Salmi 50 e 51

Salmi 50 e 51

Sab, 24 Mar 18 Lectio Divina - Salmi

All'interno del salterio ci sono alcuni salmi collegati tra di loro da leggere insieme. Così sono i salmi 2, 111e112 ecc. Anche i salmi 50 e 51 bisogna leggerli insieme. Essi riproducono all'interno del salterio la dinamica giuridica del litigio, cioè di una procedura che ha valore giuridico. Questa procedura prevede una parola dell'accusatore che si ritiene leso in un suo diritto, e una parola dell'accusato. Il salmo 50 riproduce la parola dell'accusatore, cioè di Dio, e il salmo 51 è la risposta dell'accusato. Questo schema riproduce anche ciò che noi facciamo con la pratica sacramentale della riconciliazione. C'è il momento in cui sentiamo la voce di Dio che denuncia il male, e poi c'è un secondo momento in cui facciamo la nostra confessione e chiediamo il perdono.

Questo tipo di rapporto tra accusatore e accusato ha un luogo tipico nel quale si manifesta: la famiglia. Quando il padre vede qualcosa che non va in suo figlio, non lo denuncia al magistrato, ma gli parla insistentemente, e se il figlio non lo ascolta, il padre usa il bastone. Insomma è chiaro che quando il padre rimprovera il figlio, non lo fa come uno qualsiasi che rimprovera per condannare, ma lo fa per salvare il figlio.

SALMO 50
A) Convocazione (vv. 1-6)
La prima parte del salmo 50 non comincia subito accusando Israele, ma è una convocazione della terra e del cielo. La terra e il cielo sono i testimoni contro Israele. Quello che Dio dice è oggettivo: il cielo e la terra, se parlassero, direbbero che quello che Dio dice è giusto. È una procedura pubblica e solenne all'atto che Dio fa nei confronti del suo popolo. Questa convocazione si presenta come una teofania. Quando Dio si presenta in questo modo minaccioso, vuol dire che la relazione e l'impegno sono una cosa seria.
B) Dio parla al suo popolo (vv. 7-23)
Dio comincia a parlare e in questo possiamo vedere due momenti:

1) PRIMA TAVOLA (vv. 7-15): Dio si rivolge a tutto il popolo: "Popolo mio, ti voglio ammonire". È la questione della prima tavola, cioè della relazione di Israele con il suo Dio. Israele pensa che ciò che deve fare nei confronti con Dio è ciò che ogni popolo fa nei confronti dei suoi dei, cioè offrire sacrifici. Invece la relazione con Dio non è fare qualcosa per lui, ma è ricevere e gioire, perché la salvezza è gratuita. La vera adorazione non è un'azione, ma il riconoscimento passivo di essere totalmente rivestiti del dono di Dio.

Che cosa chiede Dio? "Offri a Dio un sacrificio di lode" (v. 14). È una espressione curiosa, perché domanda un sacrificio di tòdà, che tradotto significa "riconoscimento". Qui significa il riconoscimento di noi stessi, cioè del peccato. Dio chiede all'uomo che riconosca la verità. "Invocami": dopo aver riconosciuto la situazione di peccato, l'uomo chiede la salvezza. "Ti salverò e tu mi darai gloria": è la salvezza ricevuta che permette all'uomo di dare gloria a Dio.

2) SECONDA TAVOLA (vv. 16-23). "Al colpevole Dio dice": in questa parte non si parla del culto, ma della relazione con il fratello. "Dio dice: tu ripeti i miei decreti e hai sempre sulla bocca la mia alleanza". Tu sei a posto per quanto riguarda le relazioni formali con Dio, ma c'è qualcosa che di fatto tu getti dietro le spalle: sono i miei comandamenti, che domandano il rispetto della proprietà, della relazione sponsale, non dire falsa testimonianza.

- "Hai fatto questo e dovrei tacere? Credevi forse che io fossi come te"?

- Dio deve parlare quando vede il male, perché altrimenti l'uomo è lasciato al suo stesso male. "A chi cammina per la retta via, io mostrerò la salvezza".

Ancora una volta c'è un rapporto tra la confessione e la salvezza. L'offerta della salvezza non è solo la confessione del peccato, ma anche aprirsi a un cammino retto, di giustizia.

RISPOSTA DELL'ORANTE: SALMO 51

Dio parla a tutto il popolo e la risposta è dell'orante che parla dicendo "IO"

- C'è una certa dissimetria tra accusa e risposta, che si può capire come l’assunzione personale, intima, del rimprovero che Dio ha rivolto a Israele. Bisogna passare attraverso un’appropriazione individuale per poter diventare parte del popolo di Dio. Però, quando si pronuncia il salmo dicendo "Io", bisogna anche tener presente che questo "Io" che parla lo fa come parte del popolo.

Quando Gesù è apparso, il primo atto pubblico è stato proprio la confessione dei peccati. Gesù si presenta a Giovanni Battista, il quale insegnava a fare la confessione dei peccati. Il rito del passaggio attraverso il Giordano significava il riconoscimento della propria colpevolezza e della necessità della salvezza. Gesù viene e assume su di sé non il suo peccato personale, ma assume in prima persona, come proprio, il peccato dell'umanità. Quindi potremmo pensare che questo "miserere" prima di noi l'abbia recitato Cristo stesso per l'umanità. Se non c'è la confessione del peccato, rimane semplicemente l'accusa e la minaccia; ma se uno confessa e domanda perdono, il rapporto con Dio cambia, perché Dio è Colui che si presenta a Israele non solo dicendo che è sempre pronto a perdonare, ma che anzi ha già perdonato.

