Salmo 146

Salmo 146

Mar, 28 Gen 20 Lectio Divina - Salmi

È un salmo alleluiatico che apre il gruppo dell’Hallel finale (Salmi 146-150) in parallelo con il Piccolo Hallel (Salmi 113-118) e al Grande Hallel (Salmo 136). Questi Salmi si chiamano “alleluiatici” sia per la loro finalità celebrativa delle lodi divine, sia per l’appello liturgico “lodate Jahwèh” collocato come titolo all’inizio e alla fine. Il Salmo 146 si avvicina in diversi punti al Salmo precedente: in esso, infatti, viene esaltata la fiducia che Israele pone nel suo Dio (v. 5), creatore onnipotente (v. 6) e provvido soccorritore di tutti gli indigenti (vv. 7.9). Il salmista presenta diverse categorie di persone che beneficiano dell’amore misericordioso di Dio, eccetto gli empi che gli resistono.

L’inno è di epoca recente (III sec. a.C.), date le numerose citazioni di testi biblici e la lingua aramaizzante. Nei LXX è attribuito ai profeti Aggeo e Zaccaria, ma è alquanto probabile che la sua composizione sia posteriore ai due profeti della restaurazione postesilica. Evidenzia qualche venatura sapienziale e deuteronomica pur nella compatezza del genere innico. È armonico nel ritmo e presenta una rima molto marcata nei vv. 6-8.

Il carme ha 22 stichi, in forma quasi alfabetica, come il Salmo 33 e Lamentazioni 5. La beatitudine del v. 5 regge la sequenza di nove participi innici di grande solennità.

La simbologia è spaziale, temporale, sociale e particolarmente rilevante nel mostrare i vari tipi di indigenti sollevati e salvati dal Signore (sono i “poveri” di Jahwèh del postesilio).

Genere letterario: inno.

Divisione: vv. 1-2: invitatorio; vv. 3-10: corpo dell’inno (le due fiducie): a) vv. 3-4: la fiducia dell’uomo; b) vv. 5-9: la fiducia nel Signore che rende beati; v. 10: conclusione.

vv.1-2: L’inno è introdotto, come i Salmi 103 e 104, da un autoincitamento (v. 1) seguito da un proposito di lode caratteristico dei Salmi di ringraziamento individuale (cfr. Salmi 34,2; 104,33; 145,1-2). Questi versetti hanno un carattere sapienziale, con il loro contrasto tra la mortalità umana e Dio, il creatore (cfr. Salmo 90,2-3 per gli stessi temi). Il linguaggio sapienziale riappare nei vv. 8-9.

vv.3-4: “Non confidate nei potenti …”: letteralmente: “nei prìncipi”. Il salmista, con questa esortazione di carattere sapienziale, si rivolge ai partecipanti dell’assemblea liturgica per esortarli a non fidarsi delle potenze terrene, militari, economiche o politiche che siano, ciò che è stata una frequente tentazione per Israele (cfr. Isaia 30,1-18; 31,1-3). I potenti, infatti, sebbene dotati di autorità e di forza sono sempre “uomini” tratti dalla terra, e quando Dio ritira il suo soffio vitale (ruah) ritornano alla terra da cui sono stati tratti (Genesi 2,7; 3,19). Prima di intonare, quindi, la sua lode, il salmista premette una suadente ammonizione, rivolta presumibilmente ai membri della comunità cultuale, affinché non pongano fiducia nei potenti, dei quali egli mostra la nullità di potenza: ogni essere umano, anche se collocato in alto, se è visto nella sua origine e nella sua meta finale, non vale più di un miserabile pugno di terra.

v.5: “Il Dio di Giacobbe”: è un appellativo arcaizzante di Dio (cfr. Salmo 46,8) per sottolineare la fede genuina dei patriarchi e la fedeltà di Dio alle promesse fatte a loro.

vv.6-9: Ha inizio ora la celebrazione di Jahwèh creatore e salvatore le cui enunciazioni, fatta eccezione per il v. 9c, sono formulate con il caratteristico uso dal participio innico.

v.6: “Creatore del cielo e della terra, del mare…”: si esalta Dio creatore. La distensione di cielo, terra e mare (sotterraneo) corrisponde alla cosmologia tripartitica biblica. Lo stesso potere creativo sostiene l’universo fisico e l’ordine morale. Cfr. il contrario in Salmo 82,2-5, dove l’assenza di giustizia è responsabile del movimento delle fondamenta della terra.

– “Egli è fedele per sempre”: Letteralmente: “che custodisce la fedeltà per sempre”. È la verità base dell’alleanza. In relazione alla creazione la sua fedeltà è provvidenza (cfr. Salmo 104).

v.7: “Dà il pane agli affamati”: tutte le categorie di persone bisognose del divino soccorso sono qui, nel v. 7, menzionate quali oggetto della paterna provvidenza divina, in modo speciale gli stranieri, gli oppressi, le vedove, gli orfani. L’approvvigionamento di cibo per l’affamato e la liberazione dei prigionieri richiamano gli eventi dell’esodo, come fanno i vv. 9-10.

– “Libera i prigionieri”: si allude alla liberazione dall’Egitto e anche a quella avvenuta sotto Ciro, dopo la schiavitù babilonese.

v.9: “Protegge lo straniero” (cfr. Esodo 22,20; Deuteronomio10,18): sacra è la legge dell’ospitalità.

– “Sostiene l’orfano e la vedova”: sono le due categorie di persone più indifese, prive del difensore, ma di cui Dio si assume più direttamente la difesa (cfr. Esodo 22,21; Deuteronomio 10,18).

– “Ma sconvolge le vie degli empi”: in contrapposizione con la protezione dello straniero, dell’orfano e della vedova il Signore scombina e sconvolge chi si oppone a lui e al suo piano di pace, di luce e di felicità per l’uomo.

v.10: La regalità eterna di Dio è garanzia della sua azione creatrice e provvidente nei riguardi dell’uomo. Il versetto fa anche da inclusione con i vv. 1-2. Il “mio Dio” del v. 2, del solo salmista, diventa nel v. 10 “tuo Dio” rivolto a Sion (comunità israelitica raccolta intorno al santuario di Gerusalemme), che si è resa cosciente, sotto suggerimento del salmista, della salvezza che viene solo da Dio regnante in eterno; perciò deve sempre lodarlo.

L’inno, pertanto, si chiude con l’affermazione della “eterna” regalità di Jahwèh e, con la menzione di “Sion”, si riallaccia al tema di Jahwèh re che ha il suo trono nel santuario gerosolimitano (cfr. Salmo 29,10; Esodo 15,18).

– “O Sion”: si noti l’inclusione con il vocativo “anima mia” nel v. 1 e il movimento, dal salmista come individuo, alla comunità.