Salmo 41

Salmo 41

Sab, 20 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

Il salmo rivela per contenuto e stile la sua antichità (epoca di Davide?), ma dimostra di avere subìto in seguito continue riletture. Nel versetto 10, probabilmente, si vede l’accenno al lamento di Davide per la rivolta del figlio Assalonne. È difficile, dallo stato in cui ci è arrivato il salmo, dedurre con sicurezza la situazione precisa in cui il salmista si trova e, per conseguenza, il genere letterario. C’è chi, partendo dalla beatitudine iniziale e dal versetto conclusivo, pensa a un inno di ringraziamento, in cui ha larga parte il “ricordo” della passata sventura. Meno probabile appare l’opinione di quanti, considerando come principale la descrizione della sventura, pensano a una lamentazione di tipo tradizionale.

Il salmo chiude la “grande collezione” davidica e allo stesso tempo il libro I del Salterio; per questo motivo alla fine porta l’aggiunta della nota dossologia “Benedetto il Signore” (v. 14), che non ha nulla a che vedere con il contenuto del salmo.

Genere letterario: lamentazione individuale con motivo innico-sapienziale all’inizio e motivo di fiducia alla fine.

Divisione: beatitudine iniziale (vv. 2-4); il lamento (vv. 5-11); la fiducia finale (vv. 12-13).

vv.2-4: In questa introduzione, di colorito esortativo e didattico, si esalta la sollecitudine per chi è nella sofferenza; tale attenzione sarà largamente ripagata da Dio con la sua protezione e il suo favore, secondo il principio codificato più tardi nella beatitudine evangelica: “Beati i misericordiosi, poiché troveranno misericordia” (Mt 5,7).
“Beato l’uomo che ha cura del debole” (v. 2): ciò che espressamente si dice in termini generali, lo si intende implicitamente riferito al salmista che, invece di “cura” benevola, ossia sollecitudine, sta esperimentando l’atteggiamento malevolo di quanti lo circondano, sia nemici che amici (cf. vv. 6-10).
v.3: “Veglierà su di lui il Signore”: tutto il versetto è stato assunto dalla liturgia cattolica e riferito al suo pastore supremo, il Papa.

vv.5-11: Abbiamo ora la lamentazione, introdotta, come nel Salmo 40,5 dall’affermazione “Io ho detto”. In essa si possono individuare chiaramente tre momenti: la supplica d’inizio per il divino soccorso (v. 5); il corpo del testo, che tratta della malevolenza dei nemici ed amici nel preannunziare, quasi con piacere, la fine dell’infermo (vv. 6-10); e, alla fine, l’appello alla divina pietà.
“Contro di te ho peccato” (v. 5): il generico riconoscimento della propria colpa da parte dell’orante segue la tipica logica dell’uomo biblico che dall’effetto presente (la malattia) risale spontaneamente alla causa (la colpa); ciò non gli impedisce, specialmente se si tratta di generica colpevolezza, di protestare, se è davanti a nemici malevoli, la propria innocenza (v. 13). Si spiega così il fenomeno caratteristico del contraddittorio atteggiamento (di colpevolezza davanti a Dio e d’innocenza davanti ai nemici) della coscienza morale nei Salmi. Sulla base della teoria della retribuzione il peccato è considerato la radice e la causa della malattia e il suo perdono la causa della guarigione.
“…chi viene a visitarmi…” (v. 7): il cambiamento dal plurale al singolare nel numero dei nemici è un fenomeno ricorrente nei Salmi. Il salmista vuole così dare maggior risalto e quasi personificare il male che lo sovrasta come un’unica entità malvagia piombata su di lui.
“…contro di me pensano il male” (v. 8): non si tratta qui di esprimere solo un pensiero o un’opinione sul decorso della malattia e neppure di malevoli commenti sulla fine del malcapitato, quanto piuttosto di efficaci sortilegi miranti a produrre l’effetto desiderato. Anche qui appare il pensiero o l’idea semitica che la prova della malattia è da considerarsi come castigo di un peccato (cf. Giobbe; Sal 38,4; 107,17).
“Anche l’amico in cui confidavo, che mangiava il mio pane…” (v. 10): questa espressione è vista avverarsi dall’evangelista Giovanni nella passione di Gesù con il tradimento di Giuda. (Gv 13,18). È l’amico di fiducia… colui che viveva in pace con l’orante e che è stato suo commensale.
“Ma tu, Signore, abbi pietà e sollevami, che io li possa ripagare” (v. 11): la ripetizione qui dello stesso motivo dell’inizio della lamentazione (v. 5) è chiaro indizio non solo della sua conclusione, ma anche della sua individuazione letteraria. “Sollevami”: ciò in risposta alla funesta predizione dei nemici (v. 9). “Li possa ripagare”: ciò che non sarebbe ammissibile né nel cuore né sulla bocca di un orante che professi la morale evangelica (cf Mt 5,10) è del tutto comprensibile in una preghiera veterotestamentaria in cui la retribuzione, sia negativa che positiva, è sentita come un’esigenza inderogabile della divina giustizia. Qui è lo stesso orante che chiede di “ripagare” con maledizioni quanto i nemici gli hanno fatto e augurato. Egli crede di allinearsi così alla giustizia divina eseguendola sui suoi nemici.

vv.12-13: Chiudono il salmo alcune affermazioni di “sicurezza”, da parte dell’orante, circa la divina benevolenza e protezione, motivo caratteristico dei Salmi di fiducia.
v.13: “Mi fai stare alla tua presenza per sempre” : il salmista pensa così di ritornare al suo servizio nel tempio, da cui è stato forzatamente allontanato a causa della sua malattia.

v.14: “Sia benedetto il Signore": è la dossologia che suggella il Primo Libro dei Salmi, a testimonianza dell’utilizzazione cultica del Salterio. “Amen, amen”: è un’acclamazione liturgica aggiunta a questa dossologia di chiusura, la quale testimonia l’utilizzazione comunitaria non solo del Salterio in genere, ma anche dei Salmi singoli, non esclusi quelli individuali, che sono la maggioranza in questo libro I. È la risposta di consenso, di fede e di adesione, generalmente dell’assemblea, in risposta alla benedizione del Signore, cantata probabilmente dal sacerdote (cf Sal 106,48).

Riflessioni per una revisione di vita:
Nella mia preghiera come sento e considero i miei nemici? Quelli che sparlano di me? Quelli che mi fanno del male? Quelli che mi criticano e mi giudicano?
Qual è il mio atteggiamento ed il mio comportamento verso “l’amico in cui confidavo” e che ha alzato il calcagno contro di me?
Quale reazione ho, in genere, in circostanze simili, quando la delusione si fa grande e pesante?
Confido più negli amici che nel Signore?
So soffrire in silenzio, senza lamentele di vario genere, tutte le varie delusioni della vita? Specialmente i tradimenti degli “amici” o di quelli in cui avevo riposto tutta la mia stima ed affetto?