Salmo 46

Salmo 46

Gio, 08 Mar 18 Lectio Divina - Salmi

Il salmo 46 celebra la città di Sion nel momento di una clamorosa vittoria riportata sui nemici e dovuta unicamente alla protezione divina. Probabilmente ci si riferisce ad un avvenimento storico preciso. Si tratta, come attesta l'accordo quasi unanime dei critici, della precipitosa ritirata di Sennacherib di fronte alle mura di Gerusalemme nel 701 a.C. Lo spietato e travolgente esercito assiro, dopo aver invaso il paese obbligando il re a versare un grave tributo, sembrava ormai avere in pugno Gerusalemme, priva di aiuti e provocata da ambascerie sprezzanti. Una improvvisa epidemia mortale che riduce l'esercito ai minimi termini e forse anche cattive notizie ricevute dall'Assiria costringe il re Sennacherib a rinunciare all’assedio (cf 2 Re 18 -19; Is 36 - 37).
Il salmo racconta la storia in stile poetico, trasfigurando gli eventi, sublimandoli e accostandoli ad eventi cosmici. La composizione risulta mirabile per arditezza di immagini, espressioni linguistiche, dinamicità e armonia di sviluppo.

Il salmo è composto di tre strofe, intercalate da un ritornello ricorrente. Molti autori hanno supposto che tale ritornello si leggesse anche dopo il v 4. Esso presenta il "Signore del cosmo" come "Dio di Giacobbe", Il Signore del mondo stellare, eccelso e dominatore, che è una "fortezza" per noi.
Il ritornello è pronuncialo in prima persona, come professione di fiducia della comunità. Il predicato "fortezza" dice protezione e implica attacco, oppressione: una fortezza non ha funzione idilliaca.
Sta in alto, è difficilmente accessibile all'assalto del nemico; accessibile però per noi. Che il Dio delle stelle stia in alto, "quanto il cielo sovrasta la terra" (Is 55, 9), sembra ovvio; che sia accessibile ad una comunità umana, suggerisce una presenza terrena di questo Dio.
La visione del tempio terrestre è così insinuata dal ritornello, ed è trasparente nel resto del salmo; occorre però sottolineare l'aspetto personale: la fortezza è Dio stesso. Questo doppio o triplo ritornello è tematico e domina i materiali poetici del salmo. C'è di più: il primo verso è in perfetta consonanza con il ritornello. Il soggetto è lo stesso: Dio; il predicato è sinonimico: rifugio e forza.
Il verso esplicita ciò che il ritornello suggerisce: la situazione di oppressione o di assedio. In momenti di pericolo concreto, di assedio, Dio si mostra, si fa sentire come "rifugio e fortezza". Lo stesso tono di professione comunitaria di fiducia definisce questo inizio: non idillico, ma dramma; espressione religiosa in immagine bellica. Dando per accettata l’aggiunta del ritornello in 4b, il salmo consta di tre strofe di tre versi, più ritornello.

Prima strofa (vv.2 - 4). La prima strofa descrive l'assalto cosmico dell'oceano contro la stabilità della terra ferma e dei suoi baluardi più solidi, che sono i monti. La terra, saldamente fondata da Dio sulle acque ("ha stabilito la terra sulle acque" Sal 136, 6), trema, perde la sua consistenza, si contagia di mobilità e agitazione oceaniche. I monti, fissati per sempre, tremano e sono inghiottiti dall'oceano. Come per un diluvio dal basso, sembra che si stia per ritornare al caos primordiale: "eruppero tutte le sorgenti del grande abisso" (Gen 7, 11). L'assalto cosmico, che minaccia di distruggere la dimora dell'uomo, non intimidisce però la comunità orante.
La comunità orante in chi confida? Dispone di un'arca in cui salvarsi in questo nuovo diluvio? Dispone di un rifugio o fortezza non fabbricati dall'uomo, perché è Dio stesso. Se le acque minacciano di superare perfino le cime dei monti, il rifugio dovrà essere più alto di tutto ciò che è terrestre. Il rifugio è il Dio che domina le acque. Il "non temiamo" del v 3 è come la risposta al classico invito dell'oracolo: "non temere", tanto conosciuto ed assimilato dalla comunità d'Israele.

