Salmo 114

Salmo 114

Dom, 21 Apr 19 Lectio Divina - Salmi

Il Salmo celebra la liberazione dall’Egitto e l’elezione d’Israele a essere santuario e dominio di Dio. Il tutto è visto nella luce di un unico intervento teofanico.

È una bella lirica, vivace, ritmica, essenziale, regolare nei suoi elementi e ardita nelle immagini. Il Salmo si presenta come un pezzo di rara perfezione artistica non solo per la regolarità degli elementi formali (otto versetti, regolarissimi per metro e parallelismo, raggruppati in quattro strofe perfettamente simmetriche), ma soprattutto per l’eleganza e l’originalità delle immagini, nonché per la ricchezza del pensiero in esse espresso. Il centro del Salmo è dato dal v. 2, ove si dice che Giuda e Israele diventano santuario e dominio di Dio; i restanti versetti sono esplicativi ed evocativi. C’è un effetto di suspense perché il Signore, soggetto delle azioni, si rivela solo al v. 7, cioè alla fine.

La natura è personificata: mare, Giordano, monti, colline, terra si muovono e tremano davanti all’epifania del Signore. L’invito iniziale alla lode, comune negli inni, è dato semplicemente dall’alleluia iniziale. Non c’è conclusione. Nelle antiche versioni (LXX, Vulgata) il Salmo 114 era considerato unito al 115; in realtà è del tutto diverso per genere letterario e per stile.

Genere letterario: inno.

Divisione: vv. 1-2 (I strofa): Esodo ed elezione d’Israele; vv. 3-4 (II strofa): i miracoli dell’esodo (mare, Giordano, monti); vv. 5-6 (III strofa): domande al mare, al Giordano e ai monti protagonisti dei miracoli dell’esodo; vv. 7-8 (IV strofa): teofania e prodigi nel deserto.

v.1: “Da un popolo barbaro”: alla lettera: “popolo balbuziente”, nel senso che parla una lingua incomprensibile, straniera (cfr. Deuteronomio 28,49) Isaia 28,11; 33,19; Geremia 5,15).

v.2: “Giuda… Israele…”: sebbene indichino i due regni divisi dopo Salomone, qui per la legge del parallelismo si riferiscono al popolo d’Israele nella sua unità e totalità.
– “Il suo santuario… il suo dominio”: i due sostantivi sono da prendersi sia in senso territoriale, sia in senso spirituale. Si afferma la sacralità del popolo d’Israele e del suo territorio, come anche il possesso divino sia dell’Israele geografico, sia di Israele come popolo. Le due dimensioni, quella territoriale e quella esistenziale, qui convergono. Il “santuario” probabilmente non è da intendere in senso spirituale (secondo la tipica concezione teologica sviluppatasi in Israele dopo la definitiva distruzione del tempio di Gerusalemme), ma in senso concreto e cioè “sede del suo santuario” con evidente riferimento al tempio costruito nel territorio di Giuda (Gerusalemme) e dai discendenti di Giuda (la dinastia davidica).

vv.3-4: In questa seconda strofa è data la cornice in cui si muove l’azione: il Mar Rosso; il fiume Giordano; i monti (le catene del Sinai?); essi non sono spettatori muti o soggetti passivi del dramma sacro, ma con la loro azione si fanno testimoni del divino operato.
v.3: “Il Giordano si volse indietro”: stando al verbo originale (“girare”), che è adoperato anche per il girare frenetico dei danzatori, si allude qui al vorticoso movimento delle acque del fiume, che si ritira in fretta come un nemico messo in fuga. In questo versetto il poeta supera nella sua visione immaginifica il dato di Genesi 3,16, ove si parla solo di arresto del fiume e non di fuga all’indietro. Si accentua così maggiormente l’aspetto prodigioso dell’evento.
v.4: “I monti saltarono come arieti…”: il poeta descrive il terremoto della teofania del Sinai (Esodo 19) con l’immagine di un gregge improvvisamente impaurito o invasato, che si abbandona a una danza frenetica, caratterizzata da eccitati sobbalzi. L’immagine, tratta dall’ambiente pastorale, potrebbe apparire al nostro gusto piuttosto impropria, quasi grottesca; ma non è affatto tale per l’immaginativa orientale; vedi per esempio: Salmo 98,8 dove si parla di fiumi che “battono le mani”; e Isaia 55,12 mostra i monti che “gridano di gioia”.

vv.7-8: In questa ultima strofa il dramma raggiunge il suo vertice e, quindi, in conclusione, ci riporta all’Esodo, con i suoi stupendi prodigi: il Dio d’Israele si manifesta come il Signore di tutta la terra.
v.7: “Trema, o terra, …”: il verbo originale significa specificatamente il “contorcersi” per i dolori del parto (cfr. Salmo 96,9; Abacuc 3,10). La terra deve contorcersi come una donna che sta per partorire, davanti all’apparizione maestosa dell’onnipotenza del Dio di Giacobbe.
v.8: “Che muta la rupe in un lago”: tra tutti i prodigi avvenuti nel cammino del deserto, il salmista prende solo quello dell’acqua fatta scaturire dalla roccia (a Refidim e a Kades) e lo ingigantisce nella sua visione poetica, come ha fatto per il miracolo del Giordano. Significa quindi che Dio dà sempre acqua abbondante al suo popolo (Isaia 41,18; 48,21; Salmi 78,15-16.20; 107,35). Per il salmista basta solo questo miracolo dell’acqua, fatta scaturire dalla roccia, per caratterizzare sufficientemente il “Dio di Giacobbe”; il Dio che ha scelto Israele come suo popolo ed ha fissato in esso, terra del suo dominio, la sede del suo santuario.