Salmo 126

Salmo 126

Mer, 28 Ago 19 Lectio Divina - Salmi

È un Salmo "delle ascensioni" o "graduale" e celebra il sogno incredibile del popolo d’Israele di poter ritornare a Sion dopo la tremenda prova dell'esilio.

Occorre notare anzitutto una notevole differenza tra l’originale ebraico e la traduzione italiana comunemente utilizzata nella liturgia:

 

Traduzione CEI
1Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, eravamo come in sogno.
4Riconduci, Signore, i nostri prigionieri.

Testo Ebraico
1Quando il Signore cambiò le sorti di Sion, eravamo come coloro che sognano.
4Cambia, Signore, le nostre sorti.

Nel testo ebraico del Salmo si parla di un intervento generico, con il quale Dio interviene nella vita del popolo; quindi può andar bene per qualunque tipo di azione di Dio nella vita del credente, tramite la quale Egli cambia radicalmente una situazione, migliorandola. Mediante la preghiera del popolo qualcosa si modifica e cresce; infatti, l’espressione "il Signore cambia le sorti" nel corso della preghiera si chiarisce e mostra il suo vero senso: si tratta del ritorno dall'esilio.

Pertanto tornare dall'esilio è il modo più chiaro per capire cosa significhi che Dio cambia le sorti. Si può dire che ogni volta che Dio interviene nella nostra storia, personale e comunitaria, per portarci dalla morte alla vita, dall'angoscia alla gioia, dal pianto al canto, noi siamo nella stessa situazione degli ebrei quando, ebbri di gioia e come dei sonnambuli, tornavano dall'esilio per riabitare la loro patria.

Significato del salmo
Per capire l’immensa gioia espressa dal Salmo vale la pena di considerare il terribile dolore che l’esilio comporta. Israele andando in esilio non soltanto perde la propria sovranità nazionale, la terra e la libertà, ma in questa situazione estrema di sradicamento è esposto alla tentazione di mettere in discussione il suo rapporto con Dio, che si era impegnato a prendersi cura del suo popolo con una specialissima Alleanza (cfr. Mosè che asperge dello stesso sangue sia il popolo che l'altare in Esodo 24, 6-8): gesto simbolico che significa che Dio e il suo popolo sono uniti dallo stesso sangue. Il “venir meno” di uno fa morire anche l'altro, per cui quando Israele va in esilio e, per così dire, muore, Dio “rimane senza sangue”; viene in qualche modo sfigurata e messa in questione proprio la sua capacità di essere fedele alla propria Alleanza. Il popolo in esilio sperimenta l'abbandono di Dio, anzi ha l’impressione che Dio gli sia diventato nemico. In esilio il popolo dell'Alleanza grida: "Dio ha deciso di sterminarci". Lo stesso concetto è espresso in forma drammatica nel libro delle Lamentazioni al c. 2, 1-8.

Quando l'esilio finisce, Dio da nemico diventa Colui che riprende tra le sue braccia Israele e, come una chioccia, cerca di radunare i suoi pulcini dispersi per riportarli in patria. Perciò: "Allora eravamo come quelli che sognano!"

Israele scopre che Dio non vuole annientarlo, che è il Signore della vita, che lo ama e che vuole che continui a vivere. La riscoperta di questo Dio getta nella gioia, nel sogno… Normalmente diciamo: "mi sembra un sogno" quando usciamo da una situazione che sembrava senza via di uscita. L'immagine però è anche quella della visione.

Cos'è il sogno per la mentalità antica? È il modo con cui Dio partecipa agli uomini il suo modo di vedere la realtà, il modo con cui spiega il senso di ciò che avviene o che sta per avvenire. Per esempio, il Faraone fa un sogno e Giuseppe glielo interpreta (cfr. Genesi 41, 9ss.) facendogli comprendere ciò che sarebbe successo. Giacobbe in sogno vede gli angeli e capisce di essere in un luogo sacro (Genesi 28, 10-22).

Il sogno serve a far in modo che Dio possa condividere con gli uomini un po’ del suo sapere. Quindi la frase può anche significare: "Noi eravamo come quelli che sognano", oppure: "Eravamo i visionari", quelli cioè davanti ai quali si apre una visione che manifesta il vero senso della realtà. Noi eravamo quelli che in una situazione che sembrava quasi irreale, sono in grado di discernere il vero senso delle cose, al di là di ogni apparenza: Dio non è Colui che uccide, è il Dio che fa vivere.

