Salmo 137

Salmo 137

Gio, 21 Nov 19 Lectio Divina - Salmi

Per alcuni il carme è classificato tra i “Canti di Sion”. La data di composizione probabilmente è quella dell’immediato post-esilio, quando erano ancora vivi i ricordi e le ferite dell’esilio nell’animo e nel corpo dei rimpatriati. La struttura del Salmo è concentrica, convergendo sulla voce “Gerusalemme” e sul verbo “ricordare” (vv. 5-6).

In questo Salmo, tra i più appassionati del Salterio, vibrano i sentimenti più forti dell’anima ebraica: dolore e nostalgia profonda per la patria lontana e perduta, amore indomabile per la città santa distrutta; odio irrefrenabile verso gli autori del più grande disastro che la nazione eletta ricordi. Tutti e tre questi sentimenti trovano appropriata espressione nelle strofe di cui si compone la lirica presente, e cioè:

1-4: rievocazione del tempo dell’esilio;
5-6: dichiarazione di assoluta fedeltà a Gerusalemme;
7-9: duplice maledizione contro Edom e Babilonia.

C’è nel salmo una grande antitesi: Sion-Gerusalemme da una parte (vv. 1.3.5.6.7) e Babilonia-Edom dall’altra (vv. 1.7.8). La poesia raggiunge vette molto elevate, essendo in grado di trasmettere nel lettore forti sentimenti ed emozioni, uniti a nostalgia della patria lontana, all’amore intenso per Gerusalemme, la città santa distrutta e, nello stesso tempo, sdegno veemente contro Edom e Babilonia, che ne hanno goduto e causato la rovina.

Il salmista, un grande appassionato di Sion, per un artificio letterario di straordinaria efficacia, rivive l’amara esperienza dei “deportati di Sion” nella terra stessa del loro esilio, in Babilonia, facendosi uno di loro, per trovare nell’amore sofferto le note più adatte ad esprimere i suoi sentimenti di profondo attaccamento alla città santa.

Il Salmo ha diversi punti di contatto con il Salmo 126. Il simbolismo è spaziale, temporale, somatico e psicologico.

Genere letterario: Supplica collettiva.

Divisione: Rievocazione dell’esilio: vv. 1-4; ricordo di Sion: vv. 5-6; doppia imprecazione finale: vv. 7-9.

vv.1-4: In questa prima parte introduttiva il salmista rievoca, facendolo proprio, lo stato d’animo degli esuli che, in “pianto”, fanno “ricordo” della patria perduta.

v.1: “Sui fiumi di Babilonia…”: sono il Tigri, l’Eufrate e i numerosi corsi d’acqua minori (canali). Siamo in Mesopotamia, cioè la terra che si trova in mezzo ai due fiumi.

– “Là sedevamo”: il sedersi a terra è segno, oltre a quello in senso generico di “stare”, anche nel senso specifico di prostrazione fisica e morale (cfr. Lamentazioni 2,10-11). In Ezechiele si dice che i deportati abitano presso il canale di Chebar.

– Piangendo al ricordo di Sion”: si fa allusione qui al pianto rituale per la distruzione di Gerusalemme in cui, insieme all’invocazione del divino perdono delle colpe dei padri, si chiedeva a Dio la restaurazione della Nazione umiliata (cfr. Lamentazioni 2,10-19; 5,1-22).

v.2: “Ai salici (letteralmente: “ai pioppi”) appendemmo le nostre cetre”: la cetra fa parte degli strumenti musicali della liturgia del tempio. La loro sospensione ai salici esprime l’interruzione dei suoni e dei canti e quindi della gioia, come avveniva nei momenti più drammatici e luttuosi della Nazione; era un atteggiamento d’obbligo in tempo di lutto (cfr. Lamentazioni 1,4).

v.3: “I canti di Sion”: sono i canti sacri liturgici, canti che celebrano il Signore (ad es. Salmi 46; 48; 76; 87). come è specificato polemicamente dagli esiliati nel v. 4.

