Salmo 122

Salmo 122

Dom, 28 Lug 19 Lectio Divina - Salmi

I Salmi che vanno dal 120 (119) al 134 (133) costituiscono un libretto di 15 canti e sono chiamati cantici delle ascensioni. Di fatto in questo libretto i Salmi di pellegrinaggio vero e proprio sono soltanto il 121 e il 122. Questi canti erano usati dai pellegrini che salivano a Gerusalemme in occasione delle feste più importanti come la Pasqua, la Pentecoste e le Capanne; venivano però usati anche in altri contesti. Sono tutti Salmi brevi (tranne il 132) con caratteristiche proprie, per cui, benché facciano parte di tanti generi diversi, vengono catalogati a parte.

La tradizione cristiana ha assunto questi Salmi per farne la preghiera del fedele che cammina verso la Gerusalemme celeste. Possono diventare suppliche per accompagnare il nostro desiderio di camminare con lo sguardo fisso verso quel luogo a cui il cuore tende, la Gerusalemme celeste dove finalmente potremo vedere Dio faccia a faccia.

Il Salmo comprende una introduzione (vv. 1-2) e due strofe; la prima comprende i vv. 3-5, la seconda i vv. 6-9. L'introduzione si conclude col nome di Gerusalemme e lo stesso si trova all'inizio di ogni strofa (v.3 e v.6).

La prima strofa ci aiuta a guardare verso Gerusalemme mentre il pellegrino è in sosta e in estasi per la visione della città.

La seconda strofa consiste in una serie di auguri e benedizioni mentre il pellegrino muove i suoi passi. Pronuncia parole di pace e questo termine (shalòm) torna tre volte, al v. 6 primo rigo (non nel secondo rigo, come invece riporta la nostra traduzione); nel v. 7 e nel v. 8.

Le due strofe sono disposte in modo da costituire un commento al nome di Gerusalemme, vista come città della pace: Ieru-shalàim; secondo un’interpretazione popolare e antica il nome di Gerusalemme esprime anche la sua vocazione nella storia. 

Introduzione (vv. 1-2). La gioia è esplosiva, perché il viaggio, per quanto difficile, non è stato inutile. Il pellegrino non testimonia solo la gioia del momento presente, guarda anche all'indietro: "Mi dissero...". Qualcuno lo ha invitato in una carovana, lo ha convinto. Quando ancora dimorava nel suo paese lontano, ha ricevuto un invito e ora guarda indietro e dice: "Quale gioia quando io ascoltai quella voce...". Ripercorre quindi il passato a partire da un evento attuale. Ha scoperto un tesoro che era presente fin dal tempo "dell'angoscia" (Salmo 120: l'inizio del pellegrinaggio). Allora non si rendeva conto e protestava dichiarandosi infelice e abbandonato. Solo ora è in grado di leggere il significato degli eventi. Allora tutto era buio, ora rilegge l'intero svolgimento del suo percorso e scruta quell’oscurità. Non è soltanto la gioia di avere superata una prova, è la ricapitolazione di tutto il passato e la conferma della coerenza interiore del viaggio. "E ora i nostri piedi si fermano...". Guardare Gerusalemme è la conferma della forza che lo trascinava avanti quando era ancora amareggiato.

vv.3-5: prima strofa. Lo sguardo è fisso su Gerusalemme: "là" (v. 4). Il pellegrino guarda e ammira dall'alto del monte degli Ulivi. La prima idea che gli affiora alla mente è quella di una grandiosa unità urbana, compatta e simile ad un insieme in cui tutto è ben congegnato. È l'immagine della solidità e della robustezza, che nel linguaggio biblico serve a rimarcare la prerogativa della bellezza.

Forse non è così per la nostra sensibilità, ma lo è per la mentalità biblica, dove una cosa è bella anche perché è poderosa, solida, compatta, radicata, indistruttibile. Gerusalemme è bellissima perché è amata e scelta dal Signore, da lui benedetta e abitata; su di lei pesa l'attenzione dell'Onnipotente.

