Salmo 130

Salmo 130

Sab, 28 Set 19 Lectio Divina - Salmi

Usato tradizionalmente nella liturgia funebre e penitenziale, il "De profundis " è una supplica in cui la speranza del perdono domina sulla coscienza del peccato. La gioiosa possibilità della misericordia divina, che l'orante intravede, elimina l'angoscia che il peccato crea nel cuore pentito. Come nel salmo 51, "Miserere", il vero nemico dell'uomo non è più una malattia, o una persecuzione, o un avversario; è il peccato: tragedia che solo l'amore misericordioso di Dio può allontanare dall'uomo. Il Salmo può essere diviso in tre parti:
vv. 1-2 Invocazione
vv. 3-5 Speranza del perdono
vv. 6-8 Celebrazione della redenzione.

L'invocazione (vv.1-2). "Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera".
v.1 - La prima strofa del Salmo è un grido che sale "agli orecchi attenti" del Signore. Un grido che parla "dal profondo", dall'abisso della coscienza umana che è rappresentata come lo sconfinato vuoto dell'Ade o dell'abisso della creazione (Genesi 1,2). Come in quel baratro si agitavano le acque distruttrici che Dio ha domato nella creazione, così la coscienza torturata dal peccato è come distrutta e sconvolta.

"La profondità per gli ebrei non è un fattore positivo come per noi: noi parliamo di pensiero profondo, di profondità ulteriore, di sentimenti profondi, di approfondire un problema, di occuparsi a fondo di una cosa. Gli ebrei mettono la profondità in relazione con ciò che è inaccessibile, incomprensibile, inscrutabile, con le profondità dell'oceano, della terra, dello Sheol o "Abisso". Il Salmo parte da una situazione poco meno che disperata. Non menziona l'acqua, tuttavia, dobbiamo immaginare l'orante in un abisso senza uscita: solo la sua voce può uscirne e innalzarsi" (A. Schokel - C. Camiti). È importante allora porci la domanda: questa profondità consiste in una nota psicologica, nella coscienza lucida di ciò che è più intimo in una persona? Non è probabile nella mentalità ebraica. Consiste, allora, formalmente nel peccato? La cosa più probabile, nel contesto del salterio (vedere anche come lo esprime il salmo 51), è che si riferisca ad una situazione tragica, che l'orante percepisce come conseguenza del peccato.

v.2 - Dal riconoscimento del proprio nulla e della propria miseria sale a Dio l'invocazione della salvezza e della grazia. Viene spontaneo richiamare le parole di Paolo: "Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore! (Romani 7,24-25).

Il Cronista, che narra le gesta dei Re, al termine del discorso di Salomone per la dedicazione del tempio, riferendosi ai deportati a Babilonia si esprime così: “Se nel paese in cui sono stati deportati, rientrndo in se stessi, si convertiranno a te dicendo: Abbiamo peccato, abbiamo agito da malvagi, perdona al tuo popolo che ha peccato contro di te! Ora, mio Dio, i tuoi occhi siano aperti e le tue orecchie attente alla preghiera innalzata in questo luogo" (2 Cronache 6,37-40). E più avanti si trova la risposta affermativa di Dio: "Ora i miei occhi sono aperti e i miei orecchi attenti alla preghiera fatta in questo luogo" (Ivi 7,15). Questa voce supplicante è ricorrente nel Salterio, oltre che in Geremia 3,21 e Daniele 9,3. 17. 18. 23.

La Speranza del Perdono (vv.3-5). "Se consideri le colpe, Signore; Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono: e avremo il tuo timore. Io spero nel Signore, l'anima mia spera nella sua parola.
v.3 -
La radicalità peccaminosa dell'uomo è formulata con una domanda retorica che non attende risposta. È una certezza quasi ovvia: dove trovare un uomo capace di sostenere il giudizio di Dio con la sicurezza di essere perfetto? Il Salmo 143,2 offre senza alcuna esitazione la risposta: "Nessun vivente davanti a te è giusto". "Non c'è nessuno che non pecchi" (1 Re 8,46). E Giobbe in 14,4 si interroga e risponde: "Chi può trarre il puro dall'immondo? Nessuno".

