Salmo 105

Salmo 105

Gio, 14 Feb 19 Lectio Divina - Salmi

Il salmo 105 contiene una lezione di historia salutis, in veste innica, impartita nella cornice di una celebrazione liturgica che, come risulta meglio dal Salmo 81, ha per finalità il rinnovo, da parte degli Israeliti, degli impegni derivanti dall’Alleanza.

È il primo dei “Salmi alleluiatici” e viene usato nella liturgia; infatti, la lode del salmo è inquadrata nella cornice liturgica del rinnovo dell’alleanza (vv. 1-8). La riprova di questo è data dal fatto che i vv. 1-15 sono stati assunti dai vv. 8-22 del carme di 1Cr 16,8-36 nel contesto del trasporto e dell’installazione dell’arca a Gerusalemme per opera di Davide. La struttura è piuttosto esterna al testo, perché data dalle varie tappe degli eventi salvifici dei patriarchi ed esodali che vengono riportati.

Un elemento strutturante è offerto dalla voce “terra”, che ricorre 10 volte (cfr. 7.11.16.23.27.30.32.35.37.44); dal verbo “mandare” (vv. 17.20.26.28) e dal verbo “uscire” (vv. 37.38.43).

Il salmo non ha una vera e propria conclusione. Il v. 42 può essere considerato un’inclusione con elementi dei primi versetti, come “parola” (v. 8), “santo” (v. 1), “Abramo” (vv. 6.9).

Dal punto di vista simbolico si descrive la personalità di Dio in azione e tutto il testo è inquadrato in una cornice spazio-temporale.

Genere letterario: salmo di ringraziamento collettivo (+ motivi innici).

Divisione: 1-6: Introduzione: invito alla lode; 7: professione di fede; 8-44: il credo storico in cinque tappe: 1) vv. 8-15: i patriarchi; 2) vv. 16-22: Giuseppe; 3) vv. 23-36: le piaghe d’Egitto; 4) vv. 37-43: l’esodo e il deserto; 5) v. 44: il dono della terra; 45: conclusione: doveri dell’alleanza.

v.2: “Meditate”: il verbo originale, tradotto “meditare”, in realtà significa di per sé “mormorare” e indica perciò l’aspetto pubblico della meditazione; suppone una comunicazione con gli altri ed un proclamare più a se stessi che agli altri le opere divine. I prodigi del Signore non vanno solo lodati, ma sono oggetto di riflessione.

v.5: “Ricordate”: l’appello pressante e insistente dei versetti 1-4 raggiunge ora l’apice con l’invito a ricordare, a fare memoria (= memoriale). Il ricordo dei prodigi del Signore a favore del popolo deve servire a spronare alla fedeltà all’alleanza; è ciò che viene ricordato a chiusura del salmo (v. 45).

vv.7-44: Questo brano, che costituisce il nerbo del nostro salmo, è occupato interamente da un “discorso commemorativo”. In esso si mostra la fedeltà, da parte del Dio d’Israele, all’alleanza abramitica (vv. 7-9) nelle varie tappe della storia del popolo eletto, e cioè: nell’epoca della dimora dei Patriarchi come stranieri nella terra di Canaan (vv. 10-15), nella provvidenziale vicenda di Giuseppe condotto schiavo in Egitto (vv. 16-22), nella dimora d’Israele nella terra dei Faraoni e la conseguente chiamata di Mosè come liberatore (vv. 23-27), nei flagelli inflitti al popolo oppressore (vv. 28-36) e, infine, nella prodigiosa “uscita” dall’Egitto, seguita da una speciale assistenza divina nel deserto fino alla presa di possesso della Terra promessa (vv. 37-44).
v.7: “È lui il Signore, nostro Dio”: questo versetto riporta la motivazione della lode. La professione di fede nel Signore, unico Dio d’Israele, comporta anche il riconoscimento del suo regno universale, che egli amministra con giustizia (“giudizi”).
v.15: “I miei consacrati…”: i Patriarchi vengono chiamati in senso lato “i miei unti” (= “Messia”). È un titolo dato loro nella Bibbia soltanto qui. Essi sono, infatti, sotto la protezione di Dio, che a loro si è rivelato.
– “I miei profeti”: i Patriarchi sono profeti in quanto amici e portavoce di Dio e perciò posti sotto la sua protezione. Abramo è chiamato esplicitamente profeta da Abimelech (cfr. Gn 20,7) e in Gn 15,1.6 è descritto con le caratteristiche di un profeta.
v.16: “E distrusse ogni riserva di pane”: alla lett.: “ogni bastone del pane spezzato”. È usata qui una metonimia per indicare la mancanza di pane. La parola ebraica matteh (= bastone) può alludere o alla pertica per battere il grano sulle aie per liberarlo dalla pula (cfr. Is 28,27; Gdc 6,11; Rt 1,17), o alla pala per estrarre dal forno il pane o rigirarlo per meglio cuocerlo (Os 7,4.7.8), o al bastone che serviva a raccogliere i pani a forma di ciambella per meglio trasportarli o per appenderli, evitando che ammuffissero.
v.17: “Davanti a loro mandò un uomo”: si sottolinea l’aspetto provvidenziale della storia. È Dio che la guida e manda Giuseppe servendosi della cattiveria dei fratelli. È interessante notare che in tutta la narrazione del ritrovamento di Giuseppe da parte dei suoi fratelli in Egitto, nella fase anteriore alla sua manifestazione, egli è da loro designato con il semplice appellativo di “uomo” (“un uomo”, “quell’uomo”, “l’uomo”), proprio come qui nel salmo (cfr. Gn 43,3.7; ecc.).
– “venduto come schiavo”: il testo non dice, per discrezione, che fu venduto dai fratelli, come in Gn 37.

