Salmo 118

Salmo 118

Mar, 21 Mag 19 Lectio Divina - Salmi

Questo Salmo chiude la serie dei Salmi dell’Hallel pasquale. È pieno di vivacità e di articolazioni interne. Infatti, è un Salmo di ringraziamento che ha anche chiare tracce dello stesso cerimoniale liturgico, effettuato o immaginato poeticamente, in cui intervengono vari personaggi: l’orante principale, il coro, i sacerdoti. Il testo attuale rispecchia l’atmosfera del postesilio. Nel Testo Masoretico il nome del Signore (Jahwèh) ricorre 27 volte e l’espressione “nel nome del Signore” 4 volte (vv. 10.11.12. 26).

La simbologia è molto ricca. È spaziale, temporale, liturgica, antropomorfica, bellica. Il salmo si presenta come un concerto di voci, le più disparate, e intende celebrare, nel contesto di una solenne azione di grazie, l’eterna bontà e misericordia di Jahwèh, della quale un fedele -un giusto- ha fatta la felice esperienza.

Genere letterario: salmo di ringraziamento collettivo (+ motivi liturgici e sapienziali).

Divisione: vv. 1-4: solenne invito a lodare; vv. 5-18: narrazione dell’esperienza dell’orante; vv. 19-28: ringraziamento nel tempio; v. 29: invito a lodare (inclusione con il v. 1).

Il Salmo 118 è una forte testimonianza della forza della fede che sgorga dall'aiuto di Dio sperimentato immediatamente, e si muta in azione di grazie e in gioioso donare a Dio ogni angoscia umana e ogni afflizione. Per questa sua peculiarità il Salmo è idoneo a diventare un soccorso per l'angoscia esteriore, a consolare altri da pensieri depressivi attraverso lo slancio della sua forza di fede ed a condurre alla fiducia nella bontà di Dio, che agisce vivamente soccorrendo. Il Salmo era destinato ad essere recitato nella liturgia in forma antifonale, specialmente nei giorni di festa; alcuni pensano alla festa delle capanne, altri alla dedicazione del tempio.

Introduzione (vv. 1-4)
v.1: probabilmente era intonato dal primo cantore, secondo l'usuale formula di confessione liturgica. Il suo tema e contenuto evidenzia la bontà e la grazia divine, che restano invariate per sempre. Uno dopo l'altro sono esortati a celebrare l'azione di grazie i diversi gruppi dei partecipanti: anzitutto Israele; poi "la casa di Aronne", i sacerdoti e finalmente i "tementi Dio", cioè i proseliti di origine non israelitica. Con la loro confessione, senza differenze, essi si pongono sotto la grazia eterna di Dio.

L'azione di grazie personale (vv. 5-21)
vv.5-9: dopo l'introduzione corale segue il canto di grazie del re, riconoscibile per l'uso della prima persona singolare: "io". Incomincia con l’esprimere un sentimento di fiducia verso Dio che lo sorregge: Dio è a suo favore, chi può stare contro di lui? Con Dio egli non conosce paura umana. Nessuno deve avere paura, perché il confronto non è "uomo contro uomo", ma "Dio contro uomo". Esiste un unico punto di consistenza che resta incrollabile: Dio.

Soltanto quando l'uomo ha rinunciato ad ogni residuo di fiducia umana e ad ogni occhiata traversa alle potenze umane e agli strumenti di potere umani, solo se sono infrante tutte le difese umane, allora può sorgere l'autentica fede. Questo è il terreno sul quale si acquisiscono e si conservano il coraggio e la chiarezza di questo comportamento di fede.

Ecco che solo ora il Salmo passa alla narrazione, con una descrizione particolareggiata (vv.10-18) degli eventi, non però seguendo una successione cronologica, quasi a voler sottolineare da una parte la grandezza del pericolo, e dall'altra la potenza di Dio (vv. 10-14), per arrivare nel grido di giubilo di vittoria (vv. 15-16) per la nuova speranza vitale del salvato (vv. 17-18).

vv.10-18: con un ritmo potente, rafforzato dalla forma antitetica delle frasi e dal ritornello "ma nel nome del Signore li ho sconfitti", il re descrive il suo scontro con il nemico. Si sente che in lui c'è ancora l'impeto e il terrore di quelle ore in cui si lottava per la vita e per la morte. Così il re narra come fosse circondato da "tutti i popoli" come da uno sciame di api, oppure da un crepitante fuoco di spini, ma anche come avesse distrutto i nemici in nome di Dio. È degno di nota il fatto che il re non parla mai con orgoglio presuntuoso e si sottomette a Colui che gli ha procurato la vittoria: Dio (vv.13-14). Il re confessa che questo non è un fatto umano: Dio è la sua forza e il suo canto. È una confessione di umiltà e di gioiosa gratitudine.

Il canto di lode e di ringraziamento erompe come una fanfara. È un inno di vittoria che risuona "nelle tende dei giusti", ossia nel gruppo dei pellegrini in festa: "la destra del Signore ha prodotto la vittoria". Dio qui è contemplato come un eroe gigantesco che innalza il suo braccio vittorioso. Una tale visione è concessa solo alla fede. Non solo, ma l'esperienza di Dio domina il re, che avendo avuto davanti agli occhi la morte in modo così forte, ormai può comprendere la sua vita futura solo a partire da Dio, con cui si è incontrato. La vita gli è stata di nuovo donata; egli deve vivere secondo la volontà di Dio.

Il Signore, che dona la vita, la esige per il suo servizio. Anche nei momenti di sofferenza sa quanto Dio ha operato per lui; adesso è chiaro che Dio guida la sua vita tra gli scogli e non può più temere.

vv.19-21: descrivono l'azione di grazie del salvato che si trova all'ingresso del tempio e prega i portinai di aprire la "porta della giustizia" che è ancora chiusa, perché possa rendere grazie al Signore. Il v. 20 si comprende come risposta dei guardiani delle porte, che invitano ad entrare nel santuario. Nei salmi 15 e 24 sono descritte le condizioni per entrare: soltanto il "giusto" può entrare nella casa di Dio, perché è colui che riconosce l'opera salvatrice di Dio.

La confessione della comunità (vv. 22-25)
Il cambiamento del soggetto "noi" indica che adesso ha la parola la comunità. Essa descrive quanto è avvenuto al re con la famosa parabola della pietra che, rigettata dai costruttori, è diventata pietra angolare. È una pietra sbozzata come cubo, poiché deve sopportare il peso dell'edificio da due lati, quindi deve essere scelta con cura particolare e per essa può essere usato solo un materiale buono e saldo. La parabola illustra il mutamento del destino del salvato: dagli uomini egli era stato rifiutato, ma da Dio è stato scelto, salvato, apprezzato e incaricato di un compito particolarmente importante. La testimonianza di fede del salvato conferma ulteriormente la fede della comunità.

Benedizione dei sacerdoti (vv. 26-29)
Raggiunto l'interno del santuario, gli intervenuti sono salutati dai sacerdoti. "Benedetto colui che viene nel nome del Signore" è rivolto al re; "vi benediciamo dalla casa del Signore" è il saluto rivolto alla comunità. La benedizione viene dalla casa del Signore. Come per la benedizione di Aronne (Numeri 6,24-26) che allude alla teofania, anche i sacerdoti si uniscono all'intera comunità di salvati. La conclusione del Salmo è formata dalle parole di ringraziamento del re (v. 28) e del coro (v. 29).

Trasposizione cristiana

Al tempo di Gesù il Salmo 118 veniva recitato come Salmo per il piccolo Hallel (=lode) in tutte le grandi feste. Lo Hallel fa pure parte della preghiera rituale della cena pasquale ebraica, mentre si riempiva il quarto calice. "Dopo aver cantato l'inno di lode uscirono verso il monte degli ulivi" (Marco 14,26).

Questo è un Salmo che anche Gesù ha usato nelle ore più importanti della sua vita. È lui il vero rappresentante di Israele e in lui si avverò quello che è detto al v. 22: "La pietra scartata dai costruttori, è divenuta testata d'angolo". A lui si riferisce Pietro nella sua prima lettera (2,4 ss.): "Se andrete da lui, la pietra viva, diventerete anche voi pietre vive, edificate in una casa spirituale, in un sacerdozio santo, per offrire ostie spirituali, gradite a Dio per mezzo di Gesù Cristo". Oppure quello che Pietro dice nel suo discorso davanti al Sinedrio (Atti 4,11).

È il Salmo che ci aiuta a pregare in unione col Signore risorto e glorificato, che "è entrato una volta per sempre nel santuario" (Ebrei 9, 12), "nel cielo stesso, per apparire ormai per noi davanti al volto di Dio" (ivi, 9,24).

Perciò nella preghiera della chiesa questo Salmo è stato fin dagli inizi un cantico caratteristico delle feste del Signore.

Nell'Ufficio divino della Pasqua, il v. 24: "Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso", viene ripetuto come espressione di gioia festiva per il trionfo di Gesù Cristo. Il "Benedetto colui che viene", nel canone della Messa, risale al v. 24 del Salmo, attraverso Matteo 21,9ss: l'Osanna dell'entrata di Gesù in Gerusalemme.