Salmo 86

Salmo 86

Ven, 21 Set 18 Lectio Divina - Salmi

Il Salmo si presenta senza un ordine nell’esposizione delle varie componenti del genere della “Supplica” e presenta parecchie dipendenze da altri Salmi: il v. 4 da Sal 25,1; il v. 11 dal Sal 27,11; il v. 14 dal Sal 54,5; il v. 15 da Es 34,6; e il v. 16 dal Sal 25,13.

Per la notevole presenza di frasi prese in prestito da altri salmi, è stato considerato come un chiaro esempio di tardiva letteratura d’imitazione, caratterizzata da mancanza di originalità e, quindi, d’interesse. Per i sentimenti esposti è simile al Sal 22 e per i concetti teologici al Sal 51. La pericope del ringraziamento è situata al centro del salmo, contrariamente all’impostazione strutturale del genere della “Supplica”, che lo riporta per lo più alla fine.

Nel nostro salmo l’orante, un pio israelita, servo di Dio perseguitato a morte da nemici violenti (v. 14), ha cercato scampo e salvezza nel tempio presso Jahwèh, il Dio “buono e ricco di misericordia” dell’esperienza secolare d’Israele (v. 5), il Dio le cui opere lo mettono al di sopra delle divinità vane delle genti (v. 8); il Dio che, per questo, riceverà l’omaggio della fede da parte di tutti i popoli della terra (v. 10). Gli appellativi divini sono molto frequenti. Il Dio dell’orante ricorre 19 volte in 17 versetti Il solo adonai ricorre 7 volte). L’appellativo personale JHWH, reso da BC con “Signore”, fa inclusione maggiore nei vv. 1 e 17. Il Salmo è di epoca tardiva. La simbologia è somatica, antropomorfica e bellica.

Genere letterario: lamentazione individuale (con motivi di ringraziamento e innici).

Divisione: vv. 1-7: I appello; vv. 8-13: inno di ringraziamento; vv. 14-17: appello finale.

v.1: “Tendi l’orecchio”: con questo antropomorfismo l’orante vuole attirare l’attenzione di Dio alla sua supplica, come nei Salmi 31,3 e 88,3.
– “Povero e infelice”: l’orante si qualifica come uno dei “poveri di Jahwèh”, cioè bisognoso materialmente, ma fiducioso in Dio.
2-7: Il corpo della lamentazione inizia con la preghiera che, come l’appello introduttivo del quale si presenta come uno sviluppo, quasi ad ogni petizione fa seguire la “motivazione”, indicata con la particella causale “perché”. Le motivazioni che l’orante adduce per corroborare le sue richieste sono di tre specie: la prima verte sulla condizione dell’orante, che è quella di “fedele” e di “servo di Dio” (v. 2); la seconda si riferisce, anche se solo implicitamente, al carattere “fiducioso” della sua implorazione (vv. 3-4.7); la terza si fonda sulla bontà e misericordia del Dio d’Israele.
v.2: “Custodiscimi…”: l’orante giustifica la sua richiesta di protezione contemplando la sua presentazione col dichiararsi “fedele” nel senso spirituale (Sal 85,9) e sostenitore della fedeltà di Dio.
– “Servo”: come Abramo, Mosè, Giosuè, i quali sono stati tutti come l’uomo “che in te spera”.
v.5: “Tu sei buono…”: questi attributi di Dio richiamano quelli già manifestati nell’esperienza dell’esodo (cfr. Es 34,6; Nm 14,18; Dt 5,10; Ger 31,34; Sal 136,1).
v.7: “Nel giorno… tu mi esaudirai”: l’orante esprime la certezza e la fiducia di essere esaudito.

v.8: “Tutti i popoli… verranno e si prostreranno”: si esprime la fede nell’unico Dio come sovrano anche della storia di tutti i popoli; questi alla fine lo riconosceranno, dandogli gloria.
v.10: “Grande tu sei…”: richiama il v. 8 e riecheggia in forma di inno il nucleo della fede d’Israele (cfr. Sal 72,18; 83,19).
v.11: “Mostrami… la tua via”: significa camminare nella verità con piena adesione e fedeltà all’alleanza.
– “Donami un cuore semplice”: l’unità, la semplicità del cuore, è segno di fedeltà e di amore totale, mentre il cuore spezzato e diviso diventa sede di più padroni e di più amanti. Il cuore “doppio” e non “semplice” è diviso in più parti!
v.13: “Perché grande con me è la tua misericordia…”: professione di fede nella grandezza della misericordia di Dio, che chiude la sezione della lode, iniziata con la professione di fede nell’unicità di Dio (v. 8).
– “Dal profondo degli inferi mi hai strappato”: gli inferi sono paragonati a un abisso senza fondo e sempre bramoso di vittime. Il salmista ringrazia il Signore di averlo liberato dal pericolo di morte, causata dai nemici arroganti e blasfemi (cfr. v. 14).

v.15: “Ma tu, Signore, Dio di pietà…”: contrariamente ai nemici “atei” del v. 14, il salmista crede in Dio e spera nella sua salvezza. Perciò contrappone ad essi la sua professione di fede.
v.16: “Volgiti a me…”: l’invocazione richiama in ebraico il volto di Dio, che volgendosi al fedele porta speranza e gioia.
– “Il figlio della tua ancella”: si richiama all’espressione “tuo servo” di 2.4 e la rafforza sottolineando che egli è per nascita e per condizione “servo del Signore” (cfr. Sal 116,16). L’espressione ha anche la funzione retorica di impietosire e commuovere Dio.
v.17: “Dammi un segno di benevolenza”: chiude la lamentazione la richiesta, da parte dell’orante, di un “segno” del divino favore. Il segnale (“segno”) è doppio: positivo per il salmista e negativo per i suoi nemici. Il segno positivo per l’orante può essere o un oracolo di liberazione emesso da un sacerdote o da un profeta cultuale, o un prodigio come quelli dell’esodo, cui il salmista si è riferito nel v. 10 (“meraviglie”).
– “Mi hai soccorso e consolato”: si tratta qui di una professione di confidenza” come nel v. 13. Il salmista è già sicuro che il Signore ascolterà la sua richiesta; così confonderà e svergognerà i suoi nemici. Il salmo si conclude con il riferimento al soccorso e alla consolazione di Dio.