Per apprezzare la forza di questo "sussistere" occorre paragonarlo con il Salmo 104,5: “Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare". Solo il peccato corrode, sgretola, disintegra, inquina la consistenza umana. Perciò se Dio volesse pesare, catalogare con esattezza, "considerare" i peccati, nessuno potrebbe reggere davanti alla sua giusta ira. Il peccato, infatti, suscita spontaneamente la collera punitrice di Dio, per cui nessun uomo potrebbe stare a testa alta e con la coscienza distaccata davanti a Dio. "Tu sei terribile; chi ti resiste, quando si scatena la tua ira?" (Salmo 76,8).

L'interrogativo ritorna anche in Nahum 1,6: "Davanti al tuo sdegno chi può resistere e affrontare il furore della tua ira?". Il salmista si colloca nell'ambito di tutta l'umanità che, senza eccezione, deve confessare di essere peccatrice. Paolo proprio sulla base del Salterio, dimostrerà nella Lettera ai Romani che "tutti sono sotto il dominio del peccato... e non c'è distinzione; tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù" (3,9. 23-24).

v.4 - Si introduce qui con eguale vigore la seconda idea, anch’essa essenziale: "Presso di te, o Signore, è il perdono". La fonte unica della liberazione è solo in Dio: è la grazia che prescinde dai meriti dell'uomo; come pregava Mosè: "Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mio Signore... perdona la nostra colpa e il nostro peccato" (Esodo 34,9).

Il perdono concede all'uomo anche un altro dono: il "timore di Dio", che nel vocabolario biblico è innanzitutto l'amore con cui il credente venera la sconcertante potenza di Dio. Non è perciò, in primo luogo, lo spavento che piomba sul peccatore investito dalla vendetta divina; non è l'incubo che demoralizza e atterrisce, ma è piuttosto l'adorazione, il ringraziamento che la predicazione deuteronomista pone a base del rapporto d'alleanza col Signore e che la letteratura sapienziale considera così: "Il timore del Signore è il principio della scienza" (Proverbi 1,7).

Ma c'è anche un altro aspetto da non trascurare, perché il salmista avrebbe potuto scrivere: "E ti benediremo, ti celebreremo". Il timore invece ha anche quella sfumatura che è contenuta nel senso comune che ora noi attribuiamo al vocabolo: il Signore non è il "buon Dio" di una certa pietà piuttosto comoda, anzi, il gesto del perdono, infinitamente più alto dei calcoli meschini della nostra morale interessata, incute un timore reverenziale altrettanto grande di quello provato di fronte alla sua ira. La misericordia divina non deve allora farci minimizzare la realtà del nostro peccato: "Non essere troppo sicuro del perdono, tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: "La sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccati" perché presso "di lui ci sono misericordia e ira... Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno... " (Siracide 5, 5-7).

v.5 - Con questa esatta coscienza di se stesso, l'uomo ritrova la speranza collocata soltanto nella parola del Signore. È quella speranza che Giovanni proporrà ai suoi cristiani: "Figlioletti miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un difensore presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Ed egli è propiziazione per i nostri peccati; e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" (1 Giovanni 2,1-2).

