Salmo 12

Salmo 12

Mer, 06 Dic 17 Lectio Divina - Salmi

È una preghiera (se individuale o collettiva, il testo, per l'ncertezza del v. 8 “ci custodirai”, non lo lascia capire chiaramente) contro l’oppressione che i buoni subiscono da parte di “lingue di parole arroganti”. Ad esse risponde Jahwèh con la promessa del suo pronto intervento.
È una preghiera nello stile profetico, poiché alle menzogne degli uomini si oppone la verità delle parole e delle promesse del Signore. Il forte simbolismo che domina il salmo è quello della parola doppia e bugiarda dell’uomo, e quella pura e veritiera di Dio.
Il salmo è una supplica contro i peccati di gola.

Genere letterario: lamentazione collettiva o individuale con motivi liturgici e sapienziali.

Divisione: introduzione (2-3); preghiera contro le “male lingue" (4-5); il divino oracolo (6); fiducia nella divina promessa (7-8); conclusione (9).

vv.2-3: Il salmo è introdotto dalla richiesta del divino soccorso, seguita dalla dolorosa constatazione del danno che subiscono i buoni (il cui numero, per questo, si sta sempre più assottigliando) a causa della falsità e doppiezza dei più. “Salvami, Signore!”: il pressante appello è presente anche altrove nella Bibbia (cf. Sal 3,8, 20,10; 69,2; ecc.). “Non c’è più un uomo fedele” (v. 2): la parola “fedele” alla lettera è “pio”, cioè vuol dire devoto e religioso, osservante della legge. Anche il profeta Michea (7,2) lamenta una simile situazione nella società del suo tempo: “L’uomo pio è scomparso dalla terra, non c’è più un giusto fra gli uomini” (cf. inoltre 1Re 19,10; Os 4,1; Ger 5,1). – “Labbra bugiarde” (v. 3): spesso nella Bibbia la bocca che dice bugie è segno di perversione e mezzo di inganno a danno degli onesti (cf. Is 30,10; Dn 11,32). – “Con cuore doppio”: la doppiezza di cuore denota la falsità delle intenzioni (“cuore” è un semitismo per “mente, intenzione”).

vv.4-5: Contro la baldanza dei perversi, che si proclamano onnipotenti per la forza delle loro “labbra” ingannatrici, si eleva l’appello degli onesti oppressi al giusto giudizio di Dio. – “Recida il Signore le labbra bugiarde”: “recida” nel senso di “stroncare”; il Signore è invitato caldamente a togliere di mezzo (a tagliare di netto…) le cosiddette “male lingue”. In Daniele si parla più volte di bocca che proferisce parole arroganti ed insolenti (Dn 7,8; 11,20; cf. Ap 13,5). – “Per la nostra lingua siamo forti” (v. 5): secondo la convinzione degli antichi, la parola ha forza magica; nella bocca dei perversi la parola diventa un mezzo potente di dominio e di oppressione. I malvagi sono convinti di non avere bisogno di alcuna difesa, ma si sentono potenti tanto da dominare gli altri e di non essere mai dominati da alcun “padrone”: Chi sarà nostro padrone”? (v. 5). Nell’espressione è indicata tutta la sicurezza dell’empio (cf. Sal 10,4, 6). Il salmista riporta il discorso arrogante dei bugiardi che osano sfidare lo stesso Dio, credendosi potenti con l’uso distorto e doppio della parola

v.6: “Per l’oppressione dei miseri..., io sorgerò – dice il Signore”: Al centro del salmo sta l’oracolo del Signore che, contro l’arroganza degli empi, promette il suo soccorso invocato dagli oppressi. È il cuore del salmo. Il Signore risponde prontamente alla pressante invocazione iniziale del v. 2. Egli interverrà a difendere i deboli e i poveri, facili prede dei raggiri, d’inganni e di ingiustizie da parte di chi si serve ingiustamente e spregiudicatamente della “mala parola” – “… Io sorgerò...”: è la formula tipica dell’intervento salvifico (o punitivo) del Signore (cf. Is 33,10) atteso spesso nei Salmi come manifestazione divina della teofania del Signore, al fine di mettere “in salvo chi è disprezzato” (v. 6).

vv.7-8: Alla parola rassicuratrice di Jahwèh il salmista fa seguire la sua fede nella genuinità delle promesse di Jahwèh e la sua sicurezza nella loro forza salvifica. – “I detti del Signore sono puri”: I “detti” sono le “promesse” divine: la loro purezza nelle parole è illustrata con l’immagine del metallo prezioso che è passato attraverso il fuoco purificatore per ben “sette volte” (immagine ricorrente nella Bibbia, cf. Pv 27,21; Sir 27,6; Sp 6,3). Questa immagine fa contrasto con la “doppiezza” ingannatrice delle parole degli empi (v. 3). – “…ci custodirai, ci guarderai…” (v. 8): come Dio all’uomo domanda di “custodire” (=osservare) le sue parole (cf. Dn 8,6; 10,13), così il fedele è sicuro che Dio “custodirà” (= manterrà) la parola data (cf. Ger 1,12).

v.9: Nella conclusione il testo non permette una interpretazione sicura. Il salmista sembra ritornare alla triste constatazione iniziale circa il predominio della dannosa falsità degli empi. Il salmo si chiude con un richiamo al v. 2, manifestando la fiducia nella giustizia e nel soccorso di Dio, che libererà il suo popolo dalla piaga degli empi e dagli arroganti bugiardi.

Trasposizione cristiana
In questo salmo sono evidenziati i peccati commessi dalla lingua, dalla mala lingua. A questo salmo possiamo fare risalire quanto dice l’Apostolo Giacomo nella sua lettera al celeberrimo terzo capitolo, che viene introdotto con il famoso principio morale: “Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana” (Gc 1,26). Con la mentalità attenta sempre al concreto, Giacomo sa quanto male si può fare agli altri mediante una parola fuori posto. Vuole che il cristiano se ne renda conto e sappia anche essere vigile e prudente nel parlare. Un parlare sconsiderato e dannoso nei riguardi degli altri renderebbe “la religione vana”, cioè introdurrebbe nel cristiano un elemento di peccaminosità profana.
L’Apostolo Giacomo nella sua lettera al cap. 3,1-12 fa una esposizione particolareggiata sull’importanza che ha, per l’uomo in generale, l’esercizio della parola e, quindi della lingua. Da esso può dipendere addirittura la sua salvezza integrale (3,2). Gli esempi retorici dei cavalli frenati dal morso (3,3), delle navi guidate dal timone (3,49) portano alla stessa conclusione: la parola, la lingua, nella sua piccolezza è capace di produrre conseguenze enormi (3,5). L’immagine dell’incendio, che suscitato dall’esca del fuoco in una selva diventa travolgente e irresistibile (3,5), è usata da Giacomo per sostenere che la lingua è una forza difficile da domare (vv. 6-8). Se la lingua è usata contro gli altri ha luogo una situazione contraddittoria: dalla stessa bocca esce la lode di Dio e la denigrazione del prossimo (3,9-10). Giacomo, facilmente, ha davanti alla sua mente una situazione di abusi concreti e si rivolge, con tutta la passionalità che lo distingue, direttamente contro di essi. Giacomo, pertanto, considera la lingua e la parola come ciò che ci pone in rapporto agli altri e come tale può divenire uno strumento estremamente pericoloso per la vita della comunità; il collegamento con 1,26 ci fa poi comprendere come il cattivo uso della lingua è segno di una religiosità vuota e falsa.

Riflessioni personali:
Che uso faccio della mia lingua e della mia parola?
Uso la lingua per lodare il Signore e per pregarlo, oppure per giudicare e criticare il prossimo?
Sono bugiardo? Dico facilmente bugie?
Ho un cuore semplice o doppio? Le mie intenzioni sono sempre rette o con secondi fini?
Dico parole arroganti e ingiuriose?
Accondiscendo spesso al mondo menzognero?
Quale rapporto ho con le falsità della dottrina menzognera di questo mondo?