Salmo 32

Salmo 32

Mer, 03 Gen 18 Lectio Divina - Salmi

Il salmo breve, ma denso di profonda spiritualità, è di alto contenuto teologico per quanto riguarda la teologia del perdono dei peccati. A questo proposito tre verbi vanno innanzi tutto menzionati: “rimettere o togliere”, “perdonare o coprire”, “imputare o accreditare”. Il salmo è il secondo dei sette “Salmi penitenziali”.
È il canto di ringraziamento di un individuo che, caduto in uno stato di grave depressione (se fisica o morale, o se l’una e l’altra insieme, non è dato scorgere) e convinto dello stretto legame che intercorre fra la disgrazia e colpa, fra malattia e peccato, s’è affrettato a confessare a Jahwèh la sua colpevolezza e così, insieme al perdono divino, ha potuto sperimentare il sollievo dai suoi malanni. Il salmo è utilizzato dalla liturgia penitenziale per il grande rilievo che esso dà al tema della confessione, a cui fa seguito il divino perdono.

Genere letterario: ringraziamento individuale con motivi sapienziali.

Divisione: introduzione (vv.1-2); l’afflizione, il perdono e la salvezza (vv.3-7); aggiunta didattica (vv.8-9); duplice conclusione (vv.10-11).

vv.1-2: Il salmo si apre con una doppia beatitudine. Con un solenne introito viene proclamata la felicità di colui che ha sperimentato in sé i salutari effetti del perdono divino. Tale beatitudine, attribuita a David, è ricordata da San Paolo con una solenne proclamazione usata come argomento per la sua dottrina circa la gratuità della giustificazione: “Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere = “Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato” (Rm 4,6-8).
v.1: “Maskil”: Il termine indica “salmo sapienziale”? Questa indicazione, comunque, del titolo sembra concordare abbastanza bene con l’accentuata coloritura didattica che affiora un po’ dappertutto nel salmo.
- “…E perdonato il peccato” (v. 1): “perdonato” alla lettera è “portato quanto all’errore” (dal verbo greco: “airo” e il latino “tollere”, con il significato di “portare su”, “alzare”, “levare in alto”). Questo verbo, cioè “perdonato” (portato su) quando ha per oggetto il peccato, ha una duplice accezione: sopportare pazientemente il peccato, non infliggendo la pena ad esso dovuta, e perciò “perdonare” (cf. 1Sam 15,25, detto di uomo; Es 32,32, detto di Dio); portare la pena del peccato e perciò “espiare” (cf. Lv 16,22, detto del capro espiatorio).
v.2: “Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male”: la seconda beatitudine ripete in forma negativa l’enunciato della prima, con l’aggiunta però, nel secondo emistichio, di quella che è l’esigenza irrinunciabile della religione veterotestamentaria, almeno dopo i profeti, riguardante la purezza interiore, che comporta in primo luogo il bando dal proprio intimo (“nel cui spirito”) di ogni inganno. Il perdono di Dio è dato a chi è sincero, non ha inganno nel cuore. La sincerità con se stessi è condizione previa per essere perdonati.

vv.3-7: Il salmista passa ora a descrivere le varie fasi della sua esperienza: lo stato di dolorosa oppressione fisica e morale (vv. 3-4); la coraggiosa confessione, seguita immediatamente dal perdono divino (v. 5); infine la gioia della salvezza (v. 7).
v.3: “Tacevo e si logoravano le mia ossa”: il disseccamento dello spirito vitale, insieme alla consunzione delle membra (= ossa) che spinge l’infermo a gemere per il dolore, è un motivo caratteristico dei salmi di lamentazione (vedi Sal 22,16).
v.5: “Ti ho manifestato il mio peccato”: chi nasconde i propri peccati “non avrà successo” (Pv 28,13); chi li confessa, invece, “troverà indulgenza”.
- “…E tu hai rimesso la malizia del mio peccato” (v. 5): anche David, subito dopo la sua confessione, riceve dal profeta Natan l’assicurazione: “Anche il Signore ha condonato il tuo peccato: non morrai” (2Sam 12,13).
v.6: “Per questo ti prega ogni fedele…”: la liberazione dalla colpa, che si manifesta nella liberazione dai mali ad essa connessi, dà occasione al salmista di esternare la sua fiducia nella protezione divina in ogni pericolo.

vv.8-10: Come frutto dell’esperienza di peccato e di perdono, il salmista, come segno di riconoscenza e di testimonianza, si impegna a diffondere la legge (“via”) del Signore (cf. Sal 51,14-15).
- “Come cavallo e come mulo” (v. 9): in questo caso i due cavalli sono segno di insubordinazione e di resistenza al padrone.
- “Molti saranno i dolori dell’empio” (v. 10): si accenna con un esempio pratico alla teoria della retribuzione terrena: dolori all’empio, grazia a chi è fedele al Signore.

vv.10-11: Il salmo si conclude con l’affermazione del principio retributivo di tipo tradizionale, che anche nella vita presente mette in stretta connessione la sventura con la colpa e il divino favore con la fedeltà dell’uomo a Dio (v. 11).
v.11: Il versetto, sebbene intonato al salmo, probabilmente è un’acclamazione liturgica aggiunta successivamente, quando il salmo fu usato nelle liturgie penitenziali. È forse anche un’anticipazione del Salmo successivo, il 33, che così inizia. Ricordiamo infine che nel Nuovo Testamento, in Romani 4,7-8, Paolo cita espressamente i vv. 1-2 di questo salmo.

Riflessioni per una revisione di vita:
Sono capace, come il salmista, di fare una confessione libera del mio peccato?
Ho un cuore semplice e sincero, dove non c’è “inganno”, per cui posso meritare la beatitudine divina per la quale “Dio non imputa alcun male” all’uomo?
Nel tempo dell’angoscia prego il Signore con la certezza che egli è il mio “rifugio”, mi preserva dal “pericolo” e “mi circonda di esultanza per la salvezza”?
Cerco di non essere come il cavallo e il mulo, “privi d’intelligenza, ma di ascoltare e capire il “consiglio” del Signore e la “via da seguire”?

Ho la stessa fiducia del salmista che dice: “La grazia circonda chi confida nel Signore”?