Salmo 36

Salmo 36

Lun, 15 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

La presente composizione non sembra legata a nessuno degli schemi usuali, in quanto elementi diversi sapienziali, innici, di lamentazione s’intrecciano in modo abbastanza disordinato; tuttavia con sufficiente chiarezza emergono in essa lo scopo e il contenuto di fondo: il salmista, che teme per sé (forse attualmente sotto una reale minaccia) la sopraffazione degli empi (v. 12), riflettendo sulla interiore ed esteriore miseria del peccatore, da una parte (vv. 1-5), e sulla ricchezza della divina liberalità riservata per quanti ricercano rifugio e protezione nella casa del Signore, fonte di vita e di luce, dall’altra (vv. 6-11), trova quello spirituale appagamento che lo mette sicuro da ogni timore.
Dopo una panoramica sulla cattiveria dell’empio, sfocia nella serenità della meditazione della grazia di Dio e in quella sicura fede nella sconfitta degli empi. Il tema che unifica tutto il salmo è dato dalla realtà della malizia umana, che è superata dalla bontà di Dio. La simbologia riguarda la categoria dello spazio, dell’abbondanza e dell’intimità.

Genere letterario: è un genere misto.

Divisione:
riflessione sapienziale (vv. 2-5);
celebrazione quasi innica (vv. 6-11);
frammento di lamentazione (vv. 12-13).

v.2: “…parla il peccato”: la personificazione di concetti astratti o negativi (“il peccato”) è del tutto usuale nel linguaggio biblico, specialmente quello sapienziale (cf. Pv 1,20). Il peccato è personificato e nell’atto di parlare, rinfacciare all’empio la sua malizia. La voce del peccato, qui si sostituisce alla voce di Dio.
“… timor di Dio”: è l’espressione “capitale” della sapienza (Pv 1,7) e il supremo segreto della felicità (cf. Sal 34,12-13); la sua assenza nell’uomo (peggio, la sua negazione) costituisce il vero “peccato”.

v.5: “Iniquità trama sul suo giaciglio, si ostina su vie non buone”. Il termine “giaciglio” è un particolare che ricorre più volte nei Salmi (cf. Sal 4,5; 41,4 ecc.). “Su vie non buone”: sono le vie del capriccio umano che si ribella a Dio (cf. Is 65,2).

v.6: “Signore, la tua grazia è nel cielo”: la voce “grazia” ha una vasta gamma di significati. Nei Salmi, in cui rincorre 127 volte su 245 di tutta la Bibbia, esprime soprattutto un atteggiamento di Dio verso il suo fedele, esprimente bontà, tenerezza, grazia e fedeltà. Infatti, il grido dell’uomo estasiato davanti alla contemplazione della bontà del Signore viene emesso subito dopo nel versetto seguente, il 9, con la statuaria espressione: “Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio” (cf. anche Sal 8,2).

v.7: “… i monti più alti”: alla lettera “i monti di Dio”, forma di superlativo equivalente a “monti altissimi” (cf. cedri “divini” in Sal 80,11; alberi “divini” in Sal 104,16); la stessa espressione ricorre in Sal 68,16:
“… il grande abisso”: è l’immagine dell’estrema profondità (cf. Gn 7,11 - Sal 24,2). A questo testo forse si ispira Paolo quando parla dell’”altezza e della profondità” della conoscenza soprannaturale di Gesù Cristo.
“uomini e bestie tu salvi”: la sollecitudine “salvifica” di Jahwèh estesa al mondo animale è un motivo ricorrente nella Bibbia (cf. Sal 104,21; 147,9; Gb 38,39).

v.8: “… all’ombra delle tue mani”: è espressione tecnica per indicare il ricorso dei pii e devoti alla divina protezione ricercata nel tempio santo, com’è esplicitamente accennato nel versetto seguente: “si saziano all’abbondanza della tua casa”. Si allude qui, forse, ai banchetti liturgici, ai sacrifici di comunione, cui partecipavano anche i fedeli (cf. Is 43,24; Lv 7,11-36).

v.9: “e li disseti al torrente delle tue delizie”: forse si tratta del prodigioso fiume che esce dal lato destro del tempio, descritto in Ez 47,1-12. Per il valore simbolico del fiume quale segno dell’abbondanza e di prosperità cf. Is 66,12.

v.10: “…la sorgente della vita”: La “vita” implica prosperità, pace e felicità (cf. Sal 133,3). Jahwèh “sorgente di acqua viva” è una delle enunciazioni caratteristiche del profeta Geremia (cf. Gr 2,13; 17,13); mentre nei testi sapienziali “sorgente di vita” è chiamato l’insegnamento del saggio (Pv 13,14) o il timore di Jahwèh (Pv 14,27) o la prudenza (Pv 16,22). In un contesto teologico, com’è con tutta verosimiglianza il nostro versetto 9, non deve essere estranea la visione di Ezechiele del fiume che, scorrendo “di sotto la soglia del tempio”, porta la vita dovunque esso giunge (Ez 47,9). Il passo è applicato a Cristo, vita e luce degli uomini.
“Alla tua luce vediamo la luce” (v. 10): è la “luce del volto” (= presenza) di Jahwèh e cioè la sua rivelazione salvifica, attiva in modo eminente nel tempio santo. Allo splendore di tale “luce” coloro che “si rifugiano” (v. 8), coloro che “temono Dio”, cioè “i retti di cuore” (v. 11) troveranno tutti la “vita”: “… vediamo la luce”. Alla “luce del volto” di Dio è un’espressione della sua benevolenza e l’uomo trova in lui così la luce della felicità. Da notare che l’espressione “vedere la luce” significa vivere (cf. Sal 49,20).

v.11: “Concedi la tua grazia a chi ti conosce”: E’ la conclusione della parte innica. Si riprendono i due attributi divini della “grazia” e della “giustizia”, con la supplica al Signore di concederli ai suoi fedeli. “A chi ti conosce”: quelli che “conoscono” Dio sono coloro che hanno un’esperienza intima e personale di lui, secondo il significato biblico del verbo “conoscere”; “Retti di cuore”: sono coloro che hanno la coscienza (=cuore) rettamente orientata al Signore e alla sua legge, per praticarla. Tra i primi e i secondi il salmista crede di essere incluso.

v.12: “Non mi raggiunga il piede dei superbi”: alla lettera “il piede di superbia”, si allude all’uso orientale di evidenziare la propria vittoria mettendo il piede sulla nuca del nemico vinto (cf. Sal 110,1). Accanto all’immagine del piede che calpesta, c’è quella della “mano degli empi” che costringe ad essere “dispersi” e raminghi, esuli dalla propria casa e dal proprio paese (cf. Gn 4.11-16; Sal 59,12).

Riflessioni per una revisione di vita:
Sono io riuscito a capire, almeno un poco, la malizia del peccato?
Chiedo al Signore la grazia di capire, o meglio, intuire quanto Dio mi ama?
Quale grandezza e profondità è l’amore di Dio verso tutti gli uomini?
Ho il vero timor di Dio? Continuo ad ostinarmi nel peccato?
Rifiuto “di capire e compiere il bene” (v. 4)? Mi ostino” su vie non buone”?
Penso come il salmista che solo Dio è “la sorgente della vita” (v. 10)?
In tutti i miei problemi e difficoltà mi rifugio “all’ombra delle tue ali” (v. 8)?
Cerco di soddisfare ogni desiderio di felicità solo “nell’abbondanza della tua casa” (v. 9)?