Salmo 115

Salmo 115

Dom, 28 Apr 19 Lectio Divina - Salmi

Il Salmo 115 è un’invocazione comunitaria di fiducia in Dio. Esso rappresenta bene la situazione del popolo ebraico, tornato dall'esilio ma dominato da stranieri e circondato da pagani che non risparmiano ironie nei riguardi della loro religione e del loro Dio.

Precisamente in questa situazione popolo e sacerdoti, in una grande funzione liturgica, esprimono la loro piena e assoluta fiducia in Dio.

Il salmo può essere così suddiviso
1-2 La voce del popolo
3-8 Le parole dei sacerdoti
9-11 La preghiera comune di sacerdoti e popolo
12-15 Le parole dei sacerdoti
16-18 La voce del popolo

Possiamo seguire questa invocazione comunitaria partecipando idealmente alla liturgia che ne doveva essere all'origine e che ne definisce la struttura.

La voce del popolo (vv. 1-2). Parte dalla celebrazione della gloria del Signore, radice di ogni preghiera autentica (v 1). C'è in queste parole una meditazione finissima sul senso della elezione di Israele. Esso non è stato scelto tra i popoli per diventare una superpotenza politica o militare, oppure un centro di prestigio culturale; l'elezione non giustifica nessun nazionalismo trionfalistico, ma rende Israele lo strumento più vivo, sulla terra e nella storia, della gloria di Jahweh.

La grande gloria di Israele è la sua consacrazione alla Gloria di Dio; ed è attraverso la sua storia che Dio vuole rivelarsi agli altri popoli della terra. Israele è perciò l'immagine più alta di Dio. Essa non deve essere offuscata; Israele non deve essere mai uno schermo che cela il volto di Dio anziché rivelarlo; se lo fa, vede piombare su di sé la punizione divina, che rende possibile la domanda provocatoria degli altri popoli: "Dov'è il loro Dio?" (v 2).

L'iniquità di Israele e il castigo che essa genera sono una remora gravissima alla celebrazione del nome di Dio e quindi alla funzione missionaria che il popolo dell'elezione deve compiere. Lo ripete Isaia: "Il mio popolo è stato deportato per nulla! I suoi dominatori trionfavano... e sempre, tutti i giorni il mio nome è stato disprezzato" (52, 5).

"Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonoravano il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese. Ma Io ho avuto riguardo del mio santo nome, che gli Israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati... Così dice il Signore: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio santo nome.... Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi..." (Ezechiele 36, 20-28).

Dio stesso dunque si è impegnato a risolvere gli ostacolo frapposti dal popolo, trasformandone il cuore. Rinnovato interiormente nel suo essere, Israele non si distaccherà più dalla fedeltà a Jahweh.

Le parole dei sacerdoti (vv. 3-8). Esse contengono una catechesi anti-idolatrica, polemica nei confronti della provocazione pagana. All'ironico interrogativo: "Dov'è il loro Dio?", si contrappone una vivace pittura dell'altro dio adorato dalle Nazioni, che è spesso liquidato nel salterio con la definizione di vanità, cioè un nulla (cfr. Salmi 24,4; 26,5; 31,7; 96, 5) che porta alla nullità anche il suo fedele (v 8).

Si risentono qui gli elementi caratteristici della predicazione profetica. Le pagine da tenere presenti per questo commento sono Geremia 10, 3-16, dove è descritta la nullità dei falsi dèi; Isaia 44, 9-20 che è una satira feroce contro i fabbricanti di idoli; il Salmo 135, 15-18, un testo che sembra dipendere dal nostro salmo per la somiglianza dei termini usati.

Si può tenere presente anche quanto è scritto nel libro della Sapienza ai capitoli 13-15 contro tutte le varie forme di idolatria. Le divinità "opera delle mani dell'uomo, divinità di legno, di pietra, che non vedono, che non odono, che non mangiano, e non fiutano" (Deuteronomio 4, 8), sono la mistificazione del Signore, che è un Dio vivente e personale, che può ripetere come in Giosuè 24, 3-13 il suo "Io" di persona libera e potente, ricordando tutto quello che "Dio"-"Io" ha fatto.

La preghiera comune di sacerdoti e popolo (vv 9-11). Si passa ora all'inno corale cantato in forma antifonale tra popolo e sacerdoti. Abbiamo altri esempi di preghiera liturgica simile a questa: Salmo 118, 2-4; Salmo 136: "Perché eterna è la sua misericordia".

Tre classi di persone sono evocate dai sacerdoti: anzitutto le 12 tribù di Israele; poi la "casa di Aronne", i sacerdoti, e infine "coloro che temono il Signore" cioè i proseliti, pagani convertiti alla fede di Israele. La parola-chiave che raccoglie in unità queste tre classi è la fiducia, il confidare in Jahweh.