A) CONFESSIONE DEL PECCATO E RICHIESTA DI PERDONO (vv. 1-11)
In questi versetti si uniscono due elementi: la confessione del peccato e la richiesta del perdono. Prima bisogna dire "ho peccato" e poi dire "perdonami". Un persona infatti può confessare il suo peccato, ma trovare lì il luogo della disperazione - specialmente se il peccato è originale - se non capisce che la confessione è per arrivare di nuovo verso Colui che è stato offeso, credendo alla sua bontà.

- Due sono le motivazioni fondamentali della richiesta di perdono:

  • Perché Dio è misericordioso. "Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nella tua grande bontà, cancella il mio peccato"

- Nella confessione del peccato non si cercano scusanti. La vera conversione è quando si capisce che il perdono è possibile solo perché Dio è buono.

  • Perché il peccato è originale: "Nel peccato mi ha generato mia madre ".

- Questa motivazione può farci capire che bisogna proprio chiedere che Dio intervenga nella nostra vita con la grandezza della sua misericordia. Se noi non capiamo che il peccato è veramente originario, cioè che i singoli peccati che facciamo sono la manifestazione, il sintomo di qualcosa che è in noi fin dall'inizio, non c'è vera confessione del peccato.

Noi talvolta commettiamo un peccato esterno di orgoglio, ma è nell'orgoglio che siamo stati generati. Noi diciamo: "oggi mi sono comportato male con una persona", ma che cosa rivela questo sintomo? Probabilmente, qualcosa di strutturale in noi. Allora la richiesta di perdono non è solamente la domanda di un perdono singolo, ma di qualcosa che investe la totalità della nostra esistenza, in conformità alla nostra debolezza e miseria originale.

B) INVOCAZIONE DI RINNOVAMENTO (vv. 12-19)
A partire dal v. 12 fino alla fine non si chiede più perdono: l'invocazione verte sul rinnovamento: "Crea in me un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo". Il dono del rinnovamento è una creazione nuova, cioè il dono di uno spirito nuovo. Quello che qui si chiede, non è semplicemente di cancellare il passato e di aprire una possibilità per il futuro, ma è la richiesta di una nuova creazione, perché il peccato è originale. Se uno è nato nel peccato, non può aprirsi a Dio se egli non lo crea di nuovo, se non gli dona un cuore e uno spirito capace di agire bene. Quindi il perdono qui è visto come un intervento originario di Dio nella storia dell'uomo.

- Questo fatto è collegato con l'esperienza soggettiva della gioia. L'uomo chiede a Dio di dargli la possibilità di sperimentare nella sua storia personale la gioia, la letizia, di far esultare questa ossa che sono state spezzate, triturate (v.10).

- Le parabole della misericordia terminano con il banchetto della gioia, con la festa. Questo è importante per capire la finalità ultima dell'azione stessa di Dio all'interno della storia.

- Molte volte noi pensiamo che tutto ciò che riguarda la confessione è una cosa tristissima; mentre la dinamica è di poter capire qual è il cammino autentico della gioia, cioè della pienezza di vita che si esprime nella letizia e nel canto: "Apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode". (v. 17).

Tutti i salmi richiamano fondamentalmente la gioia. Anche questi salmi di confessione dei peccati chiedono insistentemente questo dono di Dio, perché sia possibile una lode autentica. Quando si è fatta l'esperienza del dono di Dio, si fa anche il sacrificio: "Allora gradirai i sacrifici prescritti" (v. 21).

- Nell'AT non c'è la parola che dice: "Io ti perdono"; c'è solo la richiesta: "PERDONAMI". Solo in Num. 14,20 Dio dice: "Io perdonerò", al futuro. È il Nuovo Testamento che si presenta come parola che esplicitamente dice: "Io ti perdono"; ed è la figura del Cristo che viene a colmare l'attesa dell'esilio. La prolungata preghiera penitenziale di Israele continuava a dire: "Perdonaci e donaci lo Spirito, donaci la gioia affinché possiamo lodarti". Questa preghiera si compie quando risuona la parola di Gesù, il quale non solo dice: "Perdono i tuoi peccati", ma pone quei gesti concreti di riconciliazione che sono il mangiare con i peccatori e il partecipare con loro alla gioia.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

  • • Come viviamo il sacramento della riconciliazione? Con la paura di esporci? Di far brutta figura? Di quello che penserà di noi il confessore?
  • • A che cosa si potrebbe attribuire questo stato d'animo? Solo a rispetto umano, o anche alla poca fede che non ci fa percepire realmente con chi abbiamo a che fare, cioè con Dio?
  • • Sappiamo vedere una connessione tra l'accusa da parte di Dio, la confessione dei peccati, il perdono e la riconciliazione anche con i fratelli?
  • • In che direzione va la nostra esperienza a proposito di peccati e di richiesta di perdono? Verso un maggiore impegno, oppure va progressivamente allontanandosi sempre più dalla confessione dei propri peccati? Che cosa ci aiuta maggiormente a ritornare al Signore?