Salmo 141

Salmo 141

Sab, 21 Dic 19 Lectio Divina - Salmi

Il Salmo presenta problemi testuali nei vv. 4b-7 a causa dell’arcaicità o arcaismo di alcuni vocaboli. Può risalire al III sec. a.C.

Come si ricava dagli appelli introduttivi rivolti a Dio (vv. 1-2) e dalle petizioni finali di preservazione dalle insidie tese dagli empi (vv. 8-10), la situazione a cui si riferisce la presente lamentazione non appare dissimile da quella del Salmo precedente: si tratta di un timorato di Dio il quale versa nel grave pericolo di cadere in “trappole” letali.

La simbologia più diffusa è quella di carattere somatico. È presente anche l’aspetto venatorio e quello liturgico.

Genere letterario: lamentazione individuale.

Divisione: la grande supplica (vv. 1-7); la piccola supplica (vv. 8-10).

vv.1-2: La lamentazione è introdotta dal grido d’invocazione con cui il salmista intende attirare la divina attenzione sulla sua preghiera, equiparata ai sacrifici “di soavità” che a lui salgono dal tempio.

v.1: “Signore, a te grido…”: il salmista si rivolge al suo Signore invocandolo con un grido di supplica, affinché accorra subito in suo aiuto. Il versetto è costruito in forma chiastica, cioè i due emistichi sono in reciproca inversione di tendenza: “grido-accorri” e “ascolta-invoco”.

v.2: “Come incenso salga a te ...”: in questo versetto, di carattere liturgico, la preghiera di supplica è paragonata al fumo dell’incenso; si menzionano le due celebrazioni vespertine nel tempio: l’oblazione dell’incenso e il rito dell’immolazione dell’agnello sull’altare degli olocausti.  

– “Le mie mani alzate”: questo gesto, oltre che a coinvolgere anche il corpo nella preghiera secondo la mentalità dell’uomo biblico, simbolizza un ponte tra l’uomo e Dio, in una figura di adorazione universale. Il gesto è noto in Egitto, in Ugarit e in Mesopotamia.

v.3: “la porta delle mie labbra”: il vocabolario ebraico corrispondente a “porta” è hapax nell’Antico Testamento. Il Signore è invitato a tappare la bocca dell’orante per non fare uscire possibili bestemmie, lamentele, critiche, imprecazioni, ecc. nei suoi confronti.

v.4: “Non lasciare che il mio cuore…”: alla lettera: “Non deviare il mio cuore a parola (=azione) cattiva. L’orante ebreo attribuisce a Dio ogni effetto come alla causa prima, saltando le cause seconde. Il salmista chiede al Signore di impedirgli di commettere cattive azioni con gli operatori di iniquità (cfr. Matteo 6,13).

– “Non gusti i loro cibi deliziosi”: anche l’espressione “cibi deliziosi” è hapax nell’Antico Testamento. Si richiama l’immagine del banchetto che è segno di comunione e di condivisione di ideali e di sentimenti. Il salmista chiede al Signore di liberarlo anche dalla stretta familiarità con gli operatori di iniquità.

v.5: “Mi percuota il giusto…”: autoimprecazione. Il salmista, con un giuramento d’innocenza, imprecando su di sé, si augura di essere percosso e rimproverato dal giusto e dal fedele della sua comunità se dovesse partecipare con l’empio al culto idolatrico.

– “l’olio dell’empio non profumi il mio capo”: l’olio versato sul capo è segno di ospitalità e di consacrazione (cfr. Salmi 23,5; 45,8; 92,11).

– “Tra le loro malvagità continui la mia preghiera”: alla lettera: “Sì, ancora la mia preghiera è tra (o contro) le loro malvagità”. Traducendo “le loro malvagità” il salmista si impegna a non associarsi ai malvagi negli atti di culto (v. 5c). Se si traduce invece “contro le loro malvagità”, l’orante afferma di impegnarsi a una preghiera continua contro la malvagità.

vv.6-7: Si espone una vicenda che resta alquanto oscura. Sembra rispecchiarsi la sorte diversa riservata ai buoni e ai malvagi come nel Salmo 16; o sembra intravedersi la situazione simile a quella del Salmo 140,11-12, in cui i malvagi cadono nello stesso laccio preparato per l’orante. Se i verbi al perfetto sono considerati “precativi” le espressioni si trasformano in imprecazioni contro i malvagi, con il principio dell’applicazione della retribuzione terrena. Nota l’immagine suggestiva che richiama l’aratro che spacca e apre le zolle della terra (v. 7). La “rupe” può riferirsi anche a Dio, così chiamato altrove (Salmi 18,3; 31,4; 71,3), contro cui si infrange ogni attacco del male.

v.8: “proteggi la mia vita”: alla lettera: “non far venir meno l’anima mia”. Si ha l’immagine della vita che si spegne adagio, come in un lento dissanguarsi (cfr. Levitico 17,11-14; 1Samuele 1,15; Isaia 53,12). Il versetto è una nuova professione di fede nel Signore come unico e vero salvatore (cfr. v. 1).

vv.8-10: In questa sezione finale ritornano gli accenti accorati degli appelli introduttivi: Dio preservi il suo fedele che in lui ha cercato scampo (v. 8); faccia cadere gli empi nelle insidie che loro stessi hanno teso (v. 10): si ha nel v. 10 un’altra imprecazione!