È la professione di fede che strappa dalle tenebre dell'idolatria e fa operare, come ripete il popolo nella sua antifona, per l'unico "scudo e aiuto": il Signore. È questo il nucleo tematico del Salmo, che ha appunto una struttura concentrica. Infatti da questo momento riprenderanno le voci precedentemente ascoltate che ora chiudono simmetricamente il Salmo attorno a questi versetti.

Le parole dei sacerdoti (vv. 12-15). Alla fede del popolo risponde la benedizione impartita dai sacerdoti nel nome di Jahweh. Essa è efficace come la Parola di Dio, è ri-creazione di forze vitali e di fecondità che renderanno il popolo, decimato dalle stragi e dalle deportazioni a Babilonia, non più sterile: "Esulta, o sterile.... perché i figli della derelitta sono più numerosi dei figli della sposata. Allarga lo spazio della tua tenda... perché ti dilaterai a destra e a sinistra, la tua discendenza entrerà in possesso delle nazioni, popolerà le città una volta deserte" (Isaia 54, 1-3). Ritornano cosi la speranza piena e la fiducia, perché "il Signore si ricorda di noi" (v 12). "Si dimentica, forse, una donna del suo bambino, una madre del figlio del suo seno? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò" (Isaia 49, 15).

La voce del popolo (vv. 16 -18). All'eco della finale dei sacerdoti (il Signore creatore dei cieli e della terra), subentra il coro del popolo, che celebra il dominio di Dio su tutto l'universo. Esso è, secondo la cosmologia del tempo, diviso in tre settori: anzitutto il cielo, esclusiva dimora di Jahweh, ove gli altri idoli non hanno spazio. Il nostro Padre è nei cieli non tanto perché è infinitamente trascendente e diverso dall'uomo, polvere e creatura, ma perché da lassù egli abbraccia l'intero essere con la potenza viva e salvante.

La terra è stata affidata agli uomini "perché la coltivassero e la custodissero" (Genesi 2, 15); essi sono i rappresentanti di Dio, suoi amministratori ai quali tutto è subordinato nel creato. Nasce così un'armonia mirabile tra la natura e l'uomo, che con la sua scienza e la sua tecnica può trasformare ed esaltare i beni terrestri secondo l'ideale progetto di Dio contenuto nel c. 2 della Genesi, e che purtroppo l'uomo ha scartato con il suo peccato (Genesi 3-4).

La terza sfera è quella dello Sheol, triste e spettrale soggiorno dei defunti. Il cammino per conquistare la fede nella sopravvivenza dell'uomo è faticoso e progressivo, lentamente rivelato agli occhi umani dalla Parola di Dio. Per molte pagine bibliche, come al v 17: "non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba", l'oltrevita è compendiato nel totale silenzio, in una esistenza quasi larvale e semplificata, priva soprattutto di quella meravigliosa possibilità offerta dalla vita terrestre che è la preghiera e la liturgia del Tempio.

Tutta l'attività umana, tutte le gioie terrene, i colori, i suoni, il fascino di questa terra sfumano di fronte alla sconfinata felicità, fonte dell'esistere stesso, contenuta nella lode di Dio e nel culto. Se non si prega e non si benedice Dio si è come morti, cadaveri privi di vita.

Trasposizione cristiana 
La polemica contro l'idolatria oggi si imposta in termini più profondi e non meno radicali. Da una parte stanno gli idoli secolari della nostra cultura che sollecitano la nostra dedizione e fiducia come surrogato dell'atteggiamento religioso. Certe pagine di Pier Paolo Pasolini e di Thomas Sterns Eliot fanno una critica appassionata degli idoli del nostro tempo. D'altra parte dobbiamo confrontarci con le nostre rappresentazioni mentali non critiche di Dio.

In questa nuova prospettiva il salmo conserva la sua validità, come si può vedere nel Salmo 82. Noi dobbiamo capire che Dio ha dato la terra agli uomini perché la sviluppino. Questo vale anche per la Chiesa: i cristiani non possono scandalizzarsi o disinteressarsi del mondo o dell’attività temporale, come se la loro attività fosse solamente quella di sperare e stare a guardare il cielo. Nel Nuovo Testamento non si dice che Dio ci dà il cielo, ma la vita eterna. D'altra parte l’impegno e l’attività nel mondo non esauriscono il senso dell'uomo. Utilizzando il linguaggio del Salmo, applicato all'Ascensione del Signore, possiamo dire: il Signore sta nel cielo e tutto quello che vuole lui lo fa. In lui riponiamo la nostra fiducia. È Lui che ci ottiene dal Padre ogni genere di benedizioni: "Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale..." (Efesini 1, 3). Tuttavia qualcosa resta in sospeso e la nostra eternità non è solo di generazioni. Siamo fin d'ora i "benedetti del Signore" e un giorno ci toccherà ascoltare: "Venite, benedetti, dal Padre mio, a possedere il Regno" (Matteo 25, 34).