 

La celebrazione della redenzione (vv. 6-8). "L'anima mia attende il Signore più che le sentinelle l'aurora. Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe".
v.6 -
La liberazione piena è attesa con l'ansia e il desiderio con cui le sentinelle spiano il primo filo di luce dell'aurora. L'immagine è nota anche ad Isaia, che la “sceneggia” in un breve dialogo: "Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: "Viene il mattino" (Isaia 21,11-12). Alla lunghezza e alla malinconia delle ore di veglia di una ronda notturna a Gerusalemme, è possibile che si sostituiscano nella mente del salmista le figure dei Leviti che aspettano con ansia la luce dell'alba per iniziare il loro gioioso culto al Signore nel Tempio. L'idea comunque è esplicita. Finora la preghiera ha "sperato" nel perdono; adesso attende che la parola decisiva di Dio sia pronunciata. Il Signore giunge con la sua misericordia e la sua liberazione: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati" (Matteo 9,2). Allora la notte angosciosa della colpa scomparirà e spunterà la luce della pace: "Giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso" (Salmo 118,24).

vv.7-8 - Questa fiducia trova la certezza incrollabile nella "misericordia" fedele del Signore che opera la "redenzione" del suo popolo. La fede personale dell'orante si profila sullo sfondo della fede storica di Israele, che sa di essere "il figlio primogenito" del Signore (Esodo 4,22), per cui Dio è impegnato a riscattarlo e così a ristabilire pienamente la sua famiglia. Infatti "il Signore vi ama e ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, facendovi uscire con mano potente e riscattandovi dalla condizione di schiavitù" (Deuteronomio 7,8). La fede nella liberazione operata dal Signore per tutto il popolo è «applicata alla vicenda personale e all'attesa del perdono che "libera da tutte le angosce" (Salmo 25, 22). "Grazia" (hesed) e "riscatto" (pedùt) sono gli attributi personificati dell'alleanza e dell'esodo (cf sopra Deuteronomio 7,8). Quella grazia e quella redenzione operate da Dio iniziano per il singolo ebreo e per tutto Israele, per il cristiano e per la Chiesa, una nuova storia di salvezza.

Trasposizione cristiana
Gesù non si è limitato a ripetere questo Salmo di perdono; nella sua persona "è stato" questo Salmo. Gesù è stato il "grido" del peccatore, la "speranza" del peccatore, il "riscatto" del peccatore. Quando Gesù cantava questo Salmo, quando al momento delle celebrazioni penitenziali nella sinagoga o durante le feste di pellegrinaggio sentiva la folla gridare il suo pentimento, doveva ben sentirsi in comunione profonda con quell'umanità peccatrice. E alla vigilia della sua morte, durante la Cena, Gesù dà alla sua morte questo significato: "Ecco il sangue dell'Alleanza, versato per la moltitudine, in perdono dei peccati" (Matteo 26,28).

Giovanni ci ricorda l'amore vero di Dio "che ha mandato Gesù Cristo per farci avere il perdono (ilasmòs) dei peccati (1 Giovanni 4,10); e allarga ancora di più il raggio: Gesù stesso è "ilasmòs" (perdono-espiazione),"non solo dei nostri peccati, ma di quelli del mondo intero" (1 Giovanni 2,2).

Domande per la interiorizzazione personale:

  • Che cosa mi ha maggiormente colpito in questo Salmo?
  • Quale idea mi sono fatta di Dio leggendo e pregando questo Salmo? Un Dio che mi lascia fare di tutto, anche il peccato e che, alla fine, "chiude un occhio"? Oppure un Dio che mi conosce intimamente e gioca tutta la sua fiducia sulla mia responsabilità e sul mio amore?
  • Qual è la mia coscienza/consapevolezza del mio "profondo", per cui, se lo voglio, posso dare un "nome" al mio peccato, ma anche al Signore e quindi alla mia attesa di Lui? Che cosa mi rivela il "profondo" della Parola di Dio?
  • E allora: "sperare" nel perdono del Signore? "Attendere"? Quale il motivo che sento con maggior forza?
  • II perdono è cosa di un Dio buono? È cosa di un Dio esigente? "Chi all'infuori di Dio può perdonare i peccati"?
  • Quali conseguenze può avere la preghiera del Salmo nel contesto della mia vita quotidiana?
  • Se Dio è un Dio che perdona, io chi sono quando faccio tanta fatica a riconoscere i miei peccati, a perdonare i peccati altrui e a dimenticare i torti ricevuti? Come vivere questo Salmo?