Salmo 107

Salmo 107

Gio, 28 Feb 19 Lectio Divina - Salmi

Questo carme introduce il quinto libro dei Salmi ed è adoperato della liturgia ebraica nella Vigilia pasquale. È un componimento di un certo rilievo, robusto, preciso e, almeno nel nucleo centrale, originario, ben impostato letterariamente.

Negli elementi strutturali dei quattro gruppi di persone si ritrova lo schema del libro di Tobia (cfr. cc. 3.8.13) nella sequenza di “prova-supplica-liberazione”. Strutturalmente i ritornelli dell’invocazione (vv. 6.13.19.28) e del ringraziamento (vv. 8.15.21.31) sono costanti nelle strofe delle quattro categorie di persone della prima parte. C’è da notare che, specialmente nella sezione principale, è dato scorgere alcuni ritocchi d’impronta deutero-isaiana, da cui si può arguire una certa “rilettura” in chiave storico-salvifica. Così, per esempio, negli erranti del deserto sono viste le tribù israelitiche in cammino verso la Terra promessa; nei detenuti, languenti “in tenebra ed ombra di morte”, s’intendono gli Israeliti esuli in Babilonia, e così via.

In casi simili, come nel Salmo 68, si deve tenere conto anche dell’arricchimento che il Salmo ha ricevuto da tale rilettura. La simbologia è soprattutto cosmica (cfr. v. 3) e teologica. Le immagini fondamentali della prima parte vengono applicate allegoricamente all’intero Israele nella seconda parte.

Genere letterario: salmo di ringraziamento collettivo (+ motivi innici, profetici e sapienziali).

Divisione: vv. 1-3: solenne introduzione; vv. 4-32: le quattro categorie di persone; vv. 33-43: la storia della salvezza d’Israele.

vv.1-3: La liturgia è introdotta da un invito a celebrare l’eterna misericordia di Jahwèh rivolto a quanti sono stati, in vario modo, beneficiari della sua “redenzione” ed ora sono chiamati da tutti i punti cardinali.
v.2: “I riscattati del Signore…”: meglio dire: “i redenti di Jahwèh”. L’espressione ricorre in Is 62,12 dove designa gli Israeliti “redenti” dall’esilio babilonese. Tale espressione forse deve essere attribuita già a una rilettura del Salmo in chiave storico-salvifica.
v.3: “E radunò da tutti i paesi…”: il termine “radunò” è caratteristico della restaurazione postesilica che, per la menzione dei quattro punti cardinali, ha in prospettiva il ritorno nella Terra promessa non solo degli esuli di Babilonia ma di tutti gli Israeliti dalla “dispersione” (Diaspora).

vv.4-32: La pericope si suddivide in 4 strofe, sebbene non tutte di uguale numero di versi: vv. 4-9: i carovanieri smarriti nel deserto; vv. 10-16: i prigionieri; vv. 17-22: i malati; vv. 23-32: i marinai. Ogni singola strofa si compone di 4 elementi: presentazione della situazione, supplica, liberazione e ringraziamento.

v.4: “Vagavano nel deserto, nella steppa…”: è il primo gruppo di beneficati dal Signore, invitati a compiere il loro dovere di gratitudine al divino Benefattore. Si tratta probabilmente di carovanieri esposti a seri pericoli nel deserto. Nella rilettura storico-salvifica essi sono gli Israeliti dell’Esodo vaganti nelle asprezze del deserto sinaitico, ma anche quelli del nuovo Esodo, gli esuli di Babilonia la cui via per il ritorno in patria passa per il deserto siro-arabico (cfr. Is 40,3-5).

v.10: “Nelle tenebre e nell’ombra di morte”: l’espressione, che si ripete nel v. 14, indica la più tetra oscurità. L’oscurità completa allude al regno delle ombre, allo Sheol (cfr. Gb 36,8; Ger 38,6). Il Deuteroisaia descrive l’esilio a Babilonia come una prigione-tomba (cfr. Is 42,7.22: 49,9; 51,14.17-20). È il secondo gruppo dei beneficati di Jahwèh: sono coloro che a causa dei loro delitti hanno fatto la dura esperienza del carcere. Ma in essi la comunità postesilica ha potuto ravvisare facilmente gli Israeliti incatenati e deportati in Babilonia (cfr. Is 42,7).

v.18: “E già toccavano le soglie della morte”: è la terza categorie di beneficati da Jahwèh: della loro condizione dolorosa, come anche del divino intervento salvifico da loro sperimentato, è pieno il Salterio, in modo speciale i Salmi di lamentazione individuale e quelli di ringraziamento.

v.20: “Mandò la sua parola”: la parola di Dio, qui personificata, guarisce da ogni disordine e peccato (Sap 16,12) e consola, come un soldato che fa giustizia (Sap 18,14-15), facendo scaturire spontaneo il canto di ringraziamento. Il soggetto a cui viene rivolta la parola di Dio per la sua mortale infermità si trova lontano dal tempio, sede della divina salvifica presenza; riceve tuttavia la parola che Dio “manda” mediante un profeta cultuale e ottiene la guarigione richiesta.

