Salmo 39

Salmo 39

Mer, 17 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

Nella presente lamentazione, una composizione originale sia per la forma che per il contenuto, il salmista, colpito duramente dalla mano punitrice e correttrice di Dio, descrive la sua esperienza, il suo tormento e le varie emozioni del suo animo, che vanno dal silenzio contenuto, ma infruttuoso, allo sconforto e delusione circa il valore della vita, alla rassegnata accettazione dell’azione divina, fino al grido finale, quasi disperato, invocante aiuto e sollievo, lanciato al Signore, unica speranza. L’immediatezza dell’ispirazione e la valutazione sul piano universale dell’esperienza individuale fanno di questo salmo “anticonformista” un pezzo letterario particolarmente apprezzato. Si mettono in evidenza in esso l’umana miseria, fisica e morale, e il limite dell’uomo. Per il pessimismo si può paragonare al Salmo 88; rispecchia inoltre il libro di Giobbe e del Qoèlet.

Genere letterario: lamentazione individuale.

Divisione: preambolo (vv. 2-4); lamento (vv. 5-14).

Il salmista rimane sconfortato e triste nel vedere la felicità degli empi e la brevità della vita; confessa, pertanto, il suo tormento davanti al Signore, ma nello stesso tempo si affida con speranza a Dio e ne implora la clemenza.

v.2: “Ho detto …”: l’espressione equivale a “ho pensato”; c’è anche un motivo apologetico insito nel proposito di evitare i peccati di lingua: la presenza dell’empio. Questi, ascoltando il lamento del salmista ammalato, può trarre motivo di criticare, bestemmiare e disprezzare Dio e la sua legge (cf. Sal 37,7; Sir 22,25-27).

v.3: “La sua fortuna ha esasperato il mio dolore”: il proposito del silenzio dura abbastanza poco, perché davanti alla vista della prosperità dell’empio, il giusto sofferente non può non sentirsi sconvolto ed esplodere, in conformità della legge del taglione.

v.4: “Ardeva il cuore nel mio petto”: l’immagine richiama la lotta interiore di Geremia che voleva opporsi alla missione profetica. La parola di Dio era come un fuoco ardente nel suo petto che lo divorava e non era possibile trattenere (cf. Ger 20,9).

v.6: “La mia esistenza davanti a te è un nulla”: l’esistenza dell’uomo essendo misurata in “pochi palmi”, in confronto all’eternità di Dio, è “come un nulla”, è un “soffio” di vento, mentre per Dio “mille anni sono come un giorno” (cf. Sal 90,4; 68,3; 78,39; 102,26-28).

v.7: “…Accumula ricchezze e non sa chi le raccolga”: questo pensiero è riprodotto per intero dall’evangelista Luca nella parabola del ricco stolto, al quale alla fine viene rivolta l’amara domanda: “E quello che hai preparato di chi sarà”? (Lc 12,20).

v.9: “Liberami da tutte le mie colpe”: il ricorso a Jahwèh nella sventura richiede come primo presupposto la liberazione dalla colpa, sia questa avvertita che supposta, per il nesso di casualità che l’orientale istintivamente riconosce fra il male fisico e il peccato (cf. anche Sal 38,4).

v.11: “Allontana da me i tuoi colpi”: “i tuoi colpi” alla lettera è “la tua piaga”. Si tratta, come nel Salmo 38, di un caso di lebbra? Ma qui probabilmente il termine “piaga” vale per malattia in genere. Così “i tuoi colpi” sono da considerarsi tutte le sventure che possono capitare all’uomo.

v.13: “Ascolta la mia preghiera, Signore”: in quest’appello a Jahwèh figurano le tre forme tradizionali di preghiera, codificate così da una sentenza rabbinica posteriore: “La preghiera è fatta in silenzio, il grido ad alta voce, ma le lacrime sorpassano tutto”.
“…Io sono un forestiero”. Si allude alla particolare dimora degli Israeliti nella terra promessa data da Dio come “ospizio”, con riserva del diritto di proprietà, al popolo eletto (cf. Lv 25,23; Sal 119,19); il diritto del forestiero si basa sulla benevolenza e liberalità del padrone ospitante. L’orante adduce come motivo il suo sentirsi come “ospite” di Dio e straniero nella sua terra, come tutti i suoi antenati. Infatti, gli ospiti e i pellegrini godevano particolari privilegi nella legge di Mosè (cf. Es 12, 48-49; 22,20; 23,9).

v.14: “Distogli il tuo sguardo…”: mentre usualmente nei Salmi si chiede a Dio di volgere il suo sguardo verso l’indigente, qui, singolarmente, se ne chiede l’allontanamento; là si tratta dello sguardo benigno di Dio, qui di quello irato.
“Prima che me ne vada e più non sia”: è lo stesso pensiero di Giobbe 10,20-21, nel quale si chiede a Dio di essere lasciato in pace per rasserenarsi un poco prima di partire per un ritorno senza speranza, in una terra di “tenebre e di caligine”. È la mentalità di Giobbe quella di vedere la vicinanza di Dio come un ispettore severo e fonte di disgrazia (cf. Gb 7,19; 14,6). Contrariamente alla finale delle suppliche in cui l’orante chiede il soccorso di Dio, qui il salmista chiede il suo allontanamento, come se l’attenzione di Dio e il suo sguardo fossero la causa di tutti i suoi mali.

Riflessioni per una revisione di vita:
Qual è il mio comportamento davanti alla felicità dei malvagi e alla brevità dell’esistenza?
Mi sento veramente un nulla davanti a Dio?
Confesso con onestà e sincerità tutte le mie colpe al Signore e umilmente ne imploro la clemenza?
Considero la vita nel suo giusto valore: un bene prezioso e un “soffio che si agita” (v. 7)?
Mi sento un “forestiero” o uno “straniero” su questa terra, come un cittadino che non ha qui una fissa dimora?
Penso spesso al Cielo, la mia vera patria a cui sono destinato?
Sono troppo ossessionato dalle preoccupazioni di questo mondo e mi lascio facilmente da esse travolgere, dimenticandomi spesso del Signore?