Seconda strofa (vv.5 - 8). Ora si vede che qualcosa non è stato coperto dalla burrasca marina e dal suo diluvio ascendente. Rimane una città anonima, divina, nella quale l'elemento acqua svolge una funzione contrapposta. C'è un fiume (si suppone che abbia una sorgente) diviso in canali che attraversano e percorrono la città. Un'acqua tranquilla, fecondatrice, a cui non giunge l'agitazione aggressiva dell'oceano (come i quattro fiumi che solcavano il paradiso: Gen 2, 10 - 14). In mezzo al tumulto caotico, la città è in festa, e funzionari dei festeggiamenti sono i suoi canali e le sue condotte d'acqua.
È una città celeste o è Gerusalemme? Il titolo divino "Altissimo" suggerisce immagini di esaltazione, di elevazione, induce a guardare verso il cielo. L'autore non pronuncia il nome di Gerusalemme o di Sion, tuttavia altri salmi e testi poetici propongono concordi questa identificazione: "Città di Sion" (Sal 87, 3), "ti chiameranno Città del Signore" (Is 60, 14). Si tratta di una Gerusalemme trasfigurata dalla presenza e dal dominio del Signore "in mezzo a lei". In essa non penetra il tumulto della guerra.
Però giunge fino ad essa uno stretto assedio e un attacco furibondo. La città tranquilla sembra minacciata e il suo Signore deve uscire in sua difesa. Prima dell'aurora, ora dell'attacco del nemico (cf 1 Mac 5, 29 ss), il Signore la difende. Questa volta gli assalitori della città sono umani: popoli e re o regni. In una agitazione di popolo che provoca uno sconquasso tra le monarchie, con cambiamenti violenti nella politica internazionale, la città di Dio non è vittima di minacce né di turbolenze. Si agitano i popoli, vacillano le monarchie. La terra trema, ma non vacilla la città di Dio. Il fallimento e la sconfitta sono rapidissimi: risuona il grande tuono teofanico; gli risponde la terra tremando, e l'assalto è sventato prima dello spuntare dell'alba. La comunità può ripetere il ritornello di fiducia, accompagnata dal rumore festoso dei canali.

Terza strofa (vv.9 - 12). La terza strofa racchiude il suo materiale in due doppi imperativi: "Venite e vedete"; "arrendetevi (fermatevi) e riconoscete (sappiate)". I primi "venite e vedete" sembrano pronunciati dal poeta o da un liturgo all'interno del poema, poiché il Signore figura in terza persona. Gli ultimi "arrendetevi (fermatevi) - sappiate " sono pronunciati dal Signore, che per così dire articola in parole il tuono colossale del v 7. Un'altra volta la scena è drammatica. Armi e battaglie minacciano la città e i suoi abitanti. Il Signore si riserva tutta l'azione, la comunità è invitata semplicemente a "presenziare" l'azione portentosa del suo Dio. In Es 14, 13 - 14. 31 si dice: "Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore opera per voi... Il Signore combatterà per voi e voi starete tranquilli. Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l’Egitto".
La cosa più portentosa è che non solo Dio vince i nemici, ma anche la guerra stessa. Come se della guerra fossero vittima insieme aggrediti e aggressori. Non si menzionano più eserciti né capitani, ma armi e battaglie. Non distrugge armi nemiche, ma le armi in quanto tali. Se i primi imperativi "venite e vedete" erano rivolti al popolo, i due ultimi "fermatevi e sappiate" sono rivolti ai nemici arroganti e li invitano a desistere dai loro piani aggressivi. Il ritornello conclude stimolando l'unione di un popolo scelto, Giacobbe, col proprio Dio nazionale, che è Signore dell'universo.

Trasposizione cristiana.
L’ispirazione escatologica del salmo, il tema della salvezza e della protezione divina si riflette nella rivelazione del Nuovo Testamento, ove trova uno sviluppo particolare nel senso del trascendente: "Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la Città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate" (Ap 21, 1 - 4). "Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello" (Ap. 22, 1).
Queste incisive immagini e metafore presentano il nuovo eone (secolo = tempo che precede la parusìa), al quale già rivolge lo sguardo il nostro salmo. Ma come l'orante dell'Antico Testamento intravedeva già qualche sprazzo dello splendore di tale realtà di Gerusalemme, così anche per noi la Città santa è già in parte, nella Chiesa, una realtà del presente.
Ai fedeli dal Nuovo Patto che pregano con questo salmo, Eb 12. 22 dice: "Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele". Il salmo 46 aiuta a tradurre questa fede in fattiva certezza e in costante fortezza d'animo.

In chiave ecclesiologica, la "città di Dio" è la Chiesa. Il fiume d'acqua è lo Spirito Santo e l'acqua battesimale. Nella Chiesa Gesù Cristo "è con noi", vive in mezzo ad essa. Nella vita interna della Chiesa, gli imperativi "fermatevi e sappiate" del v. 11, sono interpretati da vari autori come un'esortazione alla contemplazione: "Occorre calma per conoscere il Signore" (Origene). "Il demonio non sopporta la calma della contemplazione" (Eusebio). "Occorrono lunghi periodi di raccoglimento per avvicinarsi a Colui che è" (Gregorio di Nissa). "Lasciate le occupazioni terrene e preoccupatevi di conoscere Dio" (Ambrogio) (cf Schokel, Trenta Salmi, poesia e preghiera. Deisslcr, I salmi).