Al v. 4 si dice che il pellegrino, quanto più guarda la città, tanto più si accorge che è meta di tanti pellegrini come lui. Là salgono le tribù, sia pure per strade diverse, in tempi diversi, tuttavia puntando verso la stessa città. Egli ha compiuto il viaggio da solo o con pochi altri e ora scopre che ci sono anche tanti altri viandanti. Vedere così Gerusalemme è scoprire una intensa esperienza di comunione. Se non si fosse messo in viaggio non avrebbe mai potuto sperimentare questo dono. Guarda a Gerusalemme e già si accorge di non essere più solo ma insieme a tanti altri che, come lui, sono andati alla città santa. Per il popolo disperso, per noi, guardare Gerusalemme significa ritrovare la gioia della comunione.

Al v. 5 il pellegrino guarda in direzione della reggia. È la città di Davide, capitale del Regno. Là ci sono i "seggi del giudizio", cioè il tribunale e il governo. È la città che custodisce la promessa davidica, la promessa riguardante il Messia, che siederà sul trono di Davide. Si va a Gerusalemme per imparare a contemplare il volto del Messia.

vv.6-9: seconda strofa. Il pellegrino ripete una serie di auguri di pace. Annunciare pace a Gerusalemme, la città la cui vista ridà pace al viandante, significa ricordare che Gerusalemme è abitata da "coloro che ti amano", da coloro che vivono dentro la cerchia delle mura e sono difesi dai baluardi delle mura. Il pellegrino augura la pace a questi abitanti.

Gli ultimi due vv. 8 e 9 estendono l'augurio di pace in due direzioni:

  1. a) "per i miei fratelli e i miei amici io dirò..." (v. 8). Agli amici e ai fratelli incontrati nel viaggio è augurata la pace. Già al v. 4 si parla di questo: quando ancora non si è giunti, già si riconosce che la città di Gerusalemme consente di apprezzare la presenza di fratelli e amici. Ciò significa che mentre siamo viandanti e pellegrini e non siamo ancora giunti a Gerusalemme, siamo in grado di riconoscere un dono grande che dà gioia: la presenza di fratelli e amici che camminano con noi verso la stessa meta, Gerusalemme.
  2. b) "per la casa del Signore nostro Dio..." (v. 9). In Gerusalemme è riconoscibile la casa del Signore, il tempio. Gerusalemme è benedetta a causa del tempio. A questo tempio di pace dovremmo accorrere tutti, cristiani, ebrei, musulmani, per ritrovare la pace, perché tutti siamo spiritualmente debitori di questa città.

Trasposizione cristiana
Lo sguardo del pellegrino a Gerusalemme ricapitola tutta la storia della salvezza. Gerusalemme splendore di bellezza; Gerusalemme sede della comunione; Gerusalemme promessa del Messia: Profezia, Sacerdozio, Regalità sono evocate nella loro sapiente tradizionale struttura:

  • la bellezza di Gerusalemme, già contemplata dai Profeti (profezia);
  • la comunione che si realizza a Gerusalemme, là dove è lodato il Nome del Signore, nel luogo santo (sacerdozio);
  • la regalità del Messia, che a Gerusalemme si impone (regalità). Guardare, contemplare e ammirare quella città significa intravedere il volto del Messia.

Questo Salmo è stato pregato anche da Gesù, pellegrino alla città della promessa. Qui Gesù piange: "Quando fu vicino alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace.... " (Luca 19, 41-42). Sono proprio quelle lacrime che coprono il volto di Gesù, che lo rendono visibile come il volto del Signore. Chi sale a Gerusalemme ritrova il volto di Dio, ma è in grado di vedere anche il proprio, perché è nel volto del Messia, crocifisso e risorto, che è possibile ritrovare la propria identità di uomini; quel volto è il vero uomo, non c'è ormai più nessuna possibilità di sbagliarsi: "Ecce homo" (ecco l'uomo! - Giovanni 19, 5).

Per la preghiera personale

  • Che cosa rappresenta per me Gerusalemme? So di essere in cammino verso una stabile e definitiva dimora?
  • Con quali parole potrei esprimere il mio desiderio di vedere il volto del Signore?
  • So vedere nella fatica del cammino la gioia dell'incontro?
  • "Ama la pace, conserva la pace, conquista la pace: essa sarà più profonda quanto più sarà posseduta dal maggior numero di persone" (S. Agostino). È vero, questo, anche per me?