v.28: “Mandò le tenebre…”: anche per le piaghe si adopera il verbo “mandare” che ha per soggetto Dio, come per Giuseppe (v. 17) e Mosè (v. 26). Le piaghe riportate nei vv. 28-36, differiscono per ordine e per numero sia dal Sal 78,44-51 (ove ne sono riportate sette), sia da Es 7,12 (ove ne sono riportate dieci). Il nostro testo (vv. 28-36) ne enumera otto: tenebre, Nilo rosso, rane, mosche, zanzare, grandine, locuste e bruchi, morte dei primogeniti.

v.39: “Distese una nube per proteggerli…”: della speciale assistenza divina d’Israele nella sua peregrinazione nel deserto sono ricordati soltanto tre prodigi: quello della “nube” a “protezione” di giorno e della colonna di “fuoco” per illuminarli nella notte riferito in Es 13, 21 alla fase anteriore al passaggio del Mar Rosso (cfr. Sal 78,14); quello delle quaglie e della manna di Es 16 e Nm 11; e, infine, quello dell’approvvigionamento di “acqua” mediante la fenditura della “rupe”, narrato in Es 17,1-7 e Nm 20,2-13.

v.42: “Perché ricordò la sua parola santa…”: è un’inclusione generale del salmo sopratutto con il v. 8. Essa riprende dall’invitatorio la quattro parole fondamentali: il ricordo di Dio (v. 8), la parola-promessa (v. 8), la santità (v. 3) e Abramo suo servo (vv. 6.8). È come una sottolineatura della fedeltà di Dio che rispetta l’alleanza.

v.43: “Fece uscire… con esultanza”: si sintetizza la storia della liberazione e della libertà del popolo eletto. Si noti il grande rilievo data alla gioia, con le espressioni “con esultanza” e “con canti di gioia”. Si allude al canto di vittoria di Es 15,1-18 che abbraccia tutta l’esperienza di liberazione fino all’ingresso nella terra promessa.

v.44: “Diede loro le terre dei popoli”. Il salmista ricorda il dono della terra ormai ricevuta: una terra che non è stata frutto di meriti e umane conquiste, ma è semplicemente un dono gratuito. Infatti, la terra è stata strappata da Dio alle genti che la abitavano e l’avevano resa ricca e prosperosa con la loro fatica.

v.45: “Perché custodissero i suoi decreti…”: dal dono della terra scaturisce, a maggior ragione, l’impegno, come risposta a Dio, ad osservare i comandamenti.
È questo il patto dell’alleanza costantemente ribadito dal Deuteronomio. 

Il salmo si chiude con un accenno di ammonizione (in armonia con lo spirito di tutto il salmo) legato strettamente al versetto conclusivo del discorso commemorativo: l’osservanza della legge è la finalità che Dio si è proposta nel dare ad Israele una “terra”; ed è al tempo stesso lo scopo che intende raggiungere la “liturgia” di questo salmo.