Salmo 44

Salmo 44

Dom, 28 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

Questo salmo per le umiliazioni del presente, in contrasto con i trionfi del passato, può riferirsi alla distruzione di Gerusalemme nel 587 a.c. È un grido d’aiuto a Dio della comunità d’Israele che giace prostrata per una gravissima disfatta. È la prima lamentazione pubblica che incontriamo nel Salterio ed è la più caratteristica del genere. In essa la comunità d’Israele, che ha subìto una grave disfatta ed è caduta in uno stato di estrema miseria –morale, per lo scherno dei vicini e fisica per l’oppressione dei nemici (vv. 10-17) si rivolge a Dio per chiedere la liberazione (vv. 21-27), dopo avere ricordato le gesta gloriose da lui operate nel passato (vv. 2-9) e la propria fedeltà alla divina alleanza (vv.18-23).

Genere letterario: lamentazione pubblica.

Divisione: il favore di Dio nel passato (vv.2-9); la presente calamità (vv.10-17); protesta d’innocenza (vv. 18-23); preghiera finale (vv. 24-27).

vv.2-9: In questa prima parte, che introduce alla lamentazione, viene richiamata la particolare assistenza divina di cui il popolo eletto ha goduto nel passato contro tutti i nemici.
“…con i nostri orecchi abbiamo udito… i nostri padri ci hanno raccontato…” (v. 2): la trasmissione della gesta portentose di Dio a favore del suo popolo fatta dai padri “nelle orecchie dei figli” è una norma fondamentale della “tradizione” biblica (cf Es 10,2).
“Tu per piantarli… hai sradicato le genti” (v. 3): questo linguaggio metaforico proviene dalla nota immagine della vite (= il popolo d’Israele) trapiantata dall’Egitto nella terra promessa (cf Sal 80,9; Es 15,17).
“Sei tu il mio re, Dio mio”: (v. 5): l’apparizione della prima persona singolare, invece di quella plurale, qui e nei vv. 7 e 16, fa pensare alla presenza nella comunità orante della persona del re oppure di un capo religioso in funzione di guida liturgica (cf 2Cor 20,5).

vv.10-17: Dopo lo sguardo nostalgico sul passato glorioso, gli occhi della comunità orante si portano sulla ignominia presente: disfatta in battaglia (v. 11), depredazione (v. 11b) e deportazione fra le nazioni (v. 12), oggetto di scherno e di ludibrio per tutti (v. 14-17); il popolo eletto si sente respinto (v.10) e “venduto” (v.13) dal suo Dio.
“Ci hai consegnato come pecore da macello” (v. 12): letteralmente: “gregge da (carne da) mangiare”; l’immagine ritorna nel v. 23 ed è caratteristica della letteratura profetica (cf Is 53,7; Gr 12,3; Zc 11,4).
“Ci hai dispersi in mezzo alle nazioni” (v. 12b): la dispersione del popolo eletto “fra le nazioni” fa pensare naturalmente all’esilio babilonese. Si constata, infine, che la devastazione della terra donata al popolo eletto e la sua occupazione per opera di un popolo nemico e infedele è fonte di umiliazione per Israele.
“Su di noi le nazioni scuotono il capo” (v. 15): è il caratteristico gesto di scherno dei nemici, sia nazionali che individuali (cf Sal 22,8).

vv.18-23: In questa seconda parte del lamento la comunità orante protesta la sua innocenza e la sua fedeltà alla divina alleanza. Nella forma di un “giuramento d’innocenza” Israele si dichiara innocente, non sentendosi punito per infedeltà all’alleanza o per qualche diletto commesso. C’è un forte antropomorfismo. Ma tutto ciò sa di provocazione retorica per spingere Dio a intervenire (vv. 24-27). Fa capolino il problema teologico del mistero del male. Il linguaggio è molto ardito, quasi offensivo nei riguardi di Dio. Ma tutto il contenuto è pervaso dalla fiducia e speranza nella misericordia di Dio.
“Non avevamo tradito la tua alleanza…” (v. 18): è il patto stipulato da Dio prima con Abramo (cf Gn 17) e poi con il popolo d’Israele ai piedi del Sinai (Es 19,24).
“Ma tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli” (v. 20): si allude a un luogo desertico frequentato abitualmente dagli sciacalli, ove non c’è vita e manca la presenza umana. Ciò aggrava retoricamente l’accusa: Dio avrebbe non solo colpito il popolo, ma anche lo avrebbe abbandonato in un luogo deserto, senza possibilità di scampo per sopravvivere.
“Per te ogni giorno siamo messi a morte” (v. 23): si accenna qui forse a una persecuzione religiosa come quella che caratterizzò l’epoca maccabaica (verosimilmente le persecuzioni di Antioco Epifanie). Nella sua drammaticità qui viene espresso il contenuto della lamentazione: nonostante le promesse di Dio a favore di quanti sono fedeli al suo patto, la comunità d’Israele è nello stato di un gregge da macello.

vv.24-27: Viene ora la perorazione e la supplica conclusiva che vuole scuotere Dio dal suo “sonno” e sollecitarlo ad intervenire in soccorso del suo popolo.
“Svégliati, perché dormi, Signore?”: questo linguaggio, derivato da una concezione antropomorfica della divinità di stampo popolare, è nondimeno espressione della fede più autentica e della fiducia più piena nella divina bontà e onnipotenza.
“Poiché siamo prostrati nella polvere” (v. 26): oltre al significato metaforico dell’espressione risultante da tutta la lamentazione (vv. 14-17), non va dimenticato quello concreto con riferimento al gesto liturgico della prostrazione che accompagnava la supplica (cf. 2Cor 20,18).
“Salvaci per la tua misericordia” (v. 27): in tempo di grande calamità o di grave pericolo la supplica del popolo di Dio fa appello in definitiva alla divina “misericordia” (cf 2Cor 20,21), poiché ad essa sono riferite tutte le gesta salvifiche di Dio. Il salmo termina aprendosi alla speranza di salvezza implicitamente supposta dall’insieme del testo. Dio, infatti, accusato di “dimenticare” (v. 25), non dorme perché è il custode d’Israele (cf Sal 121,4).

Nel Nuovo Testamento Paolo in Rm 8,36 cita il v. 23 del nostro salmo, riprendendolo anche in 2Cor 4,11.

Riflessioni per una revisione di vita:
Sono capace di prendere coscienza che tutto è dono e grazia del Signore?
Sono convinto che né “la mia spada”, né il “mio arco” mi hanno salvato, ma che solo il “mio Dio” è colui che decide “vittorie per Giacobbe” (v. 5)?
Nelle difficoltà, nelle angosce o disfatte della mia vita come reagisco con il Signore? Come sono le mie “lamentazioni” rivolte al Signore? Non perdo mai la speranza, la fiducia e l’abbandono totale nel Signore?