v.23: “Coloro che solcavano il mare… e commerciavano sulle grandi acque…”: siamo all’ultimo gruppo di beneficati chiamati all’azione di grazie. Sono coloro che svolgono attività commerciali via mare, esposti ai gravi pericoli del mare in tempesta. È probabile che qui il salmista non si riferisca a Israeliti, inesperti di vita marinara, ma ai Fenici della costa mediterranea più a Nord della Palestina, famosi navigatori in tutta l’antichità. Ciò indica che l’attività soccorritrice di Jahwèh non è contenuta nei confini della Terra promessa o ristretta ai soli membri della nazione eletta.

v.24: “Videro le opere…”: può essere un’anticipazione del v. 29, oppure si descrive la serenità di coloro che nel mare immenso contemplavano la potenza creatrice di Dio (cfr. Sal 104,25-26; Sir 43,25). In questo caso il versetto è di grande effetto psicologico, preparando lo scoppio della tempesta dei vv. 25-27. In questo versetto si attribuisce ai pagani una “fede salvifica” identica a quella del popolo eletto.

v.25: “Egli parlò…”: la tempesta è attribuita direttamente a Dio, non essendoci nell’Antico Testamento la distinzione tra causa prima e seconda (Gn 1,4). L’espressione è di grande effetto drammatico. Sulla scena è Dio creatore e onnipotente (cfr. Gn 1,6-9).

v.27: “Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi”: si descrive plasticamente l’effetto della violenta tempesta, cfr. Prv 23,33-34. È reso molto bene l’ondeggiamento dell’imbarcazione nel mare in tempesta come pure il dondolio, proprio degli ubriachi, a cui sono sottoposti non solo i passeggeri inesperti, ma anche i marinari pieni di esperienza.

v.28: “Li liberò”: alla lettera: “li fece uscire”. Si intravede qui un accenno velato anche alle acque del Mar dei Giunchi.

vv.33-43: Viene ora il frammento dell’inno aggiuntivo. Esso è privo di una introduzione, però termina con un velato invito conclusivo alla considerazione e comprensione della fondamentale disposizione salvifica di Dio che sembra il tema svolto nel corpo dell’inno. È la descrizione della storia della salvezza d’Israele. La pericope presenta in tre quadri antitetici gli eventi fondamentali della storia salvifica: l’esodo (vv. 33-35), la terra promessa (vv. 36-39), l’esilio babilonese e il ritorno (vv. 40-42). Ogni scena offre l’aspetto negativo e positivo.

vv.33-35: “Ridusse i fiumi a deserto… poi cambiò il deserto in lago…”: il salmista esalta il dominio di Dio sugli elementi e sulla storia. Egli presenta l’irruzione di Dio creatore e salvatore nella realtà cosmica e nella storia di salvezza (cfr. Es 17,1-7).
– “Ridusse i fiumi a deserto”: in primo piano si celebra Dio per il suo potere di trasformare la natura in male o in bene, secondo l’esigenza punitiva o “salvifica” del suo governo degli uomini in genere. In chiave storico-salvifica tale potere è visto operante nelle meraviglie del primo Esodo (Mar Rosso essiccato, rocce aride mutate in sorgenti d’acqua, ecc…) e soprattutto in quelle del secondo Esodo (cfr. Is 41,18; 43,19; 50,2).
Viene chiamato secondo esodo anche quello da Babilonia (cfr. Is 40,1-11).

v.37: “Seminarono i campi…”: sono descritti i benefici della sedentarizzazione (con cerealicoltura, viticoltura e allevamento, le attività tipiche dell’uomo palestinese), visti come frutto della divina protezione.

v.39: “Ridotti a pochi, furono abbattuti…”: il verso ricorda la catastrofe della distruzione di Gerusalemme del 587 a.C. e le sventure che l’accompagnarono e la seguirono (cfr. Dt 28,63; Ger 42,2).

v.41: “e rese le famiglie numerose come greggi”: ritorna qui l’immagine tanto familiare all’uomo biblico (e orientale in genere) delle famiglie umane raccolte come gregge intorno a Dio loro pastore.

v.42: “Vedano i giusti e ne gioiscano e ogni iniquo chiuda la sua bocca”: il “chiudere la bocca” è un gesto giuridico e sapienziale insieme. È il gesto di chi si sente pesantemente sconfitto (cfr. Gb 40,4).

v.43: Il sapiente, con questa aggiunta al salmo (cfr. Os 14,10), che di per sé si conclude con il v. 42, invita tutti a meditare saggiamente sulla storia e sugli interventi potenti e salvifici di Dio, per scorgervi la sua bontà e ringraziarlo.

Tutto ciò che è stato narrato nel salmo è solo frutto dell’amore di Dio. Infatti, la parola “bontà”, in conclusione, incornicia il salmo con la parola “misericordia” del v. 1. In senso più specifico, le “misericordie di Jahwèh” sono tutti i gesti di salvezza che Dio ha operato a pro del suo popolo. Siamo dunque in un contesto storico-salvifico messo maggiormente in luce dalla rilettura della comunità postesilica.