre vero quello che ho detto una volta: «Dove ci sono i religiosi c’è gioia». Siamo chiamati a sperimentare e mostrare che Dio è capace di colmare il nostro cuore e di renderci felici, senza bisogno di cercare altrove la nostra felicità; che l’autentica fraternità vissuta nelle nostre comunità alimenta la nostra gioia; che il nostro dono totale nel servizio della Chiesa, delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dei poveri ci realizza come persone e dà pienezza alla nostra vita. Che tra di noi non si vedano volti tristi, persone scontente e insoddisfatte, perché “una sequela triste è una triste sequela”. Anche noi, come tutti gli altri uomini e donne, proviamo difficoltà, notti dello spirito, delusioni, malattie, declino delle forze dovuto alla vecchiaia. Proprio in questo dovremmo trovare la “perfetta letizia”, imparare a riconoscere il volto di Cristo che si è fatto in tutto simile a noi e quindi provare la gioia di saperci simili a Lui che, per amore nostro, non ha ricusato di subire la croce. In una società che ostenta il culto dell’efficienza, del salutismo, del successo e che marginalizza i poveri ed esclude i “perdenti”, possiamo testimoniare, attraverso la nostra vita, la verità delle parole della Scrittura: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10)”.