Salmo 82

Salmo 82

Mar, 21 Ago 18 Lectio Divina - Salmi

Per capire il salmo, che è di natura politico-giudiziaria, bisogna tenere presente quello che avveniva un tempo: un sovrano convocava i suoi ministri o governatori di provincia perché rendessero conto della loro amministrazione. Stando in piedi, il sovrano rivolgeva un discorso di denuncia e pronunciava la sentenza. Le colpe si riferivano alla cattiva amministrazione, alla corruzione e tutto ciò che aveva portato alla instabilità e alla confusione. Gli imputati si difendono come possono, richiamandosi alla loro posizione sociale e ai loro privilegi: ma non si ammettono eccezioni. Il sovrano pronuncia una sentenza di morte.

Questo modello viene proiettato alla corte celeste. Il tribunale supremo di Jahweh è insediato nell'ambito del consiglio della corona celeste. Giudice e sovrano è 'Elohim, imputati sono gli 'elohim, divinità pagane (v 1).

La requisitoria punta sulla violazione del diritto e della giustizia (w 2-4). La sentenza inappellabile è quella capitale (w 5-7). Dimostrandosi ingiusti, gli dèi si dimostrano inesistenti e privi della qualità dell'immortalità divina. La morte di questi dèi non è che il sigillo della loro non-esistenza e "infernalità".

Il giudice -re supremo- si ritira, acclamato dai suoi fedeli.

v.1. "Dio si alza nell'assemblea divina, giudica in mezzo agli dèi". C'è un 'Elohim che è singolare, regge come unico re giusto e quindi unico Dio esistente: due verbi al singolare (si alza e giudica). In pratica è identico al "El" supremo del parlamento divino; ma ci sono anche gli 'elohim, plurali, molteplici, come è attestato dall'espressione "in mezzo a ...". Dio è Uno, le divinità pagane sono molteplici. Dio tende sempre all'unità, pur nella distinzione, non alla molteplicità.

vv.2-4. "Fino a quando giudicherete iniquamente e sosterrete la parte degli empi? Difendete il debole e l'orfano, al misero e al povero fate giustìzia. Salvate il debole e l'indigente, liberatelo dalla mano degli empi". La requisitoria si apre con un'espressione di impazienza, venata di rimprovero e di minaccia (v 2).
Assomiglia a quella usata da Mosè e da Aronne davanti al Faraone: "Dice Jahweh, il Dio degli Ebrei: fino a quando rifiuterai dì piegarti davanti a me?" (Es. 10, 3).
L'amministrazione della giustizia si rivolge preferibilmente verso "il debole, l'orfano, il misero, il povero, il debole e l'indigente". I ricchi e i potenti non hanno bisogno di appoggi da parte di un’autorità superiore; sono invece le categorie di poveri a cui si riferisce il salmo che hanno bisogno di giustizia. Se non si tiene conto di questi poveri, si incorre nella tremenda giustizia divina. La giustizia è intangibile, è la linea di demarcazione tra verità e falsità, tra l'idolo e Dio, tra credente e ateo.

v.5. "Non capiscono, non vogliono intendere, avanzano nelle tenebre, vacillano tutte le fondamenta della terra". Come la luce è simbolo della creazione e della vita, così l'ingiustizia è tenebra e stoltezza; assomiglia a chi cammina verso il nulla, verso la non-creazione, verso il caos primordiale. Quando si pratica l'ingiustizia, l'oscurità diventa sempre più grande: si brancola nel buio e tremano le fondamenta della terra, cioè si arriva all'autodistruzione.

vv.6 - 7. "Io ho detto: "Voi siete dèi, siete tutti figli dell'Altissimo". Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti ". L'Io di Dio, nella logica della struttura processuale, pronunzia la sua sentenza di morte su dèi e giudici ingiusti. La morte non fa distinzione tra prìncipi e plebei: "Voi nobili e gente del popolo, ricchi e poveri insieme" (Sal 49, 3). L'incapacità degli dèi e dei giudici di far regnare la giustizia, che era l'essenziale del loro incarico, trascina con sé la loro degradazione. Perdendo il privilegio dell'immortalità proprio alla natura divina, essi cadranno, come cadono inesorabilmente tutti i prìncipi di questo mondo, i quali non sono che i potenti di un solo giorno.
Jahweh lancia la sua dichiarazione contro questi dèi. Essi, pur dichiarandosi "figli dell'Altissimo", sono in realtà come gli uomini, mortali e fragili. Il loro essere ingiusti li rende simili all'uomo debole e finito (Ravasi).
Questo versetto 6 è ripreso da S. Giovanni al c. 10, 32-39 nel contesto di una polemica tra Gesù e i Giudei, dove Gesù si dichiara Figlio di Dio. L'argomentazione è ad hominem: un'argomentazione di stampo rabbinico de minori ad maius; se la Bibbia ha applicato a tutti gli Israeliti il titolo di "figli di Dio", tanto più è legittimo chiamare "figlio di Dio" l'inviato divino, Gesù Cristo. Perciò Gesù non può essere accusato di bestemmia, proprio perché la legge stessa, cioè la Scrittura (Rm 3, 19; 1 Cor 14. 21), chiamava "dèi", "esseri divini" gli stessi ebrei fedeli all'alleanza.
È naturale che questo brano sia diventato uno dei passi classici per dimostrare nella teologia della theopoièsis la "divinizzazione" del cristiano: "Verbo di Dio si è fatto nomo perché noi siamo fatti Dio" (S. Atanasio, L'incarnazione del Verbo, 54. PG 26. 289). "È chiaro che Dio chiama gli uomini dèi, ma dèi deificati per grazia, non dèi prodotti dalla sua sostanza" (S. Agostino: in Psalmum 49, PL 36, 563). (Ravasi, Il libro dei Salmi, vol. II, pp. 720-721).

v.8. "Sorgi, Dio, a giudicare la terra, perché a te appartengono tutte le genti". Come in una solenne liturgia, l'unico vero Dio, autentico tutore della giustizia, esce di scena acclamato dai fedeli. Essi aspettano che questa nostra strana storia, troppo spesso guidata da dèi e politici folli, veda sorgere in una grande e decisiva assise giudiziaria, l'unico vero Dio, Signore di tutte le nazioni: "Alzati, sorgi, Dio, giudica la terra...".