Allora il sogno e la visione diventano una lode: "Si diceva tra i popoli: Grandi cose ha fatto il Signore per loro" (v. 2). "Sì, grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia" (v. 3).

Cosa fanno i popoli davanti al fatto del ritorno del popolo di Dio dall'esilio? Confessano la Sua grandezza. Cosa fa Israele? Gode nella lode, perché il ritorno dall'esilio, che è la grande meraviglia operata da Dio, è segno di un’altra meraviglia: quella del definitivo ritorno nella terra promessa; è il popolo che si converte a Dio, è il segno che il peccato è stato perdonato.

Siamo in presenza di segni che rimandano a una realtà di tipo escatologico. Perciò, dopo aver detto, pregando, che "il Signore ricondusse i prigionieri" (v. 1), nel v. 4 è possibile parlare all'imperativo, chiedendo: "Riconduci (fa’ tornare), Signore, i nostri prigionieri".

Tra passato e avvenire sta il pellegrinaggio attuale.
La prima strofa parla dell'opera del Signore: fu Lui e Lui solo a ricondurre i prigionieri. Ora si può dire, storicamente, che non solo Dio fece tornare alcuni, ma lo si prega che tornino tutti, perché Dio stesso, che è ritornato, ritornerà. Teologicamente parlando si può dire che il regno di Dio è già venuto, non però ancora definitivamente; il ritorno in patria è già avvenuto, ma non ancora in modo totale. Perciò si può dire: "Fa' tornare, Signore, i prigionieri!", cioè: porta a compimento il segno, rendi definitiva la meraviglia.

Nel Salmo, la richiesta di far tornare i prigionieri presenta due modalità:

  • come i torrenti del Negheb (v. 4);
  • come il contadino (vv. 5-6).
    v.4: Il Negheb è il deserto montagnoso della Palestina fatto di sassi e roccia e le strade si trovano nei punti più bassi delle valli. In questo deserto la pioggia è una vera benedizione, però quando piove l'acqua si incunea in queste valli strettissime e acquista violenza, formando torrenti impetuosi. È l'immagine di una benedizione che è al tempo stesso distruttrice; è anche l'immagine di torrenti di lacrime che irrigano il deserto.
    vv.5-6: Il contadino è colui che semina e il suo lavoro serve perché la terra dia frutto, ma egli fa esperienza che la maturazione di tale frutto non è in suo potere. Lui semina, ma poi occorre l'acqua, il caldo al tempo giusto, che non venga la grandine… È come gettare in Dio tutte le proprie risorse. Il contadino lavora, ma poi deve fermarsi e attendere. Da un piccolo seme può venire una spiga, ed il contadino è testimone di questo "miracolo".

La salvezza di Dio ha queste connotazioni: l'uomo fa qualcosa, ma il frutto viene da Dio e non si sa come. Come nessuno guardando un seme può intravedere il frutto, così nessuno guardando la situazione da cui Dio libera può immaginare che cosa sarà la salvezza: bisogna continuare ad attenderla.

­ "Nell'andare se ne va e piange portando la semente da gettare". Si va piangendo e si torna cantando; si va muniti di un "piccolo sacchettino" con il seme da spargere e si torna con una messe sovrabbondante, che fa pensare all’enorme sproporzione tra la fatica dell’uomo e la ricompensa divina.

L'esperienza terrificante che fa sembrare Dio come un nemico che si accanisce contro di noi è invece come una semina che porta il frutto a suo tempo. L'esilio è quell'esperienza di morte attraverso cui bisogna passare per giungere all’eccedenza dei frutti. Il credente è chiamato a testimoniare che al di là di quell’apparenza di morte c'è una promessa di vita.

Per facilitare la preghiera:

  • Sottolineare i termini: prigionieri; sognare; seminare (semente); mietere (i covoni); piangere (lacrime); esultare (giubilo); portare; andare; tornare.
  • Le lacrime hanno il valore di una semente. Sono semi che trovano modo di germogliare anche nel deserto.
  • Il malessere che ci ha afflitto è dono di comunione ed appartenenza al Signore. Dal giorno in cui abbiamo imparato a sognare, siamo ritornati liberi. Ma come è possibile star male ed essere contenti? È esperienza del vero credente.
  • Che cosa abbiamo imparato nelle tante esperienze di perdono ricevuto e donato?
  • Quali sono stati i momenti in cui abbiamo sperimentato maggiormente la lontananza e la vicinanza di Dio?