– “Canzoni di gioia” (alla lettera: “canzoni di giubilo”). La richiesta fatta dagli oppressori potrebbe essere vista come un gesto di cortesia e di apprezzamento dei sentimenti religiosi e patriottici degli esiliati, ma il salmista vuol mettere in risalto il contrasto esistente fra la nota esultante propria dei “canti di Sion” e l’amara situazione presente. La richiesta, dunque, risulta non meno offensiva della domanda sprezzante che i nemici sogliono fare a Israele umiliato: “Dov’è il vostro Dio?” (Salmi 79,10; 15,2). Un analogo contrasto fra il contenuto gioioso dei canti di Sion e la dura realtà di Gerusalemme distrutta, si trova in Lamentazioni 2,15: “Contro di te battono le mani quanti passano per la via; fischiano, scrollano il capo sulla figlia di Gerusalemme: È questa la città che dicevano bellezza perfetta, gioia di tutta la terra?”

v.4: “Come cantare … in terra straniera?”: gli esiliati comprendono bene l’ironia e il sarcasmo dei loro padroni. La richiesta di intonare questi canti è sprezzante.

– “I canti del Signore …”: molto significativa è, nella risposta, la sostituzione che viene fatta di Sion con “Signore” (Jahwèh). I canti che hanno per oggetto Sion in realtà riguardano Dio, che in essa troneggia (cfr. Salmo 48,3); l’amore di Sion è, in fondo, amore di (verso) Jahwèh. Con il rifiuto di intonare tali canti in terra straniera gli esiliati vogliono esternare l’attaccamento esclusivo alla loro terra e al loro Dio.

vv.5-6: È la parte centrale del Salmo; in essa il salmista, con il linguaggio forte dell’autoimprecazione, intende esaltare Gerusalemme al di sopra di ogni cosa più cara.

vv.7-9: Questo brano finale dà un ultimo tocco al quadro: l’amore per Gerusalemme è visto ora alla luce dell’odio profondo dei suoi “fratelli” Edomiti. La duplice rievocazione strappa al salmista, appassionato di Sion, parole roventi di vendetta, invocata da parte di Jahwèh, il geloso custode di Israele.

v.7: “Ricordati, Signore”: per l’invocazione della divina vendetta sui nemici della nazione eletta vedi, nei Salmi, per es. 79,10-12.

– “I figli di Edom…”: gli Edomiti, consanguinei di Israele in quanto discendenti di Esaù (cfr. Salmo 83,7) e vassalli di Israele, gli sono stati sempre ostili. Lo attestano i profeti, i quali ricordano nei loro oracoli che gli Edomiti sono stati, fra i nemici del popolo, quelli che maggiormente gioirono della rovina della città santa (cfr. Lamentazioni 3,21; Abacuc 8,15; Ezechiele 21,12-13 ecc.).

v.8: “Figlia di Babilonia …”: per Babilonia sono riservate due imprecazioni sotto forma di tragico “macarismo”. Probabilmente è un linguaggio convenzionale del salmista per esprimere fortemente e più incisivamente il suo attaccamento a Gerusalemme. Simili imprecazioni si hanno anche in altri testi come 2Re 8,12; Isaia 13,16; Osea 14,1; Naum 3,10. Tali atrocità purtroppo erano e sono presenti nella storia antica e recente.

v.9: “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli…”: in questa ulteriore specificazione del castigo augurato a Babilonia la passionalità sembra oltrepassare ogni limite di ragionevolezza, dal momento che si sta scagliando furiosamente contro creature innocenti; interpretata nel suo crudo senso letterale, essa non trova alcuna legittimazione non solo nell’etica evangelica che fondamentalmente si ispira al perdono e al recupero del nemico, ma neppure in quella semplicemente naturale. È da pensare che qui ancora una volta il salmista, nella ricerca di un’espressività più incisiva del suo amore per Gerusalemme, abbia fatto ricorso ad un linguaggio convenzionale, che era purtroppo accettato in pratica nel diritto di guerra vigente in Oriente.