Trasposizione cristiana (A. Schokel - C. Carniti, I Salmi, vol. II, pp. 157-159).
"Per una lettura attuale e cristiana possiamo assumere come modelli due temi presenti nel salmo:
l) divinità o idoli, 2) autorità umane. Distinguiamo tra dèi personali con le loro immagini, e l'aspetto di sacralità che conferisce la consacrazione. Questa sacralità è per partecipazione divina e può risiedere nell'autorità. Ci poniamo due domande: 1) esistono oggi idoli che debbano essere detronizzati e condannati a morte? 2) Ci sono autorità che abusano di una autorità ricevuta da Dio? Cominciamo dalla seconda.
a) In senso proprio l'autorità "divina" risiede nella chiesa e in altre organizzazioni religiose. Sono investite del potere sacro solamente per l'esercizio di funzioni cultuali? O sono in qualche modo custodi e garanti della giustizia? (....). Se questi mandatari di Dio non favoriscono la giustizia, ma anzi appoggiano l'ingiustizia, la loro investitura sacra non li rende immuni dal peccato di idolatria. Il popolo oppresso può protestare, invocare il Dio di tutti o Gesù Cristo, Signore della sua chiesa, affinché la purifichi. La storia della chiesa e di istituzioni simili deve rispondere a questa domanda ineludibile. Cristo, esaltato in croce, chiede conto e denuncia i falsi dèi dell'umanità. Forse ciò che respinge il prossimo non credente è l'esercizio "idolatrico" del potere dei "credenti".
"Il salmo 82 invita a meditare soprattutto quanti esercitano un'autorità nella chiesa. Questa è "per grazia di Dio", sacra in grado diverso. Ma anche nella chiesa si può insinuare, strisciante, l'ingiustizia? Se non osiamo giudicare il presente, ricordiamo almeno fatti storici e domandiamoci: corrispondono allo spirito del vangelo? Una religiosità sistematicamente intimidatoria, non è la rivelazione che ci è stata fatta di Dio Padre dal Figlio suo Gesù Cristo. Una religiosità alleata con l'ingiustizia non corrisponde al messaggio del vangelo" (L.A. Schòkel, Contemplatelo e sarete raggianti, pp. 137-138). "Esorto gli anziani (i presbiteri)... pascete il gregge di Dio... non per vile interesse, ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone, ma facendovi modelli del gregge" (1 Pt 5, 1-4).
Nella nostra cultura, l'autorità civile è secolare (laica), non si appella ad un’investitura sacra. Però sotto il paravento o il manto della secolarità (laicità), si può annidare il meccanismo corrispondente. Gli idoli di oggi si sono astutamente secolarizzati. Non rivestono ornamenti sacri, ma si presentano in abito civile e sono: le ideologie, i poteri accumulati e intoccabili, il denaro e le mille forme di dominio sugli altri. Non ci sono idoli d'oro, ma c'è oro venerato come idolo. Non ci sono idoli d'argento, ma ci sono leggi economiche intoccabili, sebbene opprimano i più deboli. Non ci sono idoli di pietra, ma vengono idolatrate le fonti di energia. Non ci sono idoli di legno, ma il midollo si trasforma in carta per controllare e anche per imporre un'opinione pubblica (stampa, TV, mass media).

b) Esistono ancora gli idoli? La forma più sottile e pericolosa di idolatria consiste negli idoli mentali. Per metterci in relazione con Dio abbiamo bisogno di una serie di rappresentazioni, personali e sociali (....) e abbiamo sviluppato un sistema concettuale e una gigantesca teologia "cristiana". Ma la mia idea di Dio non è Dio, l'enunciato della mia tesi teologica non è Dio. Si tratta di elaborazioni della mente umana. È sempre in agguato il pericolo di assolutizzare tali nobili creazioni umane; rendendole assolute noi le trasformiamo in idoli: esse, infatti, non sono Dio.

Domande per la meditazione personale e per il discernimento
Come reagisco - a livello di coscienza - di fronte all'esperienza di fede e al messaggio del salmo 82?
Mi limito a denunciare le idolatrìe che vedo, oppure sono in grado di prendere qualche decisione concreta?
In che cosa mi interroga questo salmo?
Oggi, nella mia vita personale, privata, ma anche nella vita della mia comunità e nella cristianità, quali sono gli "elohim", gli idoli artificiali, raffinati, striscianti, non avvertiti e quindi probabilmente non del tutto identificati, eppure di fatto idolatrati e quindi incisivi nella nostra esperienza?
Riesco a chiamarli per nome?
Le potenze che reggono il nostro mondo, partiti politici, opinione pubblica, finanza, mezzi di comunicazione di massa, assicurano forse meglio l'esercizio della giustizia di quanto lo facessero gli dèi del paganesimo? Non bisognerebbe proprio da esse iniziare il famoso processo di desacralizzazione?
E anche nella vita ecclesiale e religiosa, non esiste forse il pericolo che qualcuno si senta sacro, indiscutibile, intoccabile?
Quale scelta di "giustizia", quale impegno mi sento di prendere? Perché?