Salmo 120

Salmo 120

Dom, 14 Lug 19 Lectio Divina - Salmi

Questo Salmo apre la raccolta (15 Salmi) dei Cantici delle ascensioni (i Salmi delle “Ascensioni” si chiamano anche “graduali”), ma la sua inclusione è probabilmente avvenuta in un secondo momento, data la notevole differenza rispetto agli altri. Come si confaceva ai pellegrini che salivano a Gerusalemme per strade difficili, così si addice anche molto bene al cristiano in cammino verso la Gerusalemme celeste.

È da notare che nel nostro Salmo il riferimento alla città santa è solo indiretto e sottinteso; forse, per questo, la sua presenza nella suddetta collezione deve ritenersi semplicemente occasionale e tardiva. Nella breve composizione il salmista ricorda con intima sofferenza i tempi duri passati in terra straniera, fra gente incivile, poco rispettosa del diritto; soprattutto, ricorda il pericolo occorsogli di cadere lui stesso, uomo amante della pace e del quieto vivere, vittima di gravi calunnie, dalle quali solo il divino intervento l’ha potuto liberare.

Il breve Salmo riesce a creare un’intensità espressiva molto forte, movimentata anche da un dialogo fittizio. La simbologia è bellica e somatica.

Genere letterario: supplica individuale.

Divisione: v. 1: dichiarazione di fiducia iniziale; vv. 2-4 (I strofa): supplica di liberazione; vv. 5-7 (II strofa): esposizione del caso.

vv.1-2: In questa breve sezione introduttiva il salmista, nel proclamare ex abrupto di essere stato esaudito da Dio (v. 1), riporta le parole stesse della sua supplica mettendo in risalto il grave pericolo che ha corso, cioè quello delle false accuse.

v.1: “Nella mia angoscia ho gridato…”. L’espressione “al Signore” (Jahwèh) è in stato enfatico e apre il salmo come un’esplosione di fiducia e di speranza. Il salmista attesta la sua precedente esperienza di ricorso al Signore e la sua positiva risposta.

L’angoscia, propriamente “prigionia” si riferisce ad una difficile situazione esterna, come nel caso di un giusto perseguitato e oppresso, che porta riflessi interiori con sensazioni di soffocamento.

v.2: “Dalle labbra di menzogna, dalla lingua ingannatrice”: sono due espressioni sinonime con le quali si descrive il nemico. Si tratta di gente falsa, menzognera. Il salmista si sente circondato come da fiamme di menzogna e calunnie! La parola menzognera è anche quella degli idolatri. Gli idoli, infatti, sono inganno e falsità. In questo caso la prima strofa si accorda meglio con la seconda, in cui il salmista dice di trovarsi in territorio straniero.

vv.3-7: In questa seconda sezione, che in fondo costituisce il corpo del salmo, emerge una duplice reazione del salmista: una di “maledizione” contro il suo accusatore (vv. 3-4), l’altra di pena per la difficile esperienza vissuta a causa di gente malintenzionata.

v.3: “Che ti posso dare…”: lett.: “Che darà a te…”. I LXX e la Vulgata hanno visto un passivo: “Che cosa si darà a te?”. Nell’uno e nell’altro caso si sottintende come soggetto “il Signore”. È un interrogativo retorico che vivacizza il testo. Si chiede così al Signore di intervenire con la sua punizione esemplare di giustizia (legge del taglione) contro i nemici falsi e calunniatori. Può trattarsi anche di giuramento imprecatorio. Il salmista, ispirandosi al linguaggio proprio del giuramento, si serve della formula imprecatoria del tipo: “questo Dio darà.” (cfr. 1Samuele 3,17; 14,44 ecc.).

v.4: “Frecce acute… carboni di ginepro”: è la risposta di Dio. Il salmista, come non di rado capita nella preghiera “imprecatoria” dei Salmi, auspica che il suo avversario subisca il divino castigo mediante le sue stesse mani. Le due immagini: “frecce” e “carboni di ginepro” corrispondono alla legge del contrapasso. Poiché la parole sono come dardi, le parole punitrici di Dio sono come frecce appuntite; e per di più sono scagliate da un uomo valoroso, capace di colpire infallibilmente l’obbiettivo! Il “ginepro” è menzionato qui per la sua durezza del suo fusto, che dà un carbone ben resistente.

v.5: “Me infelice”: la strofa si apre con un’esclamazione onomatopeica ‘oyah (lett. “Ahimè”!), che esprime angoscia e paura.

– “Mosoch”: in Genesi 10,2 con questo nome è chiamato il figlio di Jafet e indica le popolazioni che abitano nelle regioni del Nord (tra il Mar Nero e il Caucaso).

– “Cedar”: cfr. Genesi 25,13-14. Questa zona viene collegata con il secondo figlio di Ismaele e richiama le tribù della penisola arabica o del deserto della Siria (cfr. Isaia 21,16-17; 42,11-13; 60,7).

v.6: “Troppo io ho dimorato…”: alla lett.: “Troppo ha dimorato per sé l’anima mia”. L’espressione (“anima mia”) fa inclusione con il v. 2. L’orante si pronuncia sul tempo della sua dimora. Egli sente che è stata lunga e insostenibile la sua situazione di trovarsi come straniero in mezzo a gente bellicosa e idolatra. Si avverte l’ansia di un Ebreo della diaspora che si sente a disagio in terra straniera e che desidera al più presto fare ritorno in patria.

v.7: “Io sono per la pace…”: viene contrastata l’espressione del v. 6b. Il versetto originale è ellittico, ma il parallelismo antitetico è comprensibile. Il verso suona: “io per la pace, essi per la guerra”. Il salmista con il binomio antitetico “pace-guerra” qualifica se stesso come uomo pacifico, i nemici come uomini bellicosi.