Salmo 48

Salmo 48

Gio, 22 Mar 18 Lectio Divina - Salmi

Nella presente composizione scorgiamo pressappoco lo stesso tema di fondo del Salmo 46: tripudio e orgoglio degli abitanti di Gerusalemme per una clamorosa e inaspettata disfatta dell’esercito nemico ai piedi delle sue mura inespugnabili. Ma mentre là si poteva cogliere in tutta la sua drammaticità l’evento “salvifico”, tanto più gioioso quanto più grave era stato il pericolo, qui abbiamo piuttosto una descrizione pacata, quasi una contemplazione dell’arcana “bellezza” di Sion, la quale non è altro che un riverbero della “salvezza” del suo divino Sovrano (v. 15).

Questo salmo è un inno che celebra il monte Sion, residenza del re di Israele e luogo del tempio santo. Inoltre al di là del simbolismo spaziale, urbano e cosmico, troviamo anche quello militare, significato da vocaboli come “altura”, “baluardo”, “fortezza” e dallo stesso appellativo dato a Dio di “Signore degli eserciti” (v. 9). In più, il nome di Dio è ripetuto molte volte: due come “Signore” (Jahwèh), e otto come “Dio” o “Dio nostro”.

Tre concetti circolano nell’inno: quello della bellezza, della potenza militare e della giustizia. Il v. 9 fa da cerniera e da divisione tra le due parti del salmo: quella storico-descrittiva (vv. 2-8) e quella liturgica (vv. 10-15).

Genere letterario: cantico di Sion.

Divisione:
1a parte: celebrazione della vittoria (vv. 2-9);
2a parte: azione liturgica (vv. 10-15).

vv.2-9: Dopo l’indirizzo introduttivo di ogni lode a Jahwèh Dio d’Israele e Signore della sua capitale (v. 2), il salmista celebra la “bellezza stupenda” di Sion, resa inespugnabile dalla misteriosa presenza di Dio “nei suoi baluardi” (v. 4).
“Grande è il Signore” (v. 2): il salmo inizia solennemente con l’aggettivo “grande”. È una professione di fede nella grandezza di Dio, colta particolarmente nella sua presenza attiva e salvifica verso la città di Gerusalemme.
“Il suo monte santo, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra” (v. 3): il monte Sion è detto nel Salmo 50,2 “splendore di bellezza”. Con questo titolo è chiamata anche la città di Tiro (cf Ez 27,3.11). “È la gioia di tutta la terra” è un’espressione superlativa, che vede in Sion la fonte della più alta gioia che si possa immaginare sulla terra.
“…Grande Sovrano” (v. 3b): questo titolo era frequente nella corte celeste e terrestre; se lo attribuivano i re assiro-babilonesi, persiani e la massima divinità del pantheon fenicio: Baal.
“…Nei suoi baluardi” (v. 4): alla lettera: “palazzi”, che possono essere anche le abitazioni dei ricchi e dei principi, come le fortificazioni di particolare consistenza sparse nelle varie parti della città, se non proprio nelle mura di cinta, come a Babilonia.
“…Attoniti e presi dal panico” (v. 6): sembra che il salmista abbia qui sott’occhio la descrizione che Mosè fa, nel campo di vittoria susseguente al passaggio del Mar Rosso, del terrore che cadde sugli abitanti di Canaan, oltre che sui Filistei, Edomiti e Moabiti, di fronte all’avanzata d’Israele verso la Terra promessa: “Hanno udito i popoli e tremano; dolore incolse gli abitanti della Filistea. Già si spaventano i capi di Edom, i potenti di Moab li prende il timore; tremano tutti gli abitanti di Canaan” (Es 15,14-15).
“…Doglie come di partoriente” (v. 7): c’è il simbolismo materno del parto, abbastanza frequente nella Bibbia, specialmente in Geremia (cf Ger 4,31; 6,24; 13,21; 30,6). L’immagine ricorre nella Bibbia come simbolo di dolori atroci e improvvisi (Es 15,14-15).
“…Simile al vento orientale che squarcia le navi di Tarsis” (v. 8): il “vento orientale” è un’espressione che proviene da Es 14,21, in cui si parla del soffio del “vento orientale”, chiamato anche “vento di Jahwèh (Es 15,10), il quale prosciugò il Mar Rosso.
“Squarcia”: in Ez 27,26 si parla della città di Tiro “travolta” (“squarciata”) in mezzo al mare dal “vento orientale”.
“Le navi di Tarsis”: sono le grandi navi fenice capaci di navigare fino alle remote sponde del Mediterraneo occidentale. Erano navi di lungo corso che potevano arrivare a Tarsis (cf Is 23,1ss).
“Come abbiamo udito, così abbiamo visto” (v. 9): la prodigiosa liberazione operata dal Signore è una conferma delle sue grandiose gesta salvifiche, che vengono tramandate e celebrate in Israele. La “grandezza” che Dio ha dimostrato nel passato con atti salvifici si è realizzata anche al presente. I verbi “udire” e “vedere” indicano l’atto di fede, che nella Bibbia ha valore di “ricordo-memoriale” (cf Sal 44,2; 78,3-6; 102,19).

vv.10-15: In questa seconda parte, che è localizzata nel mezzo del tempio (c. 10), la celebrazione votiva della misericordia divina (v. 10) diventa occasione di lode universale della divina munificenza (v. 11), di gioia per Sion e Giuda (v. 12), oltre che di riaffermata fiducia nella guida sicura di Jahwèh (v. 15), che si riflette nella inespugnabilità della mura di Sion (vv. 13-14).
“Ricordiamo, Dio, la tua misericordia” (v. 10): il verbo ebraico per dire “ricordiamo” significa letteralmente “rendere simile, rappresentare, rendere visibile”. Si esprime così l’efficacia dell’azione liturgica.

vv.13-14: “Giratele intorno… Osservate i suoi baluardi”: l’invito ad osservare la saldezza delle fortificazioni della città allo scopo di trarne per il futuro un motivo di sicurezza (oltre che di orgoglio) ricorre, forse con motivazione diversa, anche in certi poemi babilonesi e nei vari racconti dei vari popoli vicini a Israele. Tuttavia, i vocaboli usati in questi versetti fanno pensare ad una processione liturgica. Le opere di difesa, che l’orante invita a contemplare, sono il segno visibile della protezione divina e confermano la stabilità della città.

v.15: “Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre; egli è colui che ci guida”: l’espressione “nostro Dio” richiama l’alleanza e fa inclusione col v. 2. Si professa inoltre l’eternità di Dio (“in eterno, sempre”), e accanto al titolo di “grande Sovrano” (v. 3) si aggiunge anche quello più comune di Pastore: “Colui che ci guida” (